C'era una volta l'america(no): gli ultimi campioni e i meno vincenti

MotoGp
Paolo Beltramo

Paolo Beltramo

©Getty
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Da Shobert a Roberts, passando per chi ha chiuso l'era del piloti americani in 500 e MotoGP come Kenny Roberts Junior e Hayden: ricordiamo chi ha avuto un ruolo centrale nella crescita del movimento motociclistico statunitense

In questa breve storia dei piloti americani nel Motomondiale siamo quasi alla fine. Ma non vanno dimenticati alcuni piloti che non hanno vinto, ma che sono stati importanti per il movimento. Ad esempio Bubba Shobert, che finì la sua carriera centrando Kevin Magee a Laguna Seca nel giro d'onore. L'australiano stava facendo un'idiozia, cioè un burn out in mezzo alla pista e dopo un dosso venne centrato dall'americano che si fece molto male e chiuse la sua carriera (che poteva diventare fantastica) dopo tre titoli AMA Grand National Champion e quello Superbike Usa nell'88. Peccato, fu davvero un'ingiustizia.

Doug Chandler

Altri piloti che vale la pena ricordare sono Doug Chandler, che dopo averci corso negli USA passò al Mondiale SBK nel 90 con 2 vittorie, poi passa al Team Roberts con la Yamaha 500, nel '92 va alla Suzuki e finisce quinto, infine arriva alla Cagiva e ci resta nel '93 e '94: inizia benissimo con un terzo posto all’esordio, poi più nulla di eccezionale. Torna negli USA e corre là.

Chandler in azione
Chandler in azione

Mike Baldwin

Corre nel campionato americano SBK negli anni '80, è stato il primo vincitore della '8 ore di Suzuka' nel 1978 (poi rivinta nell'81 e '84). Corre nel Motomondiale tra il '79 e l'88, ma le sue stagioni migliori sono '85 e '86 quando corre con una Honda e poi con una Yamaha con la quale ottiene 5 terzi posti. Nell'87 si fa molto male ad Hockenheim, terza gara stagionale e rientra alla terzultima, corre ancora nell'88, ma poche gare e con scarsi risultati. Però per me Mike è stato importante. A Misano, nel 1986, la Yamaha decide di far provare la moto campione del mondo di Eddie Lawson. Io sono tra i fortunatissimi prescelti e la domenica sera, già gasato/intimorito da quello che vivrò il giorno dopo, gli chiedo: "Mike cosa devo fare domani?". La risposta è stata assoluta: "Stay on wheel!". Non cadere, insomma. Consiglio seguito…

Baldwin-Sheene 1978
Primo round del 'Transatlantic Trophy competition', 1978: Baldwin comanda davanti a Sheene

Dalla California Filice e Hopkins

Californiano di San Jose, Jimmy Filice era simpatico e sorprendente perché nel 1988 vince all'esordio la gara della 250 a Laguna Seca. Nell'89 fa un podio, poi più nulla: in tutto 12 gare tra 250 e 500 dall'88 al '95. C'è poi John Hopkins, nato in California da genitori british, che esordisce nel Mondiale nel 2002 con una Yamaha 500 gommata Dunlop: c'è già la MotoGP e correre con una 500 è particolarmente difficile, soprattutto se non si tratta delle ultime Honda. Precede comunque piloti forti come Gibernau, Harada, Laconi e McCoy. Questa stagione difficile ma in fondo positiva gli vale l'ingaggio per la Suzuki nel 2003, ma non è positiva. Un po' meglio il 2004 con le Bridgestone. L'anno successivo Suzuki migliora, ma resta lontana dai primi. Nel 2006 arriva lo sponsor Rizla, la moto diventa azzurra: si tratta dell'ultima annata con le 990cc, e Suzuki lavora già con una 800 in vista del 2007, non certo il miglior modo per essere competitivi al momento, ma una scelta sul futuro. Lui e Chris Vermeulen conquistano comunque tre pole. Il 2007 va bene, ottiene 3 podi. Nel 2008 passa alla Kawasaki senza i risultati sperati, così a fine stagione la Verdona si ritira dalla MotoGP e decide di puntare sul mondiale SBK. John Rescinde e passa in SBK con una Honda, ma non va bene. Nel 2011 torna occasionalmente sulla Suzuki MotoGP e SBK per poi chiudere la carriera in questa categoria nel 2012.

In realtà i problemi di John erano iniziati nel 2008 con problemi familiari e col licenziamento da parte di Kawasaki e infortuni. Lui ha cercato rifugio nell'alcol e si stava autodistruggendo. Poi il ritorno in MotoGP a Jerez nel 2011 in sostituzione di Bautista infortunato e la notizia buona: "Ho smesso con l'alcol per la benzina". Hopkins detto "Hopper" cioè "cavalletta" è uno di quei piloti che ti restano impressi al di là dei risultati. È un "pilota" in tutto. E poi simpatico, pazzoide, divertente. Ricorda un cartone animato con quella camminata storta e strana, quel sorriso così grande, quel modo di fare unico. Sorprendentemente lo ritroveremo tra poco.

John Hopkins
John Hopkins

Kenny Roberts Junior

Ed eccoci allora arrivati davvero alla fine dell'era del piloti americani in 500 e MotoGP. Ci riferiamo agli ultimi due campioni del mondo: Kenny Roberts Junior e Nicky Hayden, vincitori della 500 nel 2000 e della MotoGP nel 2006.

