Introduzione
È proprio come cantava David Bowie: possiamo essere eroi, anche solo per un giorno o — al massimo — per un mese. Gli eroi dimenticati dei Mondiali sono quei giocatori che ricordiamo solo con la maglia della loro nazionale, entrati nella memoria collettiva per un semplice ma luminosissimo mese di torneo. Da dove sono spuntati? E dove sono andati a giocare dopo? Nessuno lo sa. Un po' come Ochoa, che sembra scomparire dai radar per poi ripresentarsi, puntualmente, tra i pali del Messico ogni quattro anni
Quello che devi sapere
Vozinha
È l'eroe per un giorno indiscusso del Mondiale 2026. La favola Capo Verde in un solo nome, da signor nessuno a uomo da ventotto milioni di follower su Instagram, che è circa cinquanta volte la popolazione del suo Paese, un minuscolo puntino che ora è finito sulla mappa del calcio anche grazie alle sue parate. Alle sue lacrime. Alla sua storia.
Prima di diventare hero, eroe, giocava nel Chaves, serie B portoghese, e prima dell'11 giugno erano in pochissimi a conoscere il suo nome. Ora sembra che possa restare negli Usa a giocare con l'Inter Miami. Di Beckham. Con Messi. Il tempo ci dirà se sarà più di un tormentone estivo. Nel dubbio, il suo nome è già leggenda, e tra molti anni ci diremo 'ma te lo ricordi Vozinha?'
Ounahi
Quando l'avevamo visto l'ultima volta? Ma certo! Al Mondiale. Quello del 2022. Quello del Marocco prima africana semifinalista di sempre a una Coppa del mondo. Quel centrocampista praticamente ovunque, bravo negli inserimenti; non per forza sotto i riflettori dei gol, ma un 'ingranaggio' che fa girare bene tutta la squadra. Sembrava un jolly da big europea, e infatti post Mondiale 2022 passa dall'Angers al Marsiglia. Lì non esplode. Va in Grecia al Panathinaikos e poi firma in Spagna col Girona (onesti: sapevate dove giocava?). Poi eccolo rispuntare da sotto il tappeto: ovviamente per un altro Mondiale. Altre partitone. Ancora protagonista.
Ochoa
Ecco, se sull'enciclopedia esistesse una voce per 'giocatore che magicamente ricompare ad ogni Mondiale', accanto, troveremmo la sua illustrazione in bianco e nero coi capelli ricci e la bandana. Non poteva certo mancare alla sua sesta Coppa del mondo, non a quella casalinga. Ha salutato in lacrime nel tempio sacro del gioco, all'Azteca, lo stesso dove aveva iniziato molti anni prima. Lascia all'Azteca: il suo cerchio perfetto non poteva che chiuderlo così.
Tshabalala
Se oggi dici Tshabalala a un tifoso di calcio, lui si illumina come un bimbo che incontra l'amico del cuore al parco. Se sussurravi il nome di Tshabalala a un tifoso di calcio prima dell'11 giugno 2010, forse avrebbe pensato più che altro a un piatto tipico o, al massimo, a un ballo. Che poi, la connessione con la danza non è nemmeno così remota…
Perché Siphiwe Tshabalala è l'epitome dell'eroe Mondiale, contemporaneamente dimenticato (nel senso che il grande calcio non l'ha mai abbracciato) e per sempre ricordato per una Coppa del mondo. E no, nel suo caso non è neanche servito un mese, ma davvero un solo giorno. Partita inaugurale del Mondiale 2010: il primo Mondiale africano di sempre, aperto dal Sudafrica e aperto dalla meravigliosa saetta di Tshabalala, uno che prima del Mondiale giocava in patria nei Kaizer Chiefs, e che sarebbe rimasto a giocare in patria nei Kaizer Chiefs anche post Mondiale. Poi il ballo, la festa collettiva, le vuvuzelas impazzite. Heroes, just for one day. David Bowie sarebbe d'accordo.
Bryan Ruiz
Esiste davvero un Bryan Ruiz che ricordate non con la maglia del Costa Rica? Quel Bryan con una strana 'y' al posto della 'i' fu tra le stelle inattese del Mondiale 2014, leader di una squadra tutto cuore e difesa (a cinque). È suo il gol partita contro l'Italia in quella che resta la nostra penultima partita a una Coppa del mondo. Poi il buon Ruiz timbra anche gli ottavi di finale, esce nei quarti e dice: "Peccato, il Mondiale potevamo vincerlo". Prima e dopo, l'abisso. Giocava nel Fulham, ma era finito in prestito al Psv, poi post Mondiale ancora Fulham, Sporting, Santos e il ritorno in patria.
Al-Owairan
La sua storia completa la trovate qui, nella puntata della rubrica degli 'accadde oggi Mondiali' a cura di Vanni Spinella. Anno 1994: Belgio-Arabia Saudita finisce 0-1 e la firma è di tale Saeed Al-Owairan, quel giorno travestito da Diego Armando Maradona all'Azteca.
