Il calcio non viene prima del Paese

Serie A
Matteo Marani

Matteo Marani

©Getty

Oggi nel mondo del calcio è arrivato il principio di verità, che è quello che attraversa tutte le nostre vite quando smettiamo di essere bambini. Oggi il mondo calcio - che spesso è un mondo un po' viziato, bambinesco, che vive ovattato fuori dalla realtà - si è scoperto uguale esattamente a tutto il resto del mondo. 

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Stiamo affrontando un'emergenza che non abbiamo mai vissuto e il Paese in questo momento ha bisogno di uno Stato forte. Il calcio ha sempre avuto le sue regole, ma ora queste regole passano in secondo piano rispetto alle regole generali, della salute pubblica. Il calcio smetta di pensarsi diverso, chieda al Governo cosa deve fare e si adegui. E pensare che fino a sabato mattina Lega di Serie A e Governo non erano nemmeno riuscite a comunicare…

Decide la Scienza

Fa un po' ridere ripensare a quanto veniva detto, che ‘va a scapito dell'immagine della Serie A il fatto giocare a porte chiuse’. Sono passati tre giorni da quella frase. Tre giorni, non tre mesi. A questo punto, è esclusa la possibilità che si possa giocare a porte aperte e se qualche presidente lo ha pensato è stato irresponsabile, perché è una follia ora mettere 30-40 mila persone dentro un impianto. 4 giorni fa c'erano dei presidenti che stavano facendo calcoli sulla fine dell'ordinanza la domenica per fare la partita lunedì a porte aperte… Penso che voglia dire non avere coscienza e considerazione di quale sia il momento che sta attraversando in queste ore l'Europa. Tutti noi abbiamo i nostri figli a casa e non a scuola; a chi è capitato in queste ore, di fare un'esperienza di viaggio, avrà visto tutto vuoto. La salute pubblica è la cosa prioritaria. La tutela della salute pubblica è garantita dal Ministero della Sanità, attraverso l'Istituto Superiore della Sanità, attraverso tutti quelli che sono i canali di informazione, di conoscenza scientifica. Ci rimettiamo nelle mani della scienza, della medicina: devono dire loro esattamente cosa fare. Penso alla tutela della salute di giocatori, allenatori, dirigenti, tecnici e giornalisti: se ci sono le condizioni per giocare non dobbiamo deciderlo noi, né chi in queste ore sta scrivendo in maniera forsennata e disinformata sui social. Spetta al Comitato Tecnico Scientifico e a chi sta lavorando giorno e notte per dare sicurezza a tutti. Solo loro ce lo possono dire. Se si può giocare a porte chiuse si continua a giocare e si va avanti, se non si può giocare bisognerà prendere altri provvedimenti perché, ripeto, prima viene il Paese, la sicurezza dei suoi cittadini, la salute nostra e delle generazioni future.

I due scenari possibili

Credo che gli scenari siano solo due possibili: o si continua a giocare a porte chiuse perché viene detto che si può giocare a porte chiuse, oppure non si gioca. Se il campionato non si può mandare avanti, se questo stabilisce lo Stato bisogna rimettersi alla decisione del Governo. C'è un unico campionato nella storia del calcio italiano che non si è concluso ed è quello del 1915. Quei ragazzi, tra cui Luigi Ferraris (a cui oggi dobbiamo il nome dello Stadio di Genova), partirono per il fronte per andare a combattere. Per fortuna quello di oggi non è uno scenario bellico, però resta uno scenario molto serio e delicato. Che chiede a tutti noi un cambiamento nel nostro modo di vivere, nelle nostre abitudini, nel nostro consolidato quotidiano. Perché c'è un bene superiore, prioritario, che è salvare più persone possibili, cercare di alleggerire il peso che stanno avendo in questo momento gli ospedali italiani.

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