24 novembre 2017

NBA, perché bisogna credere ancora in Markelle Fultz

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Le prime quattro partite hanno mostrato la peggior versione della scelta numero 1 al Draft, rallentato da un misterioso infortunio alla spalla. Ciò nonostante, i motivi per essere ottimisti sul suo futuro sono tutti lì da vedere

Le prime settimane della nuova stagione NBA sono sempre le più interessanti da seguire per la quantità di novità che propone, tra squadre con nuovi assetti, giocatori che indossano nuovi colori e gerarchie ancora da stabilire. Tra le cose più interessanti c’è la possibilità di dare una prima occhiata a come le nuove generazioni di giocatori provenienti dal Draft cercano di ambientarsi, adattare il proprio gioco e le proprie skills al mondo dei più grandi, quello che fino a ieri guardavano a distanza, come obiettivo in prospettiva. Essere catapultati in un mondo molto più frenetico, ancor più competitivo e decisamente selettivo può rivelare sin da subito la natura mentale di un ragazzo, il quale può trovarsi subito a suo agio grazie a caratteristiche tecniche speciali e/o una personalità di spessore tale da permettergli di inserirsi al meglio, oppure - e questa è l’opzione più frequente - venire sovrastato inizialmente da una novità che si rivela ben più imponente rispetto alle previsioni, cadendo in una sorta di cratere mediatico in cui, troppe volte e con troppa facilità, vengono affibbiate etichette nel brevissimo termine.

E se a Philadelphia c’è un Ben Simmons che sembra essere arrivato da un universo parallelo in cui già da dieci anni giocava da professionista a questi livelli, l’altra faccia della medaglia propone un Markelle Fultz che nelle sue prime apparizioni NBA ha messo in istantanea agitazione i tifosi dei Sixers per il modo in cui si è presentato. La pressione, il radicale cambiamento della meccanica di tiro, la gestione dell’infortunio alla spalla fanno parte di una serie di avvenimenti che si sono susseguiti sin dal primo giorno del training camp e che lo hanno messo molto velocemente sotto un riflettore dalla luce accecante. Una situazione tale da mettere in difficoltà anche l’ambiente che circonda la franchigia, nonostante negli ultimi anni siano stati tutt’altro che tranquilli da questo punto di vista come dimostrano i lunghi periodi saltati per infortunio o precauzione dai vari Nerlens Noel (anno da rookie saltato), Joel Embiid (due anni fermo prima di vederlo esordire in NBA) e pure lo stesso Ben Simmons (come Noel) - ma sicuramente trattate in maniera migliore rispetto a questa.

La timeline di Fultz

Per fare maggiore chiarezza dobbiamo ripercorrere tutti i molteplici passaggi della seppur breve carriera di Fultz tra i pro. Il 22 giugno 2017 viene scelto alla 1 dai Sixers dopo aver passato una stagione all’università di Washington senza che questa posizione venisse mai messa in discussione: l’arsenale di talento, movimenti e istinti non conosceva rivali e la brutta annata della sua squadra (9-22 e allenatore cacciato al termine di questa) non ne avevano scalfito il valore. L’unico che sembra aver avuto dubbi su questa scelta era Danny Ainge, General Manager dei Boston Celtics e proprietario originario della prima scelta assoluta, poi ceduta a Philly in cambio della scelta #3 (poi diventata Jayson Tatum) e di una futura, sempre al primo giro.

Una settimana e mezzo dopo, durante la Summer League di Salt Lake City, fa il suo debutto ufficiale con la maglia dei Sixers contro i Celtics e Tatum e gioca come ci si aspettava: smooth, sempre alla ricerca del miglior tiro possibile e con una meccanica che sicuramente ha bisogno di qualche ritocco (alla luce anche del 65% ai liberi registrato a Washington), ma che sembra a posto in gran parte degli aspetti più importanti come ritmo, rilascio ed efficacia. Al primo giorno di training camp, il 26 settembre, qualcosa nella routine di Fultz al tiro non sembra essere più lo stessa. E dire “qualcosa” è un eufemismo bello e buono, perché Markelle passa da un rilascio migliorabile ma comunque sufficiente a uno da… Shaquille O’Neal.

 

Tutto questo a 2 mesi e mezzo di distanza

Cos’è successo in questo lasso di tempo? Il primo ad aver avuto voce in capitolo è stato Brett Brown, che ha parlato di uno stile cambiato durante l’estate senza che nè lui nè lo staff tecnico ne sapesse niente, puntando il dito contro i suoi conoscenti e soprattutto un trainer specifico, Keith Williams, reo di avergli consigliato questo cambiamento. Ma Williams ha sempre negato di essere lui l’artefice della nuova meccanica e solo in seguito, proprio lo stesso Fultz ha confessato a Kevin O’Connor di The Ringer di averla modificata per un problema alla spalla destra che non gli permetteva di alzare il pallone senza accusare dolore, aiutandosi dunque con la mano sinistra per portarlo al punto di rilascio.

