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23 dicembre 2016

Il Ranch di Rossi, il massimo per un motociclista

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ZAM

ll “Ranch” è veramente il paradiso per un appassionato delle due ruote, indipendentemente dalla disciplina che si predilige. Giovanni Zamagni ci racconta la sua esperienza

La strada che porta al “Ranch” fa già venire i brividi: mentre da Tavullia si scende con la macchina verso valle, dove è situata la pista di Valentino Rossi, si comincia a intuire la grandezza di questo luogo. Per arrivare al tracciato, bisogna passare diversi controlli e nonostante la giornata sia tutt’altro che bella – atmosfericamente parlando – lungo la stretta stradina ci sono decine di appassionati che attendono con pazienza che passi Valentino. La vista dall’alto è impressionante e indescrivibile: lo spazio è enorme, la pista – anzi le piste, perché diversi tracciati si intrecciano uno con l’altro – è perfetta, tutto sembra curato nel minimo dettaglio. Ben venuti nel luogo dove ogni motociclista sogna di essere: il “Ranch” è veramente il posto più bello del mondo per un appassionato delle due ruote, indipendentemente dalla disciplina che si predilige.

100 ettari, (quasi) tutti per le moto - Quando si arriva a valle, si rimane incantanti dalla bellezza delle colline circostanti, luminose anche in una giornata grigia, e, naturalmente, dalla pista, che da vicino si apprezza ancora di più nella sua ampiezza e nella sua cura. «La prima volta che siamo venuti qui era il 2010: eravamo io, Valentino e Graziano (il papà di Vale, NDA), il vero fautore di tutto questo» racconta Alberto Tebaldi, amministratore delegato della VR46 e, soprattutto, da sempre legatissimo alla famiglia Rossi. Il Ranch è la massima evoluzione dell’idea originaria di Graziano, da sempre convinto che girare sulla terra aiuti ad andare più forte anche in pista. Così, già più di 10 anni fa, Rossi e i suoi amici giravano alla cava, che era una cava vera e propria: durante la settimana, c’erano camion e scavatrici che lavoravano, il sabato a domenica era a disposizione di Valentino e degli altri piloti. Allora era tutto più improvvisato – anche il tracciato! – adesso è tutto più professionale, perfetto, curato, studiato nei minimi dettagli, ma la filosofia è la medesima. Graziano ha preso spunto dai piloti americani, che da sempre si allenano con il “flat track”, ma l’evoluzione apportata dalla famiglia Rossi è che le moto devono essere “omologate”, mantenere i freni e le curve devono essere anche a destra, non solo a sinistra come avviene negli Stati Uniti. Al Ranch c’è un’altra esclusività: la pista non è piatta, ma ci sono numerosi cambi di pendenza, con l’altra particolarità di due ovali che si intersecano l’uno con l’altro. L’area si estende su circa 100 ettari (poco meno), è di completa proprietà della società Test Track (al 100% di Valentino Rossi): è destinata all’uso sportivo, ma è anche un’azienda agricola.

Il capanno dei sogni - Parcheggiata la macchina, si viene accolti dalle persone che curano la pista, sempre la stesse dal tempo della “cava”: sono soprattutto amici di Graziano ed è bello che il rapporto si sia mantenuto inalterato negli anni. Del resto, anche a fianco di Valentino ci sono sempre gli stessi ragazzi, cresciuti assieme al campione. A fianco della pista c’è una casolare che ti ospita con un bel camino acceso: ci sono un paio di stanze, una che serve da spogliatoio dove Rossi e gli altri piloti si cambiano, un’altra che funge da sala pranzo. Davanti, un grande porticato, che quando si gira viene trasformato nei box: è qui che vengono allineate le moto, è qui che ci si scambiano le prime impressioni. A fianco, una costruzione più piccola, una sorta di “capanno dei sogni”: all’interno ci sono moto di ogni tipo, marca e cilindrata, tutte preparate per il “flat track”, tutte a disposizione. I piloti che vengono solitamente a girare qui lo fanno con la loro moto, ma per gli altri, per gli ospiti, ecco il “capanno dei sogni”: si può scegliere quella che si preferisce, tranne, naturalmente, le Yamaha 450 usate da Valentino.