Cominciamo con il figlio d'arte che ha corso dal 1993 al 2007. Una carriera piuttosto lunga, quindi. Vince il titolo americano delle 250 nel '92, esordisce l’anno dopo come wild-card nel GP di casa sempre in 250, classe nella quale disputa anche 5 gare nel '94. Nel '95 corre tutto il mondiale e poi passa in 500. Nell'87 e '88 guida la KR V3 Petronas, moto di famiglia voluta da papà Kenny Sr. E non ottiene molto, quindi passa in Suzuki dove resta dal '99 al 2005. Nel '99, l’anno del ritiro inatteso di Doohan per un incidente in prova a Jerez finisce secondo dietro a Criville, mentre l'anno successivo vince davanti a Valentino Rossi e fa sue 4 gare in ognuna delle due stagioni. Diventa il primo pilota a vincere come figlio di un campione ancora in vita. L'arrivo della MotoGP nel 2002 non lo aiuta. Disputa stagioni opache con la Suzuki e nel 2006 passa di nuovo su una moto di famiglia, la KR211V sviluppata dal team di suo padre con un motore Honda clienti e ottiene due podi e il sesto posto finale. Nel 2007 la situazione, anche di rapporti interni, precipita e a metà stagione viene sostituito dal fratello Kurtis. Insomma si chiama Roberts, vince un titolo 500, ma non incide in modo particolare nella storia leggendaria dei piloti americani.

Kenny Roberts Jr
Kenny Roberts Jr

Nicky Hayden

Ora siamo davvero all'ultimo sprazzo, all'ultimo americano vincente: Nicky Hayden, ragazzo fantastico, persona amata da tutto il paddock e ora purtroppo nel ricordo di tutti dopo l'incidente in bicicletta che ce l'ha portato via nei pressi di Misano il 22 maggio 2017. Nasce ad Owensboro nel Kentucky il 30 luglio dell'81 e fa parte di una famiglia di appassionati di gare, quindi corre fin da bambino con motine da cross e già col numero 69 preso dal padre. Nel '99 diventa campione americano Supersport, nel 2000 finisce secondo nella SBK dietro a Mladin, supercampione della specialità, nel 2001 chiude terzo e nel 2002 vince la SBK Usa. Nel 2003 esordisce in MotoGP a fianco di Vale Rossi con la Honda ufficiale e ottiene due terzi posti. Nel 2004 Rossi va in Yamaha e al suo fianco c'è Barros e ancora ottiene due podi. La prima vittoria arriva nel 2005 a Laguna Seca e altri cinque podi con Biaggi come compagno.

Nel 2006 è campione del mondo della MotoGP all'ultima gara battendo Valentino Rossi. Ottiene 9 podi nelle prime 11 gare e 2 successi a Assen e ancora Laguna. Il finale è thriller perché dopo aver mantenuto la leadership del campionato dal terzo GP al penultimo (13 gare) dove viene tamponato dal compagno Dani Pedrosa e Rossi, finisce secondo perdendo per 8 punti la leadership del campionato. All'ultima gara di Valencia, però, Rossi scivola e Hayden vince il titolo interrompendo una serie di cinque titoli consecutivi di VR46.

2006, Hayden
GP Valencia 2006, Nicky Hayden

Si tratta, insieme, di un titolo meritato e un po' fortunoso, ma lui è così un bravo ragazzo che alla fine quasi tutti sono contenti per il suo successo. Corre ancora con Honda per due stagioni, poi passa alla Ducati a fianco di Casey Stoner. Nel 2011 ritrova Rossi come compagno, ma non ottiene grandi risultati e resta fino al 2013 quando arriva Andrea Dovizioso. Nel 2014 passa sulla Open del Team Aspar con una Honda RCV1000R, moto pochissimo competitiva e lo stesso fa nel 2015. Decide così di passare in SBK e a Sepang vince la sua prima gara. Viene poi chiamato a sostituire l'infortunato Jack Miller ad Aragona (Honda RC213V clienti). La sua ultima apparizione in MotoGP è a Phillip Island nel 2016 dove sostituisce l'infortunato Pedrosa: torna così a vestire la tuta HRC ufficiale, come ai tempi belli.

Nel 2017 continua in SBK, ma quell'incidente in bici ce lo porta via per sempre. Lascia i genitori disperati (lo seguivano spessissimo, il padre sempre) e 4 fratelli: 2 maschi Roger Lee e Tommy, entrambi piloti  e 2 sorelle, pure loro un po' pilotesse, Jenny e Karhleen. Così, in modo tragico e triste sembra finire l’era dei piloti americani nel Motomondiale, piloti che hanno vinto 17 titoli di cui 15 in 500 (3 Roberts; 4 Lawson; 2 Spencer; 3 Rainey; 1 Schwantz; 1 Roberts Jr; 1 Hayden) e 2 in 250 (1 Spencer; 1 Kocinsky).

Joe Roberts

Poi arriva il Qatar 2020, gara senza la MotoGP ed ecco che un ragazzino di Malibù che si chiama Joe Roberts (sì, proprio Roberts!!!) firma la prima pole position americana dal 2010 (allora fu Kenny Noyes). Insieme a lui come "coach" c’è John Hopkins che sembra averlo trasformato perchè Joe in Europa, tra Cev e Mondiale Moto2 c'è dal 2017, ma il miglior risultato che aveva ottenuto era un decimo posto e neppure nel Cev brillava più di tanto. Insomma c’era, ma era come se non ci fosse o quasi. Comunque il Team si chiama American Racing, ci sono, appunto Roberts e Hopkins, la pole è arrivata, in gara è finito quarto correndo bene e con la testa. Chissà, forse è il primo prodotto esportabile del campionato Moto America voluto e diretto da Wayne Rainey.

I hope.

Joe Roberts, Qatar 2020
Joe Roberts, Qatar 2020

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