MotoGP: 23 ottobre 2011, Guido Meda ricorda Simoncelli

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Guido Meda

Meda_Simoncelli

A sei anni dalla scomparsa del giovane pilota romagnolo, Guido Meda ricorda il momento più bello condiviso con Super Sic, poco dopo la vittoria del titolo mondiale nel 2008. E poi un estratto dal libro "Il miglior tempo", in cui la memoria torna prepotentemente a quel 23 ottobre 2011

Andando da Melbourne verso la Malesia. Sono già sei anni. Ma io della Malesia ho questo ricordo più bello. Risale al 2008 quando Marco vinse il mondiale e improvvisò una festa che finì in caciara. Iniziai io rovesciando una brocca d'acqua in testa a Marco. Continuò Alberto Porta che con un cubetto di ghiaccio fece canestro nel decolleté di una signora. Ricominciò Marco alzando il livello e ingaggiando una battaglia a uova. Il locale era pieno di amici, meccanici, giornalisti. Felici, tutti. E Giampiero Sacchi pagò il conto, di vitto e qualche lieve danno. Felice anche lui.

"Il miglior tempo"

Nel 2013 avevo scritto un libro, ("il Miglior Tempo", Rizzoli). Migliore sì, ma in realtà conteneva anche momenti che di buono non avevano che il fatto di essere ricordi intensi. Un capitolo era per Marco Simoncelli. Qui sotto un brano di quel capitolo, per capire come il mestiere che facciamo in tv (e che all'epoca per Mediaset facevo con Loris Reggiani) non sia sempre quello da invidiare per forza. Forse fa capire anche cosa significhi condividere tanto tempo insieme, in cabina, nel paddock, tra colleghi, piloti, team; con simpatie ed antipatie che a volte, per forza, si neutralizzano raccolte in dosi di dolore che livellano e ci fanno sentire tutti la stessa parte del tutto. Il resto del capitolo e del libro è gioia. Qui no. Qui è la cronaca di una serie di sensazioni attorno ad un fatto che ci lacerò. Perchè una presenza fondamentale che davamo per scontata, diventava in un attimo un'assenza incomprensibile.

"Quindici minuti scarsi"

Sepang (Malesia), 23 ottobre 2011.
Se guardo in faccia Loris sono fatto.
"Ave Maria, piena di grazia...".
Perché lui a sensibilità è sempre un metro avanti.
"Padre nostro, che sei nei cieli...".
Lui sente, ha occhio, ne ha viste troppe per non capire. E io ho paura di scoprirlo.
"Dio Signore, dagli ancora un attimo di riposo e poi rialzalo".
Allora parlo. Allora ci provo. Almeno. Anche se gli organi interni si sono bell'e chiusi attorno al diaframma.
"Dai Gesù. Basta che tu gli faccia fare un piccolo cenno della mano. L'hai già fatto. Rifallo ora. Ti prego".
Parlo dando voce a quel filo d'aria che vien su a forza passando per chissà dove. Parlo e non guardo in faccia Loris. Sto con gli occhi sul monitor.
«Piano, piano» sospiro nel microfono. «Piano con le conclusioni. È brutto, è stato brutto, ma la storia è piena di cose così. Quelle che ti sembrano tragiche, che ti sussurrano persino il sospetto della fine. Pare, ma poi tutto va a posto. È probabile che sia tutto a posto. E allora è un gran ricominciare».
Perché non abbiamo il diritto di dare una notizia che ancora in effetti notizia non è.
A casa, a settemila chilometri da qui, ci sono probabilmente Rossella e Martina aggrappate con le unghie al rifiuto del presagio che si sta mangiando tutto e tutti. È l'unica cosa che realmente importa ora a noi che siamo qui. Continuo a non guardare Loris in faccia. I minuti passano vuoti, strazianti e distanti da quella preoccupazione professionale di non perdersi mai via quando si sta raccontando qualcosa in tv. È lui, Loris, a chiamarmi con un gesto della mano. Mi sfiora il gomito; una vibrazione appena. Che è calda in questo freddo mortale di paura e aria condizionata. 

Mi volto fulmineo e catturo un'istantanea della sua espressione. Che è poi una sentenza, inequivocabile, consapevole. Ha gli occhi rossi e gonfi di lacrime, scuote la testa e il suo torace sussulta. Torno con le parole stentate al microfono e con gli occhi sfatti al monitor. Scorrono immagini discrete ormai, ma inutili per approfondire. Tanto che Loris è sceso con la fronte sul tavolo e mi ci sono lasciato accompagnare anch'io. Guardando giù tra le scarpe ci diamo la mano per qualche secondo, Loris e io, e ce la stringiamo forte. Sul monitor di servizio vedo poi là fuori ai box Paolo e Alberto che si abbracciano tra loro in mezzo alla solita gente tosta che ora cammina a capo chino come gente disperata. Un'auto medica va là dove il regista non osa più andare.

