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NBA, Tucker, Lowry, Haslem: il segreto di Miami è nella forza dei veterani

NBA
Massimo Marianella

Massimo Marianella

©Getty

Dopo una finale NBA (2020) e una deludente eliminazione al primo turno dei playoff (2021), i Miami Heat sono di nuovo ai vertici della Eastern Conference. Grazie alla coppia Butler-Adebayo, alla splendida stagione della loro giovane stella Tyler Herro (in corsa per il premio di sesto uomo dell'anno) ma soprattutto grazie alla presenza di un nucleo di veterani che fa viaggiare alla perfezione la macchina di coach Spoelstra

MIAMI - “Welcome to the Wild World of MashUp” è la scritta che accoglie tutti alla FTX Arena di Miami. Abbagliante, multicolore. Un messaggio per lanciare la nuova linea di maglie della stagione, certo, ma anche quello dello spogliatoio al resto del mondo NBA. La scritta sembra un po’ la versione colorata e allegra di quelle ritagliate a mano per le richieste di riscatto, ma in questo caso le lettere compongono la scritta Miami con un mix di grafiche e colori scelti tra le uniformi del passato della franchigia. L’unica minaccia che contengono è il messaggio di una squadra che ancora una volta punta, più o meno dichiaratamente, al titolo. Le franchigie NBA passano tutte attraverso periodi di ricostruzione, tra obiettivi molto futuri e fallimenti agonistici, mentre gli Heat (a parte una stagione da 15 successi nel 2008) solo due volte negli ultimi 18 anni sono scesi sotto le 40 vittorie (39 e 37). Sempre in vantaggio sui tempi di ricostruzione, senza mai aver buttato una singola annata. Competitivi, sempre. Miami è capace di trasformarsi nel segno della continuità, usando di volta in volta strade diverse. Quella dei free agent (i famosi "Big Three"), quella delle scelte al Draft (Tyler Herro, Bam Adebayo), oppure tenendo solo un occhio ai free agent dimenticati da tanti, quelli che oggi sono i cosiddetti two-way contract (Duncan Robinson due anni fa, ora nomi come Gabe Vincent e Caleb Martin). 

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Il sistema funziona, così come funziona la struttura tecnico-societaria voluta da Riley e dal proprietario Mickey Arison, perché hanno saputo scegliere la gente in tutti i reparti e non solo in campo. Funziona, in pratica, la cosiddetta “Heat culture”. Quella del lavoro duro (più degli altri) e del carattere tosto, fino alla fine. Non a caso da questa stagione le linee del perimetro del campo a Miami sono gialle. Pitturate con lo stesso colore del tape preparato attorno al parquet in gara-6 delle Finals del 2013 per tutelare i festeggiamenti dei San Antonio Spurs all’allora American Airlines Arena. Poi però arrivò il rimbalzo di Bosh, il canestro da tre di Ray Allen dall'angolo e finì per scriversi tutta un’altra storia... Quelle righe, quel giallo sono l’ennesimo simbolo lì per ribadire la cultura storica degli Heat. Perché come ha detto in diretta durante una partita John Crotty - ex playmaker anche a Miami, oggi telecronista della squadra - "la difesa degli Heat dà agli avversari la sensazione di giocare nel fango”. In questo festival di colori, dal campo alle maglie - che in questo caso fa molto Miami, città allegra e multietnica - gli Heat ripropongo la loro candidatura ai piani alti NBA. Presto per qualsiasi valutazione perché una ventina di partite sono poco più di un riscaldamento, ma le vittorie, i numeri e le facce in campo dei “capitani” di questa squadra sono un’ottima indicazione

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Una squadra che rispetto alla scorsa stagione è più orientata sui veterani e con le chiavi del gioco affidate a Lowry: offensivamente è diventata più verticale rispetto allo scorso anno, con più isolamenti a playbook anche a rischio di penalizzare un po’ un’arma importante come Duncan Robinson, che oggi fatica un po’ nella costruzione dei suoi tiri dalla distanza. Nessun flash “glamour” dal mercato, ma la solita sostanza con l’aggiunta di pedine tutte funzionali al progetto tecnico. PJ Tucker ne è l’esempio migliore. Lasciate le scarpe con diamanti incastonati da 50.000 dollari utilizzate durante le scorse finali in un armadietto, s’è presentato nel sud della Florida con ancora più voglia di vincere che in passato e la benedizione del capitano UD (Udonis Haslem, ovviemente) che lapidario al suo arrivo aveva messo il punto esclamativo sulla definizione: "È il compagno che vorrei sempre in squadra con me". "Mi piace imparare a conoscerlo piano piano – dice apertamente Spoelstra – e scoprire sempre più quanto può aiutare questa squadra a crescere. Le sue conoscenze e l’esperienza che porta in dote sono superiori a quelle di chiunque. Noi abbiamo una squadra altruista nella mentalità, ma i suoi blocchi sono i migliori della lega e ne beneficiano tutti. È un giocatore versatile, unico e creativo, ma soprattutto un maestro di blocchi lontano dal pallone, da cui tutti proviamo ad imparare”. Complimenti che a Tucker arrivano anche dall’altra parte delle spogliatoio: “Come ci apre spazi lui per i tiri dagli angoli – sottolinea Herro – non ho mai visto nessuno. P.J. però non è solo fisicità nei blocchi: quello che lo rende unico è il timing con cui li porta". 

