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23 febbraio 2018

Olimpiadi invernali Corea 2018: la leggenda di Carolina Kostner, araba fenice del ghiaccio

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Carolina Kostner non smette di stupire: a 31 anni, dopo il quinto posto di PyeongChang, ci avverte che non è ancora finita. Non c'è un traguardo, c'è un viaggio meraviglioso che regala qualcosa di prezioso ad ogni tappa

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Una ragazza che cerca ancora la sua strada. Carolina Kostner chiude al quinto posto PyeongChang 2018, un risultato strabiliante per una pattinatrice della sua età (31 anni). Ma non è finita qua. C'è ancora qualcosa da dare, c'è ancora qualcosa da ricevere. E' uno sport che brucia in fretta le carriere perché le pattinatrici sono costrette a diventare adulte a 15 anni. Poi devono competere spingendo al limite le capacità fisiche e la capacità di resistere alle pressioni. Ecco perché molte a 20 anni hanno già detto basta. Carolina si è bruciata mille volte e mille volte è rinata dalle ceneri come l'araba fenice. L'azzurra ha prolungato la sua storia perché ha imparato con gli anni a mettere sul ghiaccio altre caratteristiche oltre a quelle che il talento naturale le ha concesso in dote. Ha combattuto Carolina, lo ha imparato dalla vita. Come sempre, le esperienze vissute le ha sapute mettere nella propria arte. Una qualità tipica dei grandi artisti. Esprimono se stessi, mettono la propria vita e le proprie emozioni nella creazione che diventa una proiezione dell'anima. Si può leggere la loro storia in ogni capolavoro.

Così ogni volta che pattina sul ghiaccio Carolina ci racconta la sua storia. Con orgoglio, quasi con riconoscenza. Non si è mai fatta trascinare dalle disavventure che possono farti intristire e riempirti la testa e i muscoli di rimpianti e amarezze. Si impara e si va avanti. La felicità e la fortuna di poter pattinare, di fare la cosa che più desideri, guarisce ogni cosa, è superiore ad ogni cosa.

Non si è mai arresa Carolina. E' questa la realtà della sua carriera. Non si è arresa ad un destino che la voleva dipingere come un talento incompiuto dopo averle dato la bandiera italiana a Torino 2006. Troppo presto per sostenere una nazione, non è un caso che Arianna Fontana lo abbia saputo fare benissimo ora a 27 anni e alla sua quarta Olimpiade. I tempi erano giusti. Non si è arresa dopo il disastro di Vancouver che aveva trasformato i dubbi in ingiuste e incaute certezze nei suoi confronti. Per la prima volta si è detta che non poteva finire così. E' ripartita da zero ed è risalita. Vincendo i Mondiali a Nizza, diventando la pattinatrice più medagliata nella storia degli Europei. Trasformando in leggenda una storia che voleva fermarsi solo ai risultati e a qualche immagine di caduta che cancella in un colpo solo le mille volte che invece sei rimasta in piedi e hai fatto bene. Sochi è stata la ricompensa più bella, un bronzo olimpico che ha restituito quello che Torino e Vancouver le avevano tolto. Poi la vicenda Schwazer, la squalifica, un lungo stop ad una età in cui di solito si inizia ad allenare le ragazzine che vogliono diventare come te. L'ennesimo ritorno è stato il più sorprendente. Un'altra volta ripartendo da zero. Ricostruendosi prima dentro e poi fuori come pattinatrice. Tornando a competere al più alto livello, tornando a lottare per le medaglie. Contro quelle ragazzine che dovresti allenare.

Ha avuto ragione anche questa volta, Carolina. Non era finita. Poteva aggiungere qualcosa. Ad esempio ora può pattinare regalando a tutti la consapevolezza che non ci si può fermare solo al risultato, che vederla pattinare è un momento di grazia che rimane oltre ai numeri. La Kostner ha perfino convinto i giudici a modificare l'interpretazione del sistema di punteggio del pattinaggio artistico. Per anni non hanno saputo dare un valore adeguato alle componenti artistiche che si sommano a quelle tecniche. L'eleganza di pattinatrici come la Kostner, la loro qualità nei passi e nella scorrevolezza, la capacità di interpretazione e la cura delle coreografie, non è stata sempre valorizzata. Poi Carolina ha convinto tutti che sono queste le caratteristiche che rimangono nel cuore, che definiscono lo sport del pattinaggio. E che in qualche modo devono entrare in una classifica che definisce i meriti. L'esempio di Carolina ha aperto una strada, ha dato equilibrio al sistema di giudizio, ha contribuito a fare crescere questo sport.

Ecco una delle tante cose che rimarranno di Carolina. Ecco una delle cose per cui è valsa la pena di continuare. Ora vuole aggiungerne altre. Sta ancora cercando la sua strada. Ed è la lezione più bella. Non c'è un traguardo finale, c'è un viaggio meraviglioso che regala qualcosa di prezioso ad ogni tappa.

E' il modo migliore di vivere lo sport. E' il modo migliore di vivere.

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