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NBA, alcune squadre chiedono di ripartire direttamente “dalla bolla”

ritorno in campo
©Getty

Si continua a lavorare in vista di una possibile ripresa della stagione NBA: in diverse città come New York, Toronto e Boston le franchigie vogliono evitare di riportare i giocatori in città, ripartendo così direttamente con il training camp nel luogo scelto dalla lega per ospitare le gare - che sia Las Vegas o Disney World a Orlando

CORONAVIRUS: AGGIORNAMENTI IN DIRETTA

Non in tutti gli Stati Uniti il contagio da coronavirus è sotto controllo: sono diverse le situazioni e le zone in cui le restrizioni volute dai governatori continueranno anche nelle prossime settimane a prevedere che i campi d’allenamento restino chiusi. Per questo diverse franchigie NBA hanno chiesto alla lega se i loro giocatori possano bypassare il ritorno in quelle città e dirigersi direttamente nel posto che verrà indicato per iniziare il training camp. Secondo quanto riportato da ESPN, in città come New York, Boston e Toronto sarebbe complicato pensare di riportare buona parte dei giocatori che nelle ultime settimane sono andati via - dovendo prevedere una quarantena che in alcuni casi sarebbe anche più lunga dei 14 giorni canonici. Restare così a lungo a casa prima di poter tornare ad allenarsi in palestra renderebbe sostanzialmente inutili il ritorno in città e le squadre preferirebbero evitare di esporre i giocatori a un doppio viaggio. La NBA ha spiegato alle franchigie che sta lavorando a una soluzione che prevede di far convergere alcuni roster direttamente nel luogo in cui si costruirà il campus all’interno del quale le squadre dovranno restare per tutta la durata della fase finale della stagione. Indicazioni di massima che dovranno essere confermate e dettagliate sembra attorno al 1 giugno, il momento secondo molti in cui si comunicherà ufficialmente la ripartenza della stagione NBA. Uno dei tanti esempi fatti è quello di Kyle Lowry, giocatore dei Raptors che si è trasferito a casa sua a Philadelphia in questo periodo di lockdown: nel suo caso, ritornare in Canada vorrebbe dire affrontare 14 giorni di quarantena - come minimo - senza potersi allenare in palestra, né poter essere seguito da vicino dai trainer dei Raptors. Complicazioni da evitare e su cui la NBA sta già lavorando.

Come ripartire? Coinvolgere tutte e 30 le squadre o iniziare con i playoff?

Un altro dei nodi fondamentali ancora da sciogliere è il format che la NBA deciderà di proporre in questa fase finale di stagione: come riprendere? Concludere la regular season e coinvolgere 30 squadre o ridurre il numero di roster e giocatori da coinvolgere ripartendo direttamente dai playoff? Un caso simbolo della situazione è quello dei campi di allenamento a New York di Nets e Knicks - aperti da qualche giorno, ma poco frequentati da giocatori che preferiscono non rientrare nella città epicentro della pandemia. A questo poi si aggiunge il fatto che chi gioca per i Knicks non sa se dovrà effettivamente o meno tornare sul parquet. La lega appare ancora combattuta e non ha ancora chiarito quale sarà la scelta: un mini spezzone di regular season in cui giocherebbero tutti, il passaggio diretto ai playoff oppure una versione ibrida - che coinvolgerebbe più delle sole 16 squadre da mandare in post-season, ma meno delle 30 complessive. La sensazione è che la NBA voglia ridurre al minimo i rischi, evitando di coinvolgere nuovamente tutte le franchigie, ma su questo al momento regna l’incertezza. Se l’idea è quella di disputare tra le cinque e le sette partite di regular season - per chiudere tutti a quota 70 gare stagionali - sembra eccessivo chiedere a chi è in fondo alla classifica di mettere in piedi uno sforzo organizzativo del genere per una manciata di partite senza senso sportivo (visto che ormai sono fuori dai playoff) da giocare a porte chiuse all’altro capo degli Stati Uniti.

Niente torneo tra le "ultime" in classifica: "Non avrebbe molto senso"

Un’altra delle proposte venute fuori era quella di coinvolgere le squadre con i record peggiori in un torneo a parte: un’idea che ha raccolto scarso entusiasmo, visto che si trova in fondo alla classifica al momento pensa solo ed esclusivamente a consolidare le sue possibilità di ottenere un’alta posizione al Draft (e non di certo a ridurre le proprie opportunità alla Lottery vincendo qualche partita senza senso in una situazione d’emergenza). A questo si aggiunge anche il rischio infortuni, che le franchigie NBA tentano sempre di evitare in ogni circostanza. Per quello chiedere alle 30 squadre di concludere la stagione con un numero uguale di gare disputate - massimizzando il guadagno di contratti televisivi locali sottoscritti dalle varie franchigie - appare come una soluzione certamente più equa e redditizia per tutte le parti coinvolte. Nel caso in cui dovessero esserci tutte e 30 le squadre coinvolte, la NBA ha già previsto di spalmare le partite durante l'arco dell'intera giornata - come fatto con la Summer League - iniziando da mezzogiorno e andando avanti fino a sera, per concentrare e ridurre così al minimo i tempi. Una buona notizia per chi come noi vive su un altro fuso: se questa fosse la decisione per la ripartenza, ci sarebbero un bel po' di partite da vedere in diretta sin dal tardo pomeriggio.

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