NBA, auguri Belinelli: i nuovi Spurs, i playoff alle porte, i Mondiali con la nazionale

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Mauro Bevacqua

Nell'intervista concessa in esclusiva a SkySport.it per il suo 33° compleanno, la guardia di San Antonio racconta la stagione ("altalenante") degli Spurs, le ambizioni nei playoff ("Speriamo di evitare Golden State"), un Popovich "cambiato" e le speranze da riporre in un Mondiale da protagonista in maglia azzurra. Due eventi, sia i playoff che i Mondiali, da seguire in esclusiva su Sky Sport

SPURS, LA PRIMA RESURREZIONE

SPURS, LA SECONDA RESURREZIONE

LA STAGIONE DI BELINELLI E DEGLI SPURS

Auguri Marco Belinelli. Compie 33 anni e 11 di questi – esattamente un terzo della sua vita – li ha trascorsi nella NBA. Dica la verità, se l’aspettava?

"Sinceramente no. È sempre stato il mio grande sogno, ho avuto e continuo ad avere una passione enorme per la pallacanestro e fin da piccolo ho sempre pensato in grande, ma arrivare a immaginare che dal 2007 sono nella lega, riuscendo a vincere un titolo NBA e una gara del tiro da tre punti... beh, quello non l’avrei detto mai".

Ha già pensato alla fine di questa bellissima avventura?

"Sinceramente no, perché sento ancora dentro di me la passione e la voglia di confrontarmi coi migliori. Senza ambizioni e senza voglia di migliorare sarebbe stupido andare avanti, ma finché sto bene fisicamente e sento la stessa voglia di sempre di combattere e di vincere non mi pongo questa domanda: il mondo americano mi piace moltissimo".

Vede una chiusura di carriera in Europa, o in Italia?

"Non so rispondere ora, ma è anche difficile pensare di tornare al livello italiano quando sei stato abituato per anni all'organizzazione e al livello di competizione della NBA. Quello dell'Eurolega è un livello altissimo, ci sono squadre forti e si gioca una bella pallacanestro, completa, ma comunque vorrebbe dire passare dall’essere al top a qualcosa non più al top, per cui ora non ci penso. Sto bene qui, io e la mia ragazza Martina ci troviamo bene a San Antonio e vogliamo vedere cosa ci riserva il futuro, anche perché ho un altro anno di contratto con gli Spurs ma nella NBA sappiamo che può succedere qualsiasi cosa".

È tornato a San Antonio dopo tanti anni: non ci sono più Duncan, Ginobili, Parker e Leonard, ma c’è sempre la cosiddetta Spurs Culture: sono più le differenze o le similitudini rispetto alla sua prima esperienza in Texas?

“Secondo me sono più le similitudini, perché alla fine la voglia di vincere e di giocare assieme unite a un'organizzazione che qui a San Antonio è unica finiscono per essere più importanti dei cambiamenti nello stile di gioco, inevitabili proprio per via dello stravolgimento subìto in questi anni dal roster”.

La vostra stagione…

"Altalenante [ride]"

A inizio dicembre il record diceva 11-14 e sono arrivate sconfitte dagli scarti imbarazzanti.

"Vero. Onestamente il primo mese è stato veramente duro, difficile, perché non riuscivamo a trovare una chimica di squadra accettabile, per via delle tante novità a roster. C’era come una sorta di paura, parecchia confusione e poco gioco di squadra, ci chiedevamo: 'Oddio, cosa sta succedendo qui?'. Poi però alla fine… non si scherza con gli Spurs: siamo tornati a giocare una pallacanestro solida, il movimento della palla è diventato molto più fluido, si è tornato a rivedere uno stile San Antonio Spurs che fa del gioco di squadra il suo punto forte, anche grazie al contributo di veterani come me e Patty [Mills] dalla panchina".

Poi però una vittoria e sette sconfitte nel famoso Road Trip.

"È stato un momento di stagione deludente, che ha evidenziato un dato che è sotto gli occhi di tutti: il fatto che giochiamo molto meglio in casa che in trasferta [29-8 il record casalingo, 14-23 quello lontano dall’AT&T Center, ndr]. Non funzionava quasi nulla: tanti errori dietro, soprattutto nella fase di transizione difensiva, la palla non si muoveva bene in attacco, la pausa per l’All-Star Game in mezzo al giro di trasferta non ci ha aiutato e sicuramente abbiamo accusato un po’ di stanchezza mentale. In più abbiamo affrontato squadre molto forti [Golden State, Portland, Utah e Toronto tra le avversarie, ndr]".

Per l’ennesima volta però è arrivata una reazione, con nove vittore in fila.

"Sì, una striscia di successi che oggi ci mette in quel gruppo di squadre in competizione per una testa di serie che può essere l’ottava ma anche la settima, la sesta o addirittura la quinta. La nostra posizione nei playoff sono sicuro che finiremo per saperla solo negli ultimi giorni di stagione e il calendario non è facile, perché affrontiamo ancora tante squadre forti e altre impegnate a loro volta a raggiungere i playoff. Cercheremo di ottenere la miglior testa di serie possibile ma ovviamente – se devo essere sincero – l'augurio è quello di non incontrare i Golden State Warriors al primo turno. Per me loro restano i più forti di tutti e anche se in stagione li abbiamo battuti due volte su tre se possibile io vorrei evitarli. Magari un incrocio con Denver sarebbe forse un po’ meglio, sicuramente più accettabile, anche se poi anche loro hanno fatto una grandissima stagione e sono una grande squadra, fatta di tanti giocatori di talento. Vedremo: mai come quest’anno l’impressione è che nella NBA tutti possano davvero battere tutti, anche se poi ovviamente sulla lunga distanza di una serie a sette partite l’upset diventa più difficile. Warriors a parte, magari, ora che ci conosciamo meglio e giochiamo una pallacanestro migliore, sono comunque convinto che questi Spurs possano dare filo da torcere a tante squadre".

