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NBA: Steph Curry ai New York Knicks, se gli Warriors avessero ascoltato papà Dell

Il retroscena
©Getty

Non sempre si hanno le idee chiare su quale sia la strada migliore da seguire: 11 anni fa il n°30 di Golden State non aveva dubbi, convinto di voler diventare un giocatore dei Knicks al Draft 2009. Poi però si sono messi di mezzo gli Warriors, nonostante gli insistenti consigli di papà Dell Curry

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Tra il numero 7 e il numero 8 alle volte passa un’enorme differenza, come raccontato in maniera ironica da Ficarra e Picone in un film del 2007 pieno di equivoci e siparietti divertenti girati nei vicoli di Palermo. Due anni dopo su un palcoscenico diverso - quello del Madison Square Garden di New York - sarebbe andata in scena una commedia dal significato profondamente diverso, ma che avrebbe potuto avere lo stesso identico titolo: “Il 7 e l’8”, tanto basta a cambiare il destino di una franchigia NBA. Per una volta infatti i Knicks ci avevano visto giusto, incantati dalle capacità di un giovane gracile talento di nome Stephen Curry - figlio d’arte di papà Dell e pronto a scegliere New York come la sua squadra NBA. Curry non aveva mai fatto mistero delle sue intenzioni all’epoca, sottolineando come preferisse giocare per i Knicks di coach D’Antoni - affascinato dalla veloce circolazione di palla (almeno sulla carta…), tanto da arrivare a dire: “Questo è il sistema del quale voglio far parte”. Una richiesta non solo di facciata che costringeva la squadra di New York a muoversi con una certa urgenza: la scelta n°7 al Draft infatti era dei Golden State Warriors, la otto dei blu-arancio della Grande Mela. Bisognava evitare che Curry fosse scelto prima dalla squadra di San Francisco. Un assalto ben orchestrato, ma non andato a buon fine, come spiega nel dettaglio al New York Post Larry Riley - allora GM a Golden State e convinto di voler puntare su Steph: “Sia l’agente Jeff Austin che suo papà Dell mi fecero capire in maniera chiara che non volevano che Curry finisse a San Francisco, ma ho voluto correre il rischio. Il fatto che mi avessero telefonato lasciava intendere che la situazione non sarebbe stata delle migliori, almeno all’inizio. Sono delle persone perbene, prima ancora che dei grandi professionisti. Non appena abbiamo scelto Steph, non c’è stato più nulla da ridire o discutere a riguardo. Sapevo che New York era molto interessata a lui e che quella fascinazione era reciproca al tempo. Ora però le cose sono decisamente cambiate”.

La differenza che passa tra uno Steph Curry e un Jordan… Hill

Alla guida della dirigenza dei Knicks nel 2009 c’era Donnie Walsh, uomo rispettato dallo stesso Riley (“Quando ho capito che anche lui voleva Curry, ho rafforzato la mia convinzione”) e ancora disperato a 11 anni di distanza per non essere riuscito a convincere gli Warriors a desistere: “Volevamo davvero Steph, ma quando ho capito che ci sarebbe scappato via per poco ho cercato di mettere in piedi una trade per salire al Draft. Nessuno però era intenzionato a lasciarci spazio: so che avrebbe cambiato le sorti della squadra, se solo fossimo stati in grado di sceglierlo”. Una differenza enorme, visto che alla n°8 dei quel Draft è arrivato Jordan Hill - in campo soltanto in 24 partite prima che i Knicks decidessero di cederlo ai Rockets per liberare spazio salariale. Non l’affare del secolo, come dimostra anche il fatto che a New York hanno poi vinto una sola serie playoff negli ultimi 11 anni, contro i tre titoli NBA conquistati da uno Steph Curry sempre più protagonista. Fonti che ben conoscono la situazione però hanno raccontato al New York Post che in realtà Walsh non ha mai contattato i Timberwolves per chiedere conto delle scelte numero 5 o 6 a disposizione di Minnesota - e malamente sprecata anche da loro, senza puntare su Curry: “Donnie non sembrò pronto e reattivo nel costruire una strada diversa da percorrere per arrivare a un talento del genere. Sarebbe bastato davvero poco”.

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