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NBA, non dimenticatevi di Andre Iguodala

NBA

Francesco Benvegnù

Come il veterano dei Golden State Warriors ha silenziosamente influenzato gli ultimi cinque anni di NBA.

L’NBA è un campionato che passa attraverso 23 paesi, 28 città e 29 arene diverse. È una lega vasta, enorme, che dura 12 mesi tra regular season, playoff, free agency, Summer League e off-season. Ci giocano ogni anno 30 squadre per un totale di 450 giocatori che, nel corso della stagione, si muovono da una franchigia all’altra in modo frenetico, come formiche.

In mezzo a tutto questo caos è facile scordarsi di qualche nome o confondere un volto per un altro, perché spesso lo sport ci abitua a ciò che è straordinario fino a renderlo banale. Così molti giocatori, che non sono perenni All-Star ma neanche dei perfetti sconosciuti, finiscono in una zona grigia in cui vengono dimenticati.

Andre Iguodala è stato un All-Star, due volte membro dei quintetti difensivi, due volte campione olimpico con la nazionale americana, due volte campione NBA con i Golden State Warriors e, soprattutto, MVP delle Finali nel 2015.

Eppure, nonostante tutto ciò che ha vinto, raramente si parla di lui, ma soprattutto non è mai stato riconosciuto per quello che è: un giocatore unico.

L’arte di reinventarsi

Molti giocatori NBA sognano di diventare dei professionisti sin da bambini: la storia di questo gioco è piena di uomini che hanno dedicato la propria vita al raggiungimento di questo obiettivo. Ma ci sono ovviamente delle eccezioni. Andre Iguodala al liceo era un buon giocatore di basket, ma l’atletica sembrava promettergli un futuro migliore. È stato solamente quando Hassan Adams, suo compagno di squadra ad Arizona, gli ha fatto notare che si parlava di lui come una possibile scelta al primo giro del Draft che ha preso seriamente in considerazione la possibilità di diventare un giocatore NBA. Sarebbe però un errore pensare che tutto sia iniziato in Arizona.

Andre Iguodala nasce a Springfield, Illinois il 28 gennaio 1984, e se nasci in Illinois a metà anni ’80 non puoi che tifare per quei Chicago Bulls. Anche se tutti amano Michael Jordan, il giocatore preferito di Iguodala èScottie Pippen, e imitando il suo idolo ai tempi del liceo gioca da play anche se è il più alto della squadra, esattamente come Pippen. Il suo stesso allenatore si rifiuta di farlo giocare centro perché è uno spreco metterlo sotto a canestro, visto che ha le mani migliori di tutto il roster. È quindi in questi anni che Iggy forma la sua visione del gioco e il modo in cui lo concepisce, migliorando di anno in anno in quella che Rich McBride, suo compagno di allora, definisce come “una delle crescite più incredibili che abbia mai visto”.

Iguodala però non è il leader della Lanphier High School, così come non lo sarebbe stato al college né nei primi anni a Philadelphia. È sempre stato il secondo o terzo miglior giocatore della sua squadra, ma è proprio occupando questo ruolo che riesce ad eccellere, come se le minori responsabilità gli dessero la possibilità di incidere in campo in più modi, non limitandosi solamente a segnare o indossare un vestito disegnato sulle misure di altri.

Ad Arizona infatti, all’interno di uno dei migliori roster della nazione, Iguodala esplode. Potendo delegare la faccenda del segnare punti ai vari Channing Frye, Luke Walton, Will Bynum e Hassan Adams, Iggy si occupa di tutto il resto, guidando la squadra in assist, rimbalzi e rubate. Nel suo secondo anno cresce ancora, arrivando ad avere una media 13 punti, 8.5 rimbalzi e 5 assist, diventando uno dei pochi giocatori NCAA a realizzare tre triple doppie in un’unica stagione. L’esperienza del college è estremamente formativa, permettendogli di accrescere il suo bagaglio tecnico ma anche il suo QI cestistico. Alla fine del biennio Iguodala si dichiara eleggibile per il Draft del 2004 e Philadelphia lo sceglie con la nona scelta assoluta.

L’altro A.I.

Quando arriva a Philly la situazione non è semplice sotto molti punti di vista. Innanzitutto la franchigia ha mancato i playoff per la prima volta negli ultimi cinque anni e molti non ritengono Iguodala adatto a rendere la squadra nuovamente competitiva. Il fatto che la relazione tra i Sixers e Allen Iverson si stia deteriorando, poi, non fa che peggiorare le cose. Andre, però, gioca bene sin dalla Summer League e a tutti è subito chiaro che uno dei cinque posti da titolare è suo di diritto. A fine anno viene selezionato per il primo quintetto dei rookie e “Iggy” riesce a dimostrare di poter essere quel giocatore versatile visto al college anche a livello NBA. Philadelphia torna ai playoff venendo eliminata al primo turno, ma la direzione sembra quella giusta.