Un anno e mezzo di lavoro - Dalla prima ricognizione alla pista attuale è passato circa un anno e mezzo di duro lavoro, prove, comparazioni, analisi continue per arrivare a un “pacchetto” ritenuto da Rossi soddisfacente. Prima è stato tracciato il percorso con il fettucciato, poi si è passati con le macchine agricole per arare il terreno, quindi si è arrivati alla definizione iniziale. «I primi collaudi, i primi giri sono stati fatti da Valentino, dal Sic (Marco Simoncelli, NDA) e da Mattia Pasini» svela Tebaldi. Era metà del 2010 e si è dovuto aspettare fino al 2012 per poter veramente girare al Ranch. Adesso la pista è lunga 2,5 km, larga da 8 a 12 metri, è omologata per le gare di Flat Track, con un granulato che cambia a seconda della stagione: la base, il fondo sono sempre gli stessi, cambia il composto superiore, con più cemento per l’inverno (per reggere alle temperature rigide, alla pioggia e a ogni avversità atmosferica) e con più terra per l’estate. Prima di arrivare alla migliore combinazione tra tenuta per le gomme delle moto e durata del materiale sono stati fatti parecchi tentativi, fino ad ottenere un fondo che adesso, a detta di tutti quelli che hanno girato al Ranch, è vicino alla perfezione.

Mammi mia che ansia - A vederla da fuori, la pista, oltre che bellissima, sembra parecchio difficile. E l’ansia sale, perché non sono qui da spettatore, ma ho la possibilità di girare in moto al Ranch, nel tempio di Valentino Rossi, il più titolato pilota dell’era moderna. Come palleggiare a calcio con Lionel Messi o Cristiano Ronaldo, fare due scambi su un campo da tennis con Novak Djokovic, andare a sciare con Alberto Tomba, fare due vasche con Federica Pellegrini. Incredibile, ma vero, ed è un po’ la stessa sensazione che vivono i ragazzini dell’Academy, soprattutto quelli che non sono ancora arrivati al mondiale, che ancora non sono abituati a stare a contatto con Rossi. Come Dennis Foggia, classe 2001, o Celestino Vietti Ramus (2001), o Marco Bezzecchi (1998): loro, che sognano di diventare piloti veri, sanno di avere un’opportunità più unica che irripetibile e la vivono con la mia stessa emozione, con il sogno di chi sa di avere il privilegio di allenarsi con un campionissimo di valore assoluto. Bello, ma che ansia: sarò in grado di girare qui dentro? «Ho scelto per te una KTM 450, credo sia la moto più adatta e facile» mi dice Valentino Rossi, che in questa occasione è stato il primo ad arrivare al Ranch. Solitamente non è così e, per regolamento, non si può girare finché non c’è Valentino. La sensazione da fuori è che sia impossibile domare la moto, che andando piano non ti diverti minimamente. Invece, con mia grande sorpresa, anche andando a due all’ora (effettivi, non di più, purtroppo non sto scherzando) ci si diverte e si apprezza ancora di più la bellezza della pista con sali e scendi continui, curve lente e velocissime, frenata e accelerazioni sempre di traverso (per chi è capace, non è il mio caso). Uno spettacolo assoluto. Per pietà, con me viene fatta un’eccezione: sulla “mia” KTM non viene montato il transponder, mi viene risparmiata l’umiliazione pubblica di tempi da giro in sella a una MTB, non in sella a una moto. Ma tant’è. Anche il mio abbigliamento non è esattamente adeguato: per stare più comodo, ho optato per il materiale da cross, ma in realtà tutti – a eccezione di Franco Morbidelli e Mauro Sanchini – provano con tuta di pelle e guanti da pista e  stivali da cross.

