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NBA, giocare a porte chiuse? Un danno economico da (almeno) 500 milioni

coronavirus
©Getty

Tra le varie ipotesi che la lega sta valutando c’è quella di riprendere la regular season NBA facendo slittare il calendario in avanti, mantenendo la struttura della stagione e rinunciando al pubblico nelle arene: uno scenario che potrebbe pesare non poco sui conti delle 30 franchigie

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“Il basket senza pubblico sugli spalti perde il suo elemento dominante, smette di avere senso. Meglio fermarsi qualche settimane e ripartire poi tutti insieme”. Queste le parole di Tilman Fertitta - proprietario degli Houston Rockets - pronunciate la scorsa settimana, soltanto poche decine di ore prima che gli Warriors fossero costretto a decidere di chiudere le porte della sfida contro Brooklyn. Una partita che non si è mai giocata, dato che la NBA in poche ore ha scoperto la positività al coronavirus di Rudy Gobert e deciso di conseguenza di fermare la regular season. Una scelta dolorosa e costosa, ma necessaria per lanciare un segnale che adesso sembra essere stato colto anche dall’amministrazione USA. L’idea in questa fase è quella di organizzare nel migliore dei modi (e il prima possibile) la ripartenza, anche a costo di rimetterci qualcosa. L’ipotesi sul tavolo più realistica al momento, tra quelle che non contemplano la chiusura anticipata della stagione, prevede una ripartenza della regular season senza pubblico nelle arene. Le franchigie NBA in media guadagnano 1.2 milioni di dollari soltanto di incasso dei biglietti per una gara di regular season e 2 milioni circa per quelle di playoff. Portare a termine la stagione senza tifosi vorrebbe dire giocare le 259 gare di regular season che mancano (sulle 1.230 complessive da disputare) non incassando nulla: una perdita da 310 milioni, a cui poi si dovrebbe aggiungere quanto perso ai playoff. Nelle ultime stagioni durante la post-season si sono disputate circa 85 gare, per un incasso medio stimato soltanto in biglietti di altri 170 milioni di dollari. Mancherebbero così all’appello almeno 500 milioni, senza tenere conto dell’indotto generato dalla presenza del pubblico all’interno delle arene. Un danno economico “necessario” che in questo momento in molti sarebbero disposti ad affrontare pur di poter tornare in sicurezza a giocare a pallacanestro.

La paura del virus (e le arene che restano vuote)

Un altro scenario che viene preso in considerazione invece è quello di rimandare più a lungo la ripresa della stagione - rinunciando a qualche partita e/o cambiando la formula dell’assegnazione del titolo - e tornando così a giocare quando la situazione permetterà nuovamente di poter accogliere il pubblico sugli spalti. Un’ipotesi a cui nessuno al momento riesce a dare un orizzonte, ma che porta in dote con sé ulteriori interrogativi e domande. Nelle ultime gare NBA prima del lockdown infatti la presenza di pubblico sugli spalti è crollata di oltre il 30%, la percentuale di riempimento degli ultimi due giorni di regular season è scesa sotto il 60% - chiaro sintomo di come la gente iniziasse ad avere paura del contagio. Una sensazione diffusa nonostante anche negli Stati Uniti non vi fosse piena coscienza e consapevolezza del problema. Cosa accadrà in futuro, se e quando sarà possibile tornare ad aprire le arene NBA? Quale sarà l’impatto sulla presenza di pubblico? Scenari, ipotesi e simulazioni che ronzano nella testa degli staff delle 30 franchigie, a caccia di una soluzione che al momento nessuno sembra poter avere.

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