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Una squadra pensata e costruita più sui veterani che sui giovani e allora il simbolo non può che essere il veterano più veterano di tutti. Udonis Haslem ha 41 anni ed è il giocatore più anziano di tutta la NBA, ma nel match contro i Pelicans ha ribadito proprio questo. È (ancora) un giocatore. Non una mascotte, non un assistente sotto mentite spoglie. Poco più di 7 minuti con 2 punti, 2 rimbalzi, una stoppata e un plus/minus di +12. Acclamato dal pubblico durante il garbage time di un match precedente, non aveva voluto entrare contro la volontà di tutti (anche di Spoelstra), poi bersaglio sui social per una "scivolata" in una partita successiva, contro New Orleans Haslem ha voluto ribadire la sua presenza in campo per i giusti motivi. “A tutti può capitare di cadere sul campo, a 5 come a 25 anni, ma se capita a uno di 41 fa ridere. Io sono qui per aiutare la squadra a vincere e lo farò in ogni modo fino alla fine della stagione. Posso giocare, difendere - anche in uno contro uno - e sono felice di averlo ribadito. In estate ho parlato con Riley che mi ha spiegato qual'era la loro idea, come avrebbero voluto utilizzarmi e che lo avrebbero fatto di più rispetto alla scorsa stagione. Io voglio farmi trovare pronto. Mi è mancato terribilmente il training camp e quel tipo di lavoro duro [Haslem è stato lontano dalla squadra per la morte del padre, ndr], ma sto recuperando e per farlo al meglio prima delle partite io e Jimmy (Butler) saliamo al campo d’allenamento al primo piano assieme. Lì siamo solo noi, e quegli uno contro uno mi preparano ai match veri e mi aiutano a ritrovare la condizione”. “Lui è quello che alza il livello emotivo di tutto il gruppo - confida coach Spo - e non c’è nessuno di cui mi fido in palestra più di lui. Quest’anno abbiamo un roster con un’età media più alta: tutti parlano la stessa lingua, c'è grande chimica. UD non è un capitano non giocatore: è quello che entra dalla panchina e dà ancora la fiammata al gruppo, anche per più di due minuti. I fattori della nostra crescita ovviamente sono anche altri - spiega l'allenatore di Miami - e la condizione fisica perfetta di Jimmy [Butler], finalmente libero  di riposarsi nell'ultima offseason, ne è l’immagine perfetta. Viene sempre sottolineata la sua fisicità, il carattere agonistico, ma una delle sue prime qualità è la capacità di saper leggere perfettamente le difese avversarie; non solo per segnare, ma anche per trovare compagni liberi o prendere falli".

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Fondamentale anche la crescita di Tyler Herro. Nelle prime 7 partite di stagione ha segnato 157 punti, un totale mai toccato da nessuno uscendo dalla panchina. Oggi dopo 18 gare è ancora vicino ai 22 punti di media, con quasi il 40% da tre e oltre i 6 rimbalzi. Viene considerato un candidato fortissimo al premio di Sesto Uomo dell’Anno, e lui ha già confessato che ci terrebbe moltissimo. Oggi è lui (neppure 22enne) il giovane più scintillante di un gruppo di veterani arricchito dall’esperienza dei Lowry, dei Morris e dei Tucker, tutti arrivati con un anello al dito per dare esperienza ma non solo. Soprattutto il primo è stato corteggiato per anni da Riley, che una volta riuscito a portarlo a South Beach gli ha subito dato le chiavi della squadra, libero di dettare tempi e ritmi di gioco. In campo e fuori con lui arriva anche una gestione non facilissima del personaggio, ma la trasformazione di Miami dal suo arrivo è molto più evidente dei suoi numeri personali, che parlano di 12.5 punti, 7.7 assist, quasi 5 rimbalzi e 1.2 recuperi a partita. È lui la risposta più vicina al quesito preoccupato di uno dei quotidiani locali, il "Sun Sentinel" che un paio di settimane fa, dopo la partenza sprint della squadra, faceva notare come nessuna franchigia nella storia della NBA avesse mai vinto il titolo senza una vera superstar in spogliatoio. Se non lo è Adebayo, forse Lowry - anche un po’ per gli atteggiamenti - è la figura più vicina a questo, ma forse proprio non avere una singola superstar - ma una importante profondità ed equilibrio del roster - potrebbe essere il segreto sulle rive di Bayside. La solita forza del gruppo e della “Heat Culture”, che fa ancora sognare i tifosi e che li lasca a interrogarsi: alla FTX arena appenderanno prima un banner per un altro titolo NBA o quello con il numero 40 di UD?

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