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Spurs ai playoff per il 22° anno di fila: l’ennesimo capolavoro di Popovich.

"Un Popovich che è cambiato. Nei miei primi due anni a San Antonio era molto più facile che si infuriasse e urlasse contro tutto e tutti – da Tony Parker a Manu [Ginobili], da me a Danny Green, uno che veniva massacrato regolarmente [ride]. Lo faceva sempre per farci migliorare, sia chiaro, mai negativamente, ma oggi è diverso. Oggi è un Popovich che comanda e domina come sempre ma è un po’ più tranquillo, sa di avere tra le mani una squadra diversa, con giocatori nuovi da conoscere – chi è più permaloso, chi meno – e lui cerca con tutti il miglior modo possibile di comunicare. Ciò nonostante è riuscito lo stesso nel fare un’impresa che – se non voglio definire miracolo, perché comunque abbiamo due All-Star in squadra – è sicuramente notevole, perché Popovich non si discute, come allenatore e ancora di più come persona fuori dal campo".

Poco tiro da tre punti, due stelle che abitano nel mid-range: siete in controtendenza rispetto alla lega.

"Noi siamo gli Spurs [ride]. Il nostro gioco è questo, basato sulle caratteristiche dei nostri giocatori principali, ovviamente DeMar DeRozan e LaMarcus Aldridge. Dal punto di vista offensivo loro due, più Rudy Gay, sono le chiavi del nostro gioco, sono quelli che creano spazi per i tiratori – soprattutto DeMar è molto bravo in questo, mentre L.A. è una garanzia in post, e a lui ci appoggiamo tantissimo. In attacco giochiamo così, e poi dobbiamo difendere bene per poter correre in contropiede quando possiamo: la nostra identità è questa. Non ci preoccupiamo troppo dei trend della lega: noi siamo gli Spurs, queste sono le nostre caratteristiche e così giochiamo, senza problemi nell’iniziare le partite con due veri lunghi come LaMarcus da 4 e Jakob [Poeltl] da 5".

C'è però chi dice che una squadra con Derrick White e Bryn Forbes come guardie titolari non può avere reali ambizioni.

"Se si pensa alle edizioni degli Spurs con Parker, Manu e Leonard tra gli esterni posso anche essere d’accordo. Ma White ad esempio oggi è il nostro miglior difensore, quello che coach Pop mette sempre sull’esterno più forte degli avversari. Il suo rendimento è stato sorprendente anche per noi, così come quello di Forbes - che è giovane, sta ancora imparando tanto, ma è un eccellente tiratore, un grande realizzatore, magari un po’ piccolino per il ruolo ma che se è in giornata può far male contro ogni difesa. Me lo ricordo benissimo a Michigan State, insieme a Denzel Valentine – lo abbiamo affrontato anche con la nazionale in amichevole: un’autentica macchina da canestri".

A proposito di nazionale…

"Si torna ai Mondiali, sono super carico. È una sensazione unica, una manifestazione importante, con un livello di competizione altissimo, che spinge ognuno di noi a dare il meglio, per dimostrare quanto siamo forti come squadra. Ho parlato con il presidente [Petrucci], col Gallo e con alcuni compagni di squadra: la voglia di far bene c’è tutta. Tra l’estate e settembre sono successe alcune cose, ma sono convinto che siano assolutamente superabili, per il bene della squadra e per il bene dell’Italia. Con il presidente ci siamo sempre sentiti con regolarità durante tutto l’anno, c’è un ottimo rapporto e mi ha chiamato anche il giorno dopo la qualificazione: 'Ti aspettiamo', mi ha detto. Sentito lui, ho sentito anche Gallo e la volontà di portare l’Italia a fare un bel risultato in una competizione finalmente prestigiosa c’è tutta".

Playoff alle porte: senza LeBron James.

"Io l’avevo detto! Sia chiaro, LeBron è incredibile, resta il miglior giocatore al mondo, ma per com’erano stati costruiti questi Lakers non mi avevano mai convinto. Ci sono stati tanti infortuni e tutto quello che sappiamo, ma a parte LeBron il roster di L.A. non mi ha mai convinto: non mi sorprende che siano rimasti fuori e sarà stranissimo non vedere il 23 ai playoff".

Di Golden State favorita ci ha già detto: chi vede come alternativa possibile a Ovest?

"Houston. I Rockets li vedo molto bene, sono completi, si sono rinforzati molto sul mercato prendendo giocatori di grande impatto anche difensivo".

E a Est?

"Milwaukee molto bene. Boston molto bene. Philadelphia molto bene, ma con un dubbio: con cinque titolari di quel livello, un pallone potrebbe essere troppo poco. La nostra versione dello scorso anno per me rimane illegale: sono convinto avrebbero dovuto insistere con quel gruppo ma vabbé… E poi c’è Toronto, ma io la metto un gradino sotto".

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