MotoGP 2017, l’evoluzione di Dovizioso: ecco il Dovi 2.0

MotoGp

Paolo Beltramo

Andrea Dovizioso 2017 (Getty Images)

Storia ed evoluzione di Andrea Dovizioso. Dalle minimoto al titolo mondiale 125 nel 2004 fino ad arrivare al decennio in MotoGP con 7 vittorie in carriera, di cui ben cinque quest’anno. Ecco a voi il Dovi 2.0, pilota completo e vincente

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A un ragazzino che nasce a Forlimpopoli nel 1986 ed è figlio di un grandissimo appassionato di moto come papà Antonio forse non poteva capitare altro. La trafila è classica, garantita: minimoto, con avversari come Simoncelli, Pasini, Corsi…europeo, mondiale 125. È lì che comincia a fare sul serio e nel 2004 vince il titolo. Sembra nata una stella, invece la maturità arriverà più avanti.  Tre anni di 250, un terzo e due secondi posti, quattro vittorie. Poi la MotoGP. Honda, Yamaha e infine Ducati. Fino all’anno scorso una sola vittoria nel 2009 a Donington. Poi è arrivato il 2016, con una moto finalmente davvero competitiva, il compagno non amato Iannone che vince in Austria, lui che a quel punto s’arrabbia. E a Sepang trionfa di forza, capisce, cambia.

Il Dovi 2.0 nasce in Malesia, insomma. Quest’anno affronta il campionato con la consapevolezza di essere più forte di ciò che pensava, di poter battere tutti, Marquez compreso. Lo stimola anche l’arrivo in Ducati di un pluricampione strapagato come Jorge Lorenzo. E decide che è arrivato il suo momento. In 10 anni di MotoGP vince 7 gare, 5 quest’anno. E 2 all’ultima curva dopo corpo a corpo memorabili con il re della sportellata Marc Marquez.  È la testa che ha fatto la differenza. Ora consapevolezza, sicurezza, quel tanto di cuore in più ci sono e Andrea è un pilota completo, vincente.

Se ne sono ovviamente accorti anche in Ducati e il supporto al loro pilota è diventato assoluto. Non che prima mancasse, ma se prendi Lorenzo lo prendi per fare la prima guida. Ora invece le vittorie, i podi, le decisioni azzeccate nello sviluppo e messa a punto, la sensibilità nella scelta e gestione delle gomme ne hanno fatto un leader. Ruolo che lui interpreta con la solita tranquilla razionalità, con precisione analitica, con sicurezza. Poi in pista lo percepisci che è migliorato, lo vedi dall’atteggiamento, dalla cattiveria, dalla furbizia, dal coraggio, dalle scelte. Tutta roba che aveva già dentro, ma forse senza rendersene del tutto conto. Consapevolezza, ecco la parola chiave. E ora Andrea e la Ducati possono sognare il mondiale e, in prospettiva, giocare con due punte.

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