La vita però succede al di là dei nostri piani e spesso le cose vanno diversamente da come vogliamo. Nelle due stagioni successive Philly manca nuovamente i playoff e nel dicembre del 2006 Allen Iverson viene scambiato a Denver. All’improvviso Andre si ritrova per la prima volta ad essere il leader di una squadra: Phila decide di puntare tutto su di lui pensando che potesse essere per loro il giocatore che era stato Iverson, non rendendosi conto del materiale umano che avevano a disposizione. Iguodala, pur potendo essere tecnicamente un realizzatore di fatto, nella sua testa non lo è per niente, e questo accentramento delle sue responsabilità lo porta ad aumentare il numero di palle perse e a snaturare il suo gioco. E se è certamente vero che quegli anni sono i suoi migliori statisticamente, mettendo a referto massimi in carriera in tutte le categorie (20 punti, 6.5 rimbalzi e 6.5 assist di media), è anche vero che i risultati in campo non arrivano: la squadra infatti non riesce mai ad andare oltre al secondo turno dei playoff, complici anche delle scelte non condivisibili della dirigenza sulla gestione del roster. Nonostante tutto questo Andre rimane comunque uno dei segreti meglio tenuti della lega e la convocazione all’All-Star Game del 2012 e alle Olimpiadi con la nazionale americana sono solamente la conferma di quanto di buono fatto fino ad allora.

Proprio mentre è a Londra per le Olimpiadi Phila lo scambia con Denver, proprio come aveva fatto sei anni prima con Iverson, all’interno del mega-scambio che porta Dwight Howard a Los Angeles. Il passaggio ai Nuggets segna però un momento fondamentale della carriera di Iggy: da lì in poi il suo ruolo in campo cambia, smette di essere l’uomo-franchigia che non è mai stato e torna ad essere un comprimario fondamentale, come ai tempi del college. Con lui in oscura cabina di regia i Nuggets, non a caso, vivono la migliore stagione della loro storia con un record di 57 vinte e 25 perse che vale il terzo posto nella Western Conference. Iguodala in quella stagione gioca ad altissimi livelli e contro Golden State ai playoff fa un’ottima serie, dimostrando di essere l’unica vera stella di quel roster che si vantava di non avere stelle. Gli Warriors rimangono talmente impressionati che lo firmano quella stessa estate dopo aver creato lo spazio salariale per farlo, strappandolo alla concorrenza dei Dallas Mavericks appena un’ora prima che Iggy accettasse l’offerta di Mark Cuban. Nemmeno loro avrebbero potuto immaginare quanto questa sliding door avrebbe cambiato la loro storia.

A Golden State il ruolo di Andre cambia ancora: dopo un primo anno da titolare sotto la guida di Mark Jackson, con l’arrivo di Steve Kerr si ritrova per la prima volta in vita sua a giocare stabilmente da sesto uomo con un minutaggio limitato, passando da 32 a meno di 27 minuti di media da un anno all’altro. L’accordo implicito è che poi, nel momento del bisogno, coach Kerr lo metta in campo all’interno del “Death Lineup” insieme a Steph Curry, Klay Thompson, Harrison Barnes e Draymond Green, proprio perché la sua versatilità offensiva e difensiva lo rendono imprescindibile per quel quintetto. L’Iguodala di Golden State è, di fatto, il proseguimento di quanto iniziato a Denver e lo stile di gioco dei Warriors si adatta a sua immagine e somiglianza permettendogli di giocare ancora di più da point forward -- spingendo in contropiede, muovendo il pallone e creando gioco quando gli Splash Brothers si muovono lontano dalla palla, sopperendo alle sue mancanze nel tiro con tagli puntualissimi.

Negli ultimi anni della sua carriera Andre si è ritrovato finalmente in un ambiente che gli ha permesso di giocare a servizio della squadra, responsabilizzato ma senza per questo avere addosso tutto il peso dell’attacco, assecondando anche la lunaticità del suo carattere particolare che lo porta a vivere molti alti e bassi all’interno della stessa stagione, attraversando momenti di vera noia e apatia. Il fatto però che Golden State abbia vinto due titoli negli ultimi tre anni e che Iggy abbia vinto il premio di MVP delle Finals 2015 non sono che il giusto coronamento per un giocatore che finalmente ha trovato la situazione ideale per esprimere al massimo il suo potenziale, togliendosi tutte le soddisfazioni che non era riuscito ad avere nella prima parte della sua carriera.

