Mourinho: "La prossima squadra? Una come la mia Inter. Il mio habitat è la vittoria"

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Il portoghese si confessa al Telegraph: "Ho rifiutato un'offerta economicamente importante perché voglio un club con grandi ambizioni. Serve empatia e non conflitti interni. Voglio lavorare con le persone che amo: a Milano avevo tutto quello che sto cercando oggi"

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"Questa è la prima volta nella mia vita in cui non vinco per 18 mesi, altri allenatori non vincono trofei per 18 anni". José, il solito José: "La gente dice che impari di più da una sconfitta, e forse c'è del vero, ma sento che il mio habitat naturale è la vittoria". Le parole arrivano ovviamente dalla lingua tagliente di José Mourinho, che in una lunghissima intervista rilasciata in Inghilterra al Telegraph è tornato a parlare della sua prossima avventura, quella che "sente che sta arrivando" ma che non è ancora arrivata "perché io ho rifiutato un'offerta, economicamente molto vantaggiosa". Quale? Sarebbe bello saperlo, ma è lo stesso Special One a rifiutarsi di dichiararlo, esattamente come non parla mai direttamente dello United ma, in compenso, cita la sua Inter, non certo a sorpresa: "La mia prossima squadra dovrà avere grande empatia. Voglio lavorare con le persone che amo, persone con cui voglio lavorare, con cui sono felice di lavorare e che condividono le stesse idee". L'identikit? "L'Inter. A Milano avevo tutto questo, esistono squadre così". E José la sta cercando.

"Struttura e empatia"

Sono passati più di due mesi dall'esonero dal Manchester United, e in tutto questo tempo Mourinho (nel frattempo opinionista in tv) ha riflettuto molto: "Ho avuto tempo per pensare, provare a capire e cercare di essere più pronto per il prossimo futuro". Da lì l'inizio della descrizione dettagliata di quale sia il perfetto ambiente che José sta cercando: "Non so se la traduzione dal portoghese sia perfetta, ma voglio focalizzarmi su due parole chiave: struttura e empatia - inizia il portoghese -. In futuro voglio lavorare in un club in cui ci sia una struttura in atto e non in un posto in cui ci siano conflitti interni e diversità di vedute. Spesso si sente dire che a un determinato allenatore non piaccia lavorare con quel direttore sportivo, o con quel capo scout, o ancora col proprietario o col presidente. La verità è che durante la mia carriera ho lavorato in tutte le circostanze possibili, e le situazioni dove poi c'è stato successo non sono dovute alla struttura presente nel club, ma all'empatia che si crea all'interno di quella struttura". Come a sottolineare quanto sia necessaria l'armonia, non solo all'interno dello spogliatoio, ma in tutto l'universo societario. Evidentemente non quanto accaduto dalle parti di Old Trafford: "La cosa fondamentale è che ci siano persone che lavorino bene insieme e condividano lo stesso tipo di idee. Ora siamo difronte ad una generazione di calciatori che non sono più solo calciatori, ma hanno dietro un intero pacchetto, quello composto dalla famiglia, dall'agente, dall'entourage, dal direttore della comunicazione. A volte hanno persino un proprio personal trainer: quando lavori con un giocatore hai tutte queste distrazioni. E se non c'è empatia nella struttura del club si cade in così tante contraddizioni che rendono davvero difficile lavorare".

Nuova avventura

Vero, ma quale sarà dunque la prossima squadra di Mourinho? "Anche un club non pronto immediatamente per vincere trofei, ma con l'ambizione di vincerli nel futuro. Non andrei in in club senza ambizione. Ho rifiutato un'offerta (economicamente, ndr) molto importante perché voglio un calcio di alto livello e di grandi ambizioni. Ma questo - prosegue lo Special One - è solo il mio secondo requisito, il primo è l'empatia strutturale. Voglio lavorare con le persone che amo, non essere in una contraddizione continua e in un club pieno di conflitti interni". Il totoJosé è aperto.

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