Un problema che non era mai stato accennato ad alcun membro dei Sixers fino a quel momento, causando una gestione del problema a dir poco comica dalle due parti. L’agente di Fultz Raymond Brothers ha dichiarato a Adrian Wojnarowski di ESPN che Fultz aveva drenato dei fluidi dalla spalla prima dell’inizio della stagione per ovviare a questo dolore, salvo poi ritrattare poche ore dopo dicendo invece che aveva fatto delle punture di cortisone con lo stesso scopo. Dall’altra parte Bryan Colangelo è sembrato cadere dalle nuvole: prima ha fermato la guardia per tre partite per accertamenti, dopodichè ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui comunicava che sarebbe stato fuori a tempo indeterminato per uno “squilibrio muscolare scapolare”, lasciando inoltre intendere che questo infortunio sia dovuto principalmente al cambio della meccanica di tiro.

La gestione grottesca della situazione ha messo ancora più sotto i riflettori Fultz, accusato di avere una personalità debole per essere una prima assoluta - e quindi una potenziale futura stella della Lega - per il modo in cui si è lasciato convincere a cambiare così radicalmente un aspetto fondamentale del suo gioco. In più, la grande partenza di Tatum a Boston ha messo la pulce nell’orecchio su quello che potrebbe essere il reale valore dei due e di come Ainge al momento sembra il grande vincitore della trade avvenuta poche settimane prima del Draft, quando invece sembrava un’enorme vittoria per Philly.

Ainge quindi è un genio? Possibile, ma:

a) non esaltiamo e non mettiamo alla berlina la carriera di un rookie dopo solo un mese, dato che la curva di crescita e apprendimento per entrambi non è neanche lontanamente vicina al punto più alto;

b) probabilmente Ainge aveva informazioni migliori e più approfondite su Tatum di quante ne avesse su Fultz, e di qui la scelta di rischiare sul prodotto di Duke;

c) non sottovalutiamo il fattore ambientale: Tatum è capitato nel miglior posto per fare bene da subito, sfruttando uno dei migliori coaching staff della NBA e il brutto infortunio a Hayward per guadagnare subito un buonissimo minutaggio.

Anche perchè di Markelle abbiamo visto poco, troppo poco e in una situazione particolarmente avversa per dare un giudizio quantomeno accettabile sul suo conto - anche se di buoni flash promettenti nelle quattro partite giocate ce ne sono stati.

I lampi di Markelle

Non si può che parlare di flash del talento di Fultz, dato che i minuti totali giocati in questa stagione sono stati soltanto 75 e con medie tutt’altro che eccezionali. Eppure, nonostante lo scarso utilizzo e i numeri tutt’altro che intriganti (6 punti, 2.3 rimbalzi e 1.8 assist a partita) oltre alla grossa limitazione della spalla che lo portava a rifiutare jumper o tiri da 3 aperti, ci sono aspetti del suo gioco che avrebbero dovuto saltare agli occhi, se non fossero stati costantemente offuscati dalla brutta meccanica di tiro: su 39 possessi offensivi da lui conclusi (dato SynergySports) solo 7 di questi sono arrivati da jumper, e nessuno da distanza superiore ai 5 metri.

Di contro però Fultz ha mostrato ottime cose dal punto di vista della comprensione e del gioco, cercando di ovviare ai problemi al tiro attaccando le difese con tagli dal lato debole eseguiti con ottimo tempismo e che dimostrano degli istinti purissimi, i quali si accoppiano molto bene con le caratteristiche degli altri Sixers, specialmente con il duo Simmons-Embiid.

Nelle poche volte in cui è riuscito ad agire palla in mano, le sensazioni sono rimaste quelle che ricordavamo dalle sue partite in NCAA con Washington, nelle quali riusciva a creare distanza dal palleggio grazie alle caviglie che gli permettono quelle herky-jerky-moves imprevedibili per i difensori, oltre all’ottimo uso dei cambi di ritmo e una testa che rimane sempre alta per capire dove andare a colpire.

Le capacità di passaggio sono un aspetto tutt’altro che facile da traslare dal gioco collegiale a quello NBA, ma anche qui Fultz riusciva a trovare i compagni con facilità, dimostrando di riconoscere bene quello che stava succedendo attorno a lui.

Dai video si possono individuare due aspetti su cui dovrà lavorare obbligatoriamente per essere un realizzatore affidabile a livello NBA: il range di tiro e la finalizzazione al ferro. Se la prima è strettamente legata a una maggiore fiducia nel suo tiro in sospensione - sperando che l’infortunio non si porti dietro strascichi dal punto di vista mentale (timore di concludere al ferro o esitazione nelle conclusioni perimetrali) -, la seconda è un passaggio che riguarda tutti i rookie (o almeno quelli che non si chiamano Ben Simmons) e che viene messa a posto con il tempo nel momento in cui ci si riesce ad ambientare alla fisicità della NBA.

In conclusione, è molto presto per etichettare il rookie di Phila come un bust, soprattutto alla luce delle vicende che lo hanno coinvolto e per quel poco che ha fatto vedere sul parquet di gioco. Nel giro di due-tre settimane la sua situazione fisica verrà rivalutata dallo staff medico dei Sixers e si sapranno con maggiore chiarezza i suoi tempi di recupero. Fino a quel momento ogni giudizio su Fultz deve essere sospeso, in attesa che possa dimostrare il suo vero valore in campo - ma i segnali che possa diventare un giocatore speciale si sono intravisti anche nelle prime quattro partite disputate.

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