Prove libere, gara, americana - La giornata tipo al Ranch si svolge così: si entra in pista si gira, tutti i tempi vengono registrati tramite “transponder” montanti obbligatoriamente su tutte le moto e visibili in diretta su una televisione installata sotto il porticato. Si gira senza limiti stabiliti, finché a un certo punto non si decide che si fa una gara, con lo schieramento di partenza determinato, ovviamente, dai tempi di ciascun pilota. La sfida è avvincente e divertente, vederla da bordo pista ha un fascino particolare: si capisce meglio come questi piloti, tutti, dal primo all’ultimo, da Rossi in giù, sappiano fare qualcosa in moto che noi umani possiamo solo sognare. Il controllo in derapata è incredibile, così come stupisce la capacità di reagire immediatamente a qualsiasi imprevisto. La gara è vinta da Baldassari, davanti a Morbidelli e Marini che resiste a ogni attacco di Rossi, partito male: davvero spettacolare. Dopo un po’ di riposo, dopo i tradizionali commenti, si torna in pista per altri giri liberi (sempre cronometrati, ovviamente) ai quali, solitamente, segue una gara “americana” quella in cui ogni giro vengono eliminati gli ultimi due, ma che questa volta non viene disputata perché ormai è troppo tardi. «Ma spesso si va avanti anche con il buio» mi dicono.

Tutti a tavola - Quando si finisce di girare, i piloti si cambiano, discutono, commentano quanto accaduto poco prima. Poi, ci si riunisce nella sala adibita a “mensa”: un tavolone e panchine accolgono comodamente 30-40 persone, con un “catering” alla buona, ma di alto livello. Si ride e si scherza, poi, tutti insieme, si guardano le immagini video della giornata, anche queste “amatoriali”, ma di ottima fattura, realizzate anche con l’ausilio di un drone. Come detto, niente viene lasciato al caso. E’ in questo momento che capisci ancora meglio la passione di Valentino per il motociclismo, la sua intatta dedizione verso questo sport e tutto ciò che gli ruota attorno. Rossi commenta ogni aspetto, è attento a studiare ogni minimo dettaglio, per migliorare la propria guida e quella dei suoi “allievi”. Con tutti, ma soprattutto con i più giovani, Valentino è prodigo di consigli, di appunti, di considerazioni delle quali fare tesoro per il futuro. E ancora mi viene da pensare quale altro sportivo ha il privilegio di potersi allenare così a stretto contatto con un campionissimo della sua disciplina. Non mi vengono in mente altri esempi, anche se ci sono stati nel passato: come Andrè Agassi, che ha aperto una scuola tennis, istruendo personalmente i proprio allievi. La differenza sostanziale, però, è che Agassi l’ha fatto quando si è ritirato, Rossi lo fa mentre è ancora in attività e, soprattutto, ancora grande protagonista. Difficile descrivere la sua dedizione: chi lo conosce, chi lo vede ai GP, sa che è così, ma se si ha la fortuna di seguirlo al Ranch, beh, allora la prospettiva cambia ancora. Per la prima volta, mi rendo veramente conto che non scherza quando afferma: «Fosse per me, non smetterai mai».

Futuro: aperto al pubblico - Quello che già sempre perfetto adesso, verrà ulteriormente migliorato in futuro. «Diciamo che siamo al 70-80% di quelli che sono i nostri programmi: vogliamo arrivare a poter dare da dormire ai piloti stranieri che ci vengono a trovare qui al Ranch» racconta Tebaldi, che, soprattutto, spiega come ci sia la volontà di aprire le porte agli appassionati. Al momento non è possibile, per omologazione: per motivi di sicurezza, non ci può essere il pubblico all’interno della struttura. Ma si sta lavorando per risolvere anche questo problema, allestire una tribuna dove i tanti appassionati, adesso assiepati lungo la stradina nelle giornate in cui si gira (generalmente il sabato che non c’è un GP, ma a volte anche durante la settimana, con convocazione agli altri piloti di Valentino), possano seguire più da vicino Rossi e gli altri campioni. Perché, come dice Tebaldi, «un conto è stare a contatto della pista, un altro è stare a due chilometri di distanza». E’ vero: da lontano ti puoi solo immaginare la bellezza di questo posto. Ma se hai la fortuna di essere lì, di “toccarlo”, di “sentirlo”, di “accarezzarlo”, beh, allora perdi la testa. Da appassionato di moto, ho visto pochi luoghi più belli del Ranch.

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