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Tim Duncan nella Hall of Fame: "Non parlo di Popovich, si arrabbia". Ma poi si commuovono

HALL OF FAME

Nella notte Tim Duncan è entrato nella Hall of Fame, rimanendo sul palco per più di 10 minuti e ripercorrendo la sua carriera, dalle origini sulle Isole Vergini a Wake Forest fino ai 19 anni con la maglia degli Spurs: "Dai il tuo meglio quando affronti i migliori, per questo ringrazio Kobe e KG". Commovente il ringraziamento a Popovich: "Grazie per avermi insegnato che non è tutto solo pallacanestro"

KOBE, GARNETT E DUNCAN: LA CERIMONIA DELLA HALL OF FAME ALLE 18.30 SU SKY SPORT NBA

Prima della cerimonia della Hall of Fame, in molti scommettevano che il discorso di Tim Duncan sarebbe durato meno di dieci minuti. Invece il caraibico ha sorpreso tutti, rimanendo sul palco per oltre 10 minuti e parlando — se non con grande naturalezza — se non altro con grande sincerità, come sempre ha fatto le poche volte che si è aperto in carriera. “Ok, proviamo ad arrivare in fondo. Non sono mai stato così nervoso in vita mia nonostante abbia giocato anche delle gare-7 di finale: ho fatto avanti e indietro nella mia stanza tutto il giorno” ha cominciato per rompere il ghiaccio. “Ai qui presenti che sono celebrati stasera volevo dire che è grande onore essere con voi in questo momento. Grazie a chi mi affianca,  David Robinson. La gente mi chiede sempre cosa mi dicesse, ecco, non ricordo di essermi mai seduto con lui a parlare di qualcosa nello specifico. Era però un professionista navigato e mi ha insegnato a essere un grande compagno di squadra con il suo esempio”. Duncan è poi passato a ringraziare i suoi compagni di classe della Hall of Fame: “Dai il tuo meglio quando affronti i migliori e voglio ringraziare per questo l’immenso e compianto Kobe Bryant e Kevin Garnett”.

Il ringraziamento alla famiglia

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Duncan si è cominciato ad aprire parlando della sua famiglia: “I miei genitori, messi assieme, sapevano esattamente zero cose sulla pallacanestro ma mi hanno insegnato più di chiunque altro. Sentire ripetere il mantra che mia madre mi ha trasmesso ‘Good, better, best. Never let it rest. Until your good is better and your better is the best’ [‘Buono, meglio, il migliore. Non fermarti fino a quando il tuo buono non sarà il tuo meglio e il tuo meglio non ti porterà a essere il migliore’]. Sono qui grazie a loro. Ho perso mia madre quando avevo 14 anni, le mie sorelle ne hanno preso il posto. Grazie di esserci state sempre, vi voglio bene. Fino ad allora non avevo pensato alla pallacanestro. Ero un nuotatore, sognavo di andare alle Olimpiadi come mia sorella ma ho perso la motivazione per diventarlo dopo la scomparsa di mia madre e per una serie di circostanze. Ringrazio chi ha guidato quel ragazzo alto e scordinato che ero, così indietro nell’approccio al basket, portandomi in giro per l’isola a giocare partite”.

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La carriera da Hall of Fame di Duncan è cominciata dall’università di Wake Forest, dove è rimasto per quattro anni contrariamente a molti altri grandi del gioco: “Come ci arrivo?. Per caso ero coinvolto in una partita mentre Alonzo Mourning era sull’isola. Non ricordo come giocai. C’era un ragazzo di Wake Forest in quel gruppo e mise in allerta il suo referente. Secondo lui avrebbe dato volentieri un occhio alle mie prestazioni. Così fu. Ancora una volta non ricordo come giocai, ma fu sufficiente per convincere il coach ad offrirmi una borsa di studio e scommettere su di me. Grazie per aver visto qualcosa dove nemmeno io ero riuscito”.

 

Inevitabile poi una lunga parte dedicata all’unica squadra della sua vita, i San Antonio Spurs: “Che organizzazione sensazionale, dal vertice alla base. […] Tutti gli anni che ho passato con voi abbiamo avuto l’opportunità di giocarcela, grazie a voi. Grazie ai dottori, agli allenatori, non provo nemmeno a menzionarli tutti. Ai miei compagni: mi hanno fatto avere una statistica, ne hanno contati 140 nei miei 19 anni di carriera. […] Sono arrivato in una squadra guidata da David [Robinson] con individualità del calibro di Avery Johnson, Vinnie del Negro, Sean Elliott, Monty Williams. Quella squadra è poi passata a me, Antonio Daniels, Malik Rose, Bruce Bowen. Sapevamo come gestire gli aspetti dell’essere squadra grazie a chi era venuto prima di noi. Guardarti a destra e sinistra e vedere le stesse facce anno dopo anno è incredibile, una benedizione che va oltre ciò che io posso esprimere a parole. Manu Ginobili, Tony Parker, non vedo l’ora di trovarvi qui al posto mio. Grazie di tutto. […] Grazie al mio amore Vanessa, che mi sostiene e continua a spingermi oltre, ne ho bisogno”.

L’ultimo ringraziamento per coach Popovich

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“Infine [dalla platea si invoca il nome di Pop, Duncan glissa con un sorriso ndr] Non voglio parlare di lui, se la prende. Scusa, Pop. Lo standard che hai fissato [è incredibile]. Dopo il Draft sei venuto di persona sulla mia isola, hai passato del tempo con la mia famiglia, hai parlato con mio padre. Credevo fosse la prassi, non lo è. Sei  una persona eccezionale, grazie per avermi insegnato che non è tutto solo pallacanestro. Grazie di tutto per lo splendida persona che sei. Io mi sono fatto il c**o, ma questa storia e questo viaggio non avrebbero senso se non considerassi tutti quelli che mi hanno guidato fin qui. […] Grazie a tutti quelli che ho citato e anche a quelli che non ho menzionato, alla famiglia Spurs, alla famiglia Wake Forest, alla famiglia Virgin Island. Vi sono grato e vi amo tutti”.

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