Il 10 arabo — sconosciuto ai più, cioè quasi tutti — prende palla illuminato da un sacro fuoco: scarta mezza squadra avversaria come Diego contro gli inglesi ed entra nella storia nell'esatto momento in cui la palla entra in rete. È un gol da antologia. Al Mondiale ci arrivava da giocava nell'Al-Shabab e lì ci resta per tutta la carriera, 'blindato' nientemeno che da re Fahd, il sovrano nazionale, che bloccò ogni suo possibile trasferimento fuori dalla patria. No, l'uomo del gol impossibile non poteva lasciare l'Arabia Saudita. E così accadde: niente calcio europeo, nessuna possibilità di spiccare il volo e farsi conoscere al mondo. Resterà per sempre il 10 dell'Arabia Saudita del gol alla Maradona al Mondiale. Che poi, a pensarci bene, non è neanche così male…
El-Hadji Diouf
Ondeggiava senza mai darti la possibilità di prenderlo, saltandoti a volte a sinistra, altre a destra. E quando non vedevi più la palla da nessun lato, signficava che te l'aveva fatta passare tra le gambe. Oppure come quella volta che sverniciò Lebouf per poi servire l'assist del gol partita al compagno Papa Bouba Diop nella gara inaugurale del Mondiale 2002: la Francia campione del mondo in carica era appena stata battuta da un fortissimo e sconosciuto Senegal. Il problema è che El-Hadji Diouf quelle magie le ha fatte solo al Mondiale. Prima della fama del 2002 giocava nel Lens, dopo l'exploit se lo assicura il Liverpool. Risultato: sei gol in due anni.
Rüstü
I segni neri sugli zigomi da giocatore di football americano sarebbero stati perfetti negli Usa. Un po' in ritardo per il 1994 e decisamente in anticipo sul 2026, Rüstü Recber ci aveva visto lungo e aveva fatto anche un po' di sano marketing personale, rendendosi riconoscibile più che mai. D'altronde, quanti altri calciatori avete visto con gli 'occhi neri'? Poi, però, c'erano anche le parate, perché in effetti Rüstü era un simoblo di quella fortissima Turchia del 2002 arrivata fino alla semifinale Mondiale (!), per giunta eletto portiere del torneo al pari di Khan, uno che nella finalissima si stava giocando addirittura il Pallone d'Oro contro il fenomeno Ronaldo.
Pre Mondiale il portierone turco giocava nel Fenerbahce. Post 2002 sarebbe dovuto andare all'Arsenal, ma una lite con Wenger fece saltare gli accordi. Con un anno di ritardo arriva la chiamata 'big', è quella del Barça, ma in Catalogna gioca pochissimo scivolando come riserva di Vitor Valdes. Forse non è un caso: i segni neri sotto gli occhi scomparvero dopo il Mondiale da star. E con loro la magia.
Salenko
Non Messi, non Mbappé, nemmeno Pelé o Fontaine, quello dei tredici gol in un singolo Mondiale. No, il record assoluto (e forse imbattibile) di reti in una singola partita dei Mondiali di calcio è di Oleg Salenko. Cinque. In un colpo solo. Anno 1994: la storica cinquina la segna nell'ultima (e inutile) partita del girone vinta dalla sua Russia 6-1 contro il Camerun nel torneo americano. Da quel momento Salenko diventa l'uomo dei cinque gol al Mondiale. Prima del torneo giocava in Spagna col Logroñes (una squadra che oggi non esiste più), poi passa al Valencia e ai Rangers, con cui segna dieci e otto gol stagionali. Non male. Peccato che nel 1994 ne aveva fatti più o meno gli stessi in un'ora…
Odonkor
Scheggia impazzita della Germania di Klinsmann del Mondiale casalingo. Segni particolari: veloce. Anzi, velocissimo. Si diceva facesse i cento metri in poco più di dieci secondi, non proprio 'da Bolt', ma quasi. Sicuramente qualcosa di molto letale per il mondo del calcio. In nazionale gioca appena ventisette minuti prima di essere convocato alla Coppa del mondo: lì mette in mostra il suo talento e sembra aprirsi le porte del grande calcio. Esatto: sembra. Giocava nel Dortmund poi, nell'estate del 2006, firma col Betis dove inizia un calvario di infortuni che lo porta a giocare una cinquantina di volte in cinque anni. Poi la B tedesca e una carriera chiusa addirittura in Ucraina.
Omam-Biyik
Uno squarcio sotto il cielo di San Siro: François Omam-Biyik è e resta l'uomo del gol contro l'Argentina campione del mondo in carica nella prima partita del Mondiale italiano delle notti magiche. Più che da una partita di calcio, sembrava una cartolina uscita dall'allunaggio del 1969. Un uomo volante. Omam-Biyik al Mondiale ci arriva da semi sconosciuto giocatore del Laval, piccolo club con cui aveva trascorso la stagione nella B francese. Uno come lui (uno da gol vittoria contro l'Argentina!) non poteva certo restare nella serie cadetta dopo l'exploit Mondiale. Sacrosanto. Nell'estate del 1990, allora, lo compra una squadra di A come il Rennes. Che con lui retrocede…
Pak Doo Ik
Viaggia ancora nei nostri incubi, tramandato dai ricordi dei nostri nonni, come una vecchia leggenda metropolitana o il protagonista di un libro dell'orrore che dimora nei nostri armadi. Invece era un uomo, in carne e ossa: tale Pak Doo Ik, alias il giocatore che regalò la prima delusione Mondiale all'Italia calcistica. È la coppa del 1966 — e ben prima di Corea del Sud, Svezia, Macedonia e Bosnia — usciamo inopinatamente dal torneo per mano della modestissima Corea del Nord. Tanto da creare, al tempo, un aura di mistero intorno alla sua figura: si diceva fosse un dentista, poi un insegnante di educazione fisica, ma in realtà era un caporale dell'esercito. Chi l'ha più sentito? Pak Doo Ik ce lo ricordiamo ancora oggi. È merito della magia dei Mondiali di calcio.
