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NBA: Donovan Mitchell come Dennis Bergkamp, tornerà in aereo con i Jazz?

le parole
©Getty

L’incidente aereo - fortunatamente senza conseguenze - ha lasciato strascichi nello spogliatoio di Utah e in modo particolare per Donovan Mitchell, il quale non ha mai nascosto la sua paura di volare: “Dovevo prendermi del tempo per calmarmi, ma lunedì sarò a Dallas con la squadra”. E c’è chi ha subito pensato a Dennis Bergkamp, “l’olandese non volante” dell’Arsenal

Donovan Mitchell, tornato in campo nella sfida casalinga vinta dai Jazz contro i Bulls - la 21^ vittoria consecutiva a Salt Lake City di Utah - ha raccontato che la sua paura di volare, riacutizzata dopo le disavventure passate durante il viaggio verso Memphis di qualche giorno fa, non gli impedirà di partecipare alle prossime trasferte con la squadra. Contro i Grizzlies l’All-Star dei Jazz non c’era per “motivi personali”, perché non ha trovato il coraggio e la forza di rimettere piede su un aereo poche ore dopo l’atterraggio d’emergenza e quei 10 minuti di terrore che i suoi compagni hanno definito “complicati e spaventosi”. La prossima partita in calendario in trasferta per Utah è fissata per lunedì a Dallas: “So bene cosa richiede il mio lavoro”, racconto Mitchell a fine partita. “Capisco che prendere un aereo fa parte dei miei compiti, ho solo avuto bisogno di ritagliarmi un po’ di tempo per metabolizzare. Andrà tutto bene quando domani saremo in aeroporto e partiremo per il Texas. Ci sono alcune paure con cui bisogna convivere che alle volte diventano più grandi della pallacanestro e quello era il giusto modo per me di affrontarle. Ognuno ha le sue debolezze: la mia è quella di avere paura dell’aereo”.

Il precedente di Dennis Bergkamp nel calcio, "l’olandese non volante"

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Una decisione più che comprensibile anche da parte dei compagni e dello staff tecnico: “Sanno quali sono le mie difficoltà, le rispettano e ho apprezzato la loro vicinanza. È stata una situazione complicata per tutti. Questo non vuol dire che non salirò più su un aereo: dovevo calmarmi, l’ho fatto e tutto andrà bene - almeno spero - per il resto della stagione”. Un atterraggio d’emergenza che per alcuni minuti è stata la conferma dei fantasmi e delle paure più recondite di Mitchell: “Ho sentito il botto, mi sono subito spaventato perché non sono mai a mio agio in volo, ma quella roba, quel rumore non lasciava presagire nulla di buono”. La speranza è quella di far finire nel dimenticatoio un’avventura e un’avversione verso gli spostamenti che in molti ha ricordato quella di Dennis Bergkamp, giocatore dell’Inter e soprattutto dell’Arsenal degli anni ’90 e di inizi 2000 che decise di non salire su un aereo a seguito di un paio di esperienze traumatiche - una dovuta a una turbolenza sull’Etna, un’altra a causa di un giornalista poco simpatico che, a conoscenza della sua fobia, urlò “c’è una bomba a bordo” durante un viaggio. Una paura che ne limitò la carriera in senso letterale, portandolo a firmare un contratto con una postilla che lo esentava dal prendere parte alle trasferte troppo lunghe - e che sarebbe stato impossibile coprire in tempo utile senza volare. I tifosi finirono per chiamarlo “l’olandese non volante” e agli appassionati di calcio toccava quasi sempre andare a Londra per godersi le sue magie. Chissà se con Mitchell accadrà lo stesso - complicato, visto le decine di migliaia di chilometri che percorrono i giocatori NBA. Bisognerà farsi coraggio.

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