Non abbiamo che un appiglio professionale: dare solo notizie certe. Tutto il resto del racconto è affidato ai miseri uomini che siamo. Costretti a far finta di non piangere. Loris ora ha spento e ha lasciato la cuffia. È uscito muto, chissà dove, a tornare, tra sé e con sé, al pilota che è stato. Uno che ha corso in un'era in cui la morte faceva presto a saltare in pista. Anche a lui accadde di investire inconsapevolmente un collega che perse la vita.

Non lo possiamo dire fino in fondo che questa volta è diverso, perché non è giusto classificare morti di serie A e di serie B da una cabina di commento. Kato e Tomizawa li abbiamo già pianti da queste cuffie, vittime dello sport che amiamo, fulminati davanti ai nostri occhi. Erano bravissimi ragazzi giapponesi, girovaghi del mestiere delle corse, fisicamente presenti insieme a noi, culturalmente e socialmente più distanti dal nostro cuore coinvolto. Questa volta però è Marco, l'essere più vivo, tenero, parlante, abbracciante, allegro e interattivo che sia mai capitato sul nostro cammino umano e televisivo di italiani.
Marco è morto spandendo i suoi capelli belli e folti sulla pista di Sepang. Come un ritratto dell'ingiustizia. Senza casco, sulla pista, sono due immagini ferocemente contraddittorie.

È là fuori con suo padre e i medici, a qualche centinaio di metri da noi che continuiamo a parlare e a far pause in un'alternanza scomposta e incerta. Le parole a sostegno di una speranza ormai insensata si lasciano rubare il tempo da un manto di silenzio irreale. Dov'era la gara, la tempesta perfetta del rumore, ora non su muove più nulla. Saran stati quindici minuti scarsi in tutto. Il paddock sa. Sa che può capitare, ma grazie a Dio non si abitua. Il paddock piange composto Marco Simoncelli.

"Dopo"

Sepang (Malesia) 23 ottobre 2011.

Fuori dalla cabina del commento l'aria è umida, calda e silenziosa. Sull'autostrada scorre il traffico disordinato della Malesia. Nel paddock gli uomini si muovono a rallentatore, girano la testa piano piano. Qualcuno la tiene tra le mani. I meccanici stanno a braccia conserte con lo sguardo perso nel vuoto fuori dai rispettivi box. Ben Spies singhiozza con la testa appoggiata a una palma e gli occhi al cielo. Tante dita si toccano, tanti corpi si abbracciano, tutte le porte rimangono aperte. Mi stringo a Paolone e ad Alberto che la notizia è già arrivata. Anzi, la cosa crudele è che sia toccato proprio a Paolone ricevere dal medico in diretta il bollettino finale. Quello con l'ufficialità e l'ora del decesso.

Paolone ha dovuto dire a tutti che Marco è morto. Come l'ultimo degli amici che esce dalla stanza per informare gli altri. Lo ha fatto soffocando il pianto; ha preso quelle quattro righe del bollettino e con un pugno di parole sue, che erano proprie quelle giuste, ha trasformato una notizia in un'ultima certezza. Aveva un senso che ci fosse lì lui per dare la notizia, anche se non era programmato. Gli è toccato e basta. È stata la cosa migliore. Il nostro mestiere ora prevede che si continui, fino a notte fonda e per chissà quanti giorni ancora.

Non c'è giornalista che non abbia sul volto i segni di uno stravolgimento umano assoluto, non c'è giornalista che dentro di sé non avverta la missione di trattare la fine di questo ragazzo con il rispetto e l'umanità che si è meritato. Non c'è giornalista che non si sia lasciato rubare da Marco, quando era vivo, un pezzo del proprio distacco professionale, finendo invischiato in un sentimento che ora torna utile perché la memoria conservi e trasferisca il Sic per come era, senza ombre.

Ci incamminiamo incapaci perfino di camminare, alla ricerca di Paolo Simoncelli e di Kate, che è qui con sua madre e suo padre. Uno dopo l'altro finiremo con discrezione nella saletta del centro medico dove, dietro a una grande vetrata, Marco riposa. Paolo e Kate sono lì. Lei è fuori, seduta su una sedia, accasciata sulla spalla di sua madre, Paolo invece è dentro, solo con Marco. Gli accarezza i capelli e con la bocca increspata da un mezzo sorriso gli sussurra parole su parole. Sembra proprio un papà accanto alla culla dove riposa il proprio bambino, come se l'inizio e la fine trovassero nella tenerezza il loro punto comune. Solo stando in famiglia capivi. E solo stando qui davanti alla vetrata cominci a realizzare quello che ti sei perso, tutto preso come eri a dare per scontato ciò che non lo è affatto.

È ora di tornare a casa, dalle mogli, dai figli, dalle mamme. Da Martina e da Rossella che in quella casa è la casa, il freno e l'acceleratore, la solidità, l'equilibrio, il riferimento, l'anima, il cuore pulsante. Che deve continuare e lo farà, inspiegabilmente, come fa una mamma."

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