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NBA, Michael Jordan ammette: "Odiavo i 'Bad Boys' di Detroit - e li odio ancora oggi"

NBA

Si dice che Michael Jordan odiasse la sconfitta come nessun'altra cosa. Ebbene, per tre anni in fila i suoi Bulls vengono eliminati ai playoff dai Detroit Pistons che per fermarlo adottano le famigerate "Jordan Rules". E Jordan non ha dimenticato...

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La difesa durissima sempre al limite (a volte oltre) del regolamento. Le famigerate “Jordan Rules”. Le tre sconfitte consecutive ai playoff, dal 1988 al 1990. Prima di una carriera inimitabile che lo ha portato a vincere 6 titoli NBA, c’era qualcuno che metteva in dubbio che Michael Jordan fosse addirittura un vincente, perché contro i Detroit Pistons versione “Bad Boys” usciva sempre sconfitto. “Oh, li ho odiati — dice senza mezzi termini il grande n°23 dei Bulls in "The Last Dance" (in Italia su Netflix e disponibile a un prezzo vantaggioso per gli abbonati Sky che sottoscrivono l’offerta Intrattenimento Plus su Sky Q) — e quell’odio resta vivo ancora oggi”. Parole forti quelle pronunciate da Jordan nel corso dei nuovi episodi di “The Last Dance”, che raccontano l’ultimo anno di MJ in maglia Bulls ma ovviamente tornano spesso con le immagini alle stagioni precedenti, ma che trovano una giustificazione nello stile intimidatorio spesso al limite della violenza della difesa di quei Pistons. Ideate da coach Chuck Daly, erano in realtà basate su chiari principi tecnici: 1) quando Jordan riceve in ala, non concedergli mai la linea di fondo ma spingerlo sempre verso il centro dell’area; 2) quando ha la palla in punta, mandarlo a sinistra; 3) quando riceve in post, far arrivare il raddoppio dalla punta. A questi principi, poi, i lunghi dei Pistons — tra cui anche Dennis Rodman — hanno aggiunto una fisicità vista ancora oggi da Isiah Thomas come mezzo giustificato dal fine: “Sapevamo che era il migliore: da un punto di vista fisico dovevamo fare di tutto per provare a fermarlo”. Perché quei duelli — secondo la point guard dei Pistons — portavano con sé un livello di fisicità oggi scomparso: “Hey, congratulazioni, sei grande, ti voglio bene, complimenti”, dice Thomas davanti alla telecamera di Jason Hehir prendendo in giro le superstar di oggi, pronte a omaggiare senza problemi chi li ha appena battuti. Tra i Pistons e i Bulls era diverso, ed è anche per questo che “l’odio” — come l’ha chiamato Jordan — ancora rimane, 30 anni dopo. 

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