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NBA, il mio Wade: "Con lui si aveva l’idea di poter vincere sempre. E spesso era così"

NBA

Massimo Marianella

Anni di viaggi a Miami. Pomeriggi e serate di pellegrinaggio all'American Airlines Arena. Per i Miami Heat, certo. Ma soprattutto per Dwyane Wade. Il vero simbolo di una franchigia, di una tifoseria, di una città

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MIAMI – Dwyane Wade è uno di quei giocatori che ti fa innamorare di una squadra, anche se non di grande tradizione. Non è il mio caso – perché io simpatizzante degli Heat lo ero già prima – ma con lui ho percepito il cambio di dimensione. La possibilità di costruire davvero per arrivare a vincere. Timmy Hardaway, P.J. Brown, Alonzo Mourning, Jamal Mashburn (e nel suo ruolo Pat Riley) avevano tutti regalato grandi notti, partite esaltanti – e grazie a loro il cambio di mentalità era già cominciato, ma senza mai dare la vera sensazione di poter arrivare all’anello. Avevano reso la franchigia credibile, competitiva, cementato la rivalità aspra con i New York Knicks, vinto le prime partite di playoff, ma per quantificare tutto questo, per trionfare e vedere la parata su Biscayne Boulevard c’era bisogno di qualcuno che abbracciasse la Heat culture e la portasse a un altro livello. Pat Riley è famoso per credere relativamente nelle scelte e nei rookie, ma col Draft del 2003 ha cambiato la storia di Miami ed è riuscito, cosa non semplicissima, a impreziosire ancora di più persino la sua carriera. Wade ha regalato a me come a tanti emozioni impagabili, con i tiri vincenti a fil di sirena contro Charlotte o New York; è riuscito a sorprendermi ogni sera con qualcosa di straordinario (veramente "uno di quelli per cui valeva la pena di pagare il biglietto"); e mi ha sorpreso quando – già nel gotha della superstar – ha avuto l’intelligenza e l’umiltà di di fare un passo indietro e condividere quella che era già la sua franchigia (e con cui aveva già vinto) con LeBron James, per vincere ancora. D'altronde uno che non è mai stato in nessuna delle sue stagioni in maglia Heat il giocatore più pagato del roster vuol dire che ha valori differenti da molti. In tutte le gare viste in tv o nelle molte volte che l’ho ammirato dal vivo all’American Airlines Arena Wade mi ha sempre dato la sensazione che con lui in campo si potesse vincere – e spesso così è stato. Forse però l’esperienza più profonda è stato testimoniarne i valori personali. Conoscendo un po' la franchigia dall'interno e quei valori che vanno al di là della preparazione atletica estrema e della difesa, so che non c’è mai stato giocatore – o meglio, persona – migliore di "Flash" per identificarli. One Last Dance, questa sua ultima stagione, con i tributi che ha ricevuto in ogni angolo d’America, contro ogni avversario, testimoniano che il messaggio è arrivato a tutti.

"I’m not going down like this"

Una frase rubata. Colta dei microfoni al rientro in panchina per un timeout nel secondo tempo di gara-3 delle finali NBA 2006. Dallas sul 2-0 e in completo controllo anche della prima sfida a Miami, ma con un grande problema: fronteggiare l’orgoglio di un ragazzino al terzo anno nella lega. Lui, più di Zo Mourning o Shaquille O’Neal – che erano sul parquet con la sua stessa maglia – ha vestito i panni del leader e utilizzato quell’orgoglio e quella voglia per regalare a sé e alla storia degli Heat il primo anello. Pride, orgoglio. Lo stesso che, unito a un meraviglioso talento, gli ha permesso di coronare tanti sogni e realizzare tante imprese. La più grande è stata anche la prima: uscire da un ghetto di Chicago nonostante una mamma entrata nel tunnel (oggi fortunatamente abbandonato) della droga, in meandri così bui e profondi da essere usata come tester – il ruolo affidato dagli spacciatori a chi deve valutare il taglio e gli effetti della loro merce. Una vera e propria roulette russa delle siringhe. Più o meno da solo, con la sua forza di volontà e il suo talento, Dwyane Wade ha trasformato quelle notti buie di attesa in notti di trionfi. Quelle dei 13 All-Star Game disputati (e il premio di MVP della gara delle stelle nel 2010), dei tre titoli di Campione NBA (miglior giocatore della serie finale nel 2006), dell’oro Olimpico del 2008 a Pechino ma anche dei più di 23.000 punti, delle quasi 900 stoppate, degli oltre 5.600 assist e delle partite non sempre vinte, ma sempre giocate da protagonista. Succede spesso quando si deve dire addio a qualcuno che questo si trasformi immediatamente in un santo, ma nel caso di Wade è oggettivamente difficile trovare qualcosa di negativo nel suo percorso professionale e non: mai un problema fuori dal parquet, neanche sciocchezze tipo il paio di allenamenti saltati da Zo Mourning sordo alla sveglia o la scorta non autorizzata di un poliziotto fuori dall’arena dopo un concerto, come successo a LeBron James. Cose da nulla, che però all’ombra delle palme di South Beach avevano avuto una certa risonanza in città. Lui zero, virgola.

Il tramonto di una carriera leggendaria

Forse per una storia romanticamente perfetta ha sbagliato a lasciare gli Heat per Chicago, anche se i Bulls sono la squadra della sua città, e poi ancora per i Cavs, per giocare un'ultima volta con l’amico del cuore LeBron. Ma certo non ha sbagliato i tempi del ritorno e poi, ora, quelli del ritiro, anche se si è sentito chiedere per tutta la stagione se non fosse il caso di ripensarci. Una delle decisioni più difficili per qualsiasi sportivo, quella di dire basta. Senza cadere nelle tentazioni dei soldi, delle lusinghe o come scappatoia alla noia. Lui ha voluto lasciare al top e lo ha fatto. Nel mese di marzo, a voler citare un solo dato, per cinque volte è andato in doppia cifra nei soli quarti quarti. Con una stagione così non solo ha costretto a rivedere le statistiche dall’ultima stagione di Shaq, Jordan e Kobe ma ha messo in difficoltà l’amico di sempre LeBron James, alzandogli l’asticella per il suo di addio. Lascia da leader degli Heat in partite, minuti, punti, palle rubate, assist, canestri realizzati e liberi realizzati. Adesso si dedicherà alla pizzeria che ha aperto ad Aventura Mall insieme all’amico fraterno Udonis Haslem, alla passione per la moda, ma soprattutto alla famiglia, coerente col titolo del suo libro "A Father First". Può seguire più da vicino il figlio Zaire all’ultimo anno di high school. La sua Last Dance ha avuto il rispetto meritato in qualsiasi arena dov’è andato. Per sua stessa ammissione più di quanto lui e gli Heat si sarebbero mai aspettati. Sentire al Madison Square Garden il coro "Let’s go Heat" dopo tanti anni di aspra rivalità è stato incredibile. Mi mancherai Dwyane, ma sono certo che non sono il solo.

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The end ❤️

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