Jack of all trades, master of none

La prima cosa che noti guardando una foto di Andre Iguodala sono le braccia, che sono enormi e lunghissime. Iggy ha un’apertura alare di 2 metri e 10, una lunghezza sproporzionata rispetto alla sua altezza (198 centimetri), e un fisico da olimpionico. È semplicemente uno dei giocatori più atletici di una lega composta da uomini che, volendo, avrebbero potuto eccellere in qualsiasi altro sport. Questa fisicità strabordante è forse il primo aspetto che definisce il suo gioco e, sebbene certamente abbia caratterizzato soprattutto l’inizio della sua carriera - tanto da valergli l’invito allo Slam Dunk Contest del 2006 -, non è tutto. Pensare che il numero 9 degli Warriors sia solamente “air time” è un errore banale. Al contrario, Iguodala utilizza proprio quella fisicità per aumentare la sua presenza e il suo impatto in campo soprattutto in fase di costruzione di gioco. In questo ricorda molto Pippen e, più in generale, è facile trovare delle somiglianze tra i due.

Oltre alla struttura fisica, il gioco di Iggy sembra proprio costruito su quello di “Pip”: sono entrambi due difensori in grado di fare la differenza sulla palla quanto sulle linee di passaggio, dei giocatori che, non essendo due tiratori affidabilissimi, pensano prima a creare per gli altri che a essere dei finalizzatori (pur essendone entrambi capaci). Soprattutto, sono terribilmente completi: Iguodala è infatti ciò che gli inglesi chiamerebbero “jack of all trades, master of none”, un giocatore appunto estremamente completo, capace di impattare una partita in entrambe le metà campo. Di Pippen, invece, abbiamo già detto tutto qualche settimana fa.

Essendo il suo un gioco a 360 gradi, la parte relativa allo scoring è in qualche modo secondaria e infatti, pur avendo punti tra le mani, Andre non è mai stato un vero e proprio realizzatore, arrivando al massimo ad avere una stagione da 20 di media. La difesa per Iguodala ha molta più importanza e, non a caso, è stato uno dei migliori difensori della lega per la sua capacità di poter cambiare su quasi ogni ruolo, per il suo atletismo e per il suo QI cestistico. Per farsene un’idea, oltre alle due convocazioni nei quintetti difensivi, basta guardare quanto ha fatto in difesa nei playoff 2015. È una banalità, ma il lavoro che ha fatto per tutte le finali è stato impeccabile, riuscendo ad essere molto fisico sulla palla ed estremamente reattivo nel momento in cui c’era bisogno di aiuti in area o di mettere le mani sui palloni vaganti. Soprattutto, ha messo LeBron fuori ritmo per tutta la serie, limitandone l’impatto - per quanto si possa limitare l’impatto di LeBron James alle Finali NBA - e costringendolo a tiri difficili, spesso in isolamento, quasi sempre in sospensione, senza poter contare sugli aiuti dei compagni per non scoprirsi da altre parti. Questo, ed un inaspettato forte contributo in attacco grazie a eccellenti percentuali (40% su quasi 6 tentativi), gli è valso l’MVP di quelle Finali pur non essendo il giocatore più importante di quella squadra — esattamente come nel resto della carriera.

Probabilmente però la sua miglior qualità è il playmaking. Andre è a tutti gli effetti una point forward: non si tratta solamente di essere in grado di passare la palla, cosa che comunque sa fare ad ottimi livelli, ma piuttosto della capacità di leggere con una o due giocate d’anticipo e capire i tempi d’azione, in modo da essere in grado di creare per i compagni come fosse un playmaker aggiunto. Il suo stile di gioco e il suo carattere hanno finito per influenzare anche tutti gli altri, e non è un’eresia sostenere che Andre sia per i Golden State Warriors come un interruttore,  capace di accendersi e di portarsi dietro tutti gli altri, alzando l’intensità difensiva e la concentrazione mentale di chi gli sta intorno. Il suo contributo in campo è quindi totale: concentrarsi sui singoli aspetti del suo gioco è fuorviante e non permette di comprenderne la grandezza.

Dre.

Pur con qualche difficoltà, lo scorso primo di luglio del 2017 Andre ha rinnovato il suo contratto con Golden State con un triennale da 48 millioni di dollari e, molto probabilmente, si ritirerà con la maglia dei Dubs, che altrettanto probabilmente un giorno verrà appesa sul soffitto della nuova arena in via di costruzione. È incredibile come nel corso della sua carriera Andre sia riuscito a reinventarsi pur mantenendo le caratteristiche principali del suo gioco intatte: da giovane comprimario nei 76ers di “The Answer" a falso franchise player dei suoi Sixers fino a diventare un fondamentale titolare a Denver ed infine un veterano indispensabile a Golden State. Uno sviluppo completo di un giocatore che è sempre stato lì, nascosto in piena vista nelle pieghe delle partite che in un modo o nell’altro sono sempre andate nella sua direzione.

Ora che sapete dove trovarlo, non dimenticatelo.

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