MotoGP days: Rainey, Roberts e il fascino del motociclismo americano

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Paolo Beltramo

Paolo Beltramo

Lunedì 6 aprile è un giorno speciale per i MotoGP days, perché daremo spazio a due americani dalla storia particolare. Da una parte Wayne Rainey, un pilota felice, forte, quasi imbattibile. Dall'altra parte Kenny "King" Roberts, il primo statunitense capace di cambiare i valori in pista dominando le gare

Lunedì 6 aprile programmazione speciale su Sky Sport MotoGP (canale 208) per rivedere il meglio della carriera di Rainey e Roberts

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Wayne Rainey, un fenomeno sempre sorridente

Wayne Rainey per me è speciale. Non soltanto per i suoi risultati, ma soprattutto perché con lui sono riuscito ad instaurare un rapporto di amicizia nonostante la barriera della lingua. Nato a Los Angeles il 23 ottobre (guarda un po' le coincidenze, il 23 ottobre se ne è andato il Sic) del 1960, nel 1983 con una Kawasaki e il numero 60 vince il titolo americano della Superbike. Visti i risultati Kenny Roberts lo prende per il suo team che corre in 250 con la Yamaha, ma Wayne ottiene un solo podio, guarda caso a Misano nel giorno della famosa vittoria all'esordio mondiale di Fausto Ricci. Va forte, ma non abbastanza per recuperare da partenze solitamente disastrose: allora nel Mondiale si parte ancora a spinta, ma negli Usa è invece già in vigore la partenza con motore acceso. Rainey quindi torna negli Usa, ma Kenny