MotoGP. Marquez e Stoner, insieme a "Quota 38"

MotoGp

Paolo Lorenzi

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Quota 38 vittorie, come Stoner. Nell’olimpo dei grandi, il nome di Marc Marquez è stato spesso accostato a quello di Casey Stoner per il talento smisurato, ora il parallelo viaggia anche sui binari delle statistiche

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Trentotto vittorie in MotoGP per l’australiano, altrettante per lo spagnolo con l’ultima ottenuta in Francia. Numeri uguali ma storie diverse e una qualità in comune. Quella che conta e fa la differenza. Per non dire la storia di questo sport. Non è solo questione di cifre, ma di bravura e capacità in sella. Di estro alla guida, d’immaginazione che diventa ispirazione per il pubblico e incubo per gli avversari. Serve questo per diventare il riferimento di una stagione, o addirittura di un’epoca.

Con uno stile di guida si può segnare il proprio destino sportivo. Questo hanno fatto sia Marquez che Stoner. Funamboli su due ruote, illusionisti del manubrio capaci di magie inspiegabili. Tutto facile per loro, ciò che agli altri è sempre costato duro lavoro e tanto sudore. A Stoner bastava saltare in sella e in un giro intuiva come sarebbe andata a finire. Il primo turno del venerdì mattina era come l’ultimo del sabato: tempi inavvicinabili per gli altri, lui li staccava il primo giorno e con quel ritmo proseguiva fino alla gara. Capiva subito la pista e gli bastava poco per dare il meglio.

Poche regolazioni, tanto manico, l’elettronica nel polso destro, Marquez è il suo epigono. Ogni volta stupisce con le acrobazie che qualcuno chiama ancora fortuna. Può domare i quasi 300 cv della sua Honda con un fisico da fantino e l’agilità di un gatto. Per non parlare dei riflessi. Quando ci sei nato, non c’è niente da fare, correre diventa un gioco.

Stoner divenne un fenomeno quasi per caso. Arrivò in Ducati come temporaneo rimpiazzo. E vinse il titolo alla prima stagione, collezionando in tutto 23 vittorie con la rossa bolognese, prima di passare alla Honda. Dove impose la sua legge con altrettanta facilità. Marquez è arrivato alla HRC spinto dal vento di un mondo che lo aveva eletto, a ragion veduta, bandiera del nuovo motociclismo. Percorsi diversi, ma risultati sovrapponibili. E un solo grande rimpianto: quello di non essersi potuti confrontare in pista. Correre assieme, per soddisfare il sogno di chi li ama entrambi. E magari per stabilire chi, tra loro due, è davvero il più grande. Ma l’olimpo dei grandi ha spazio a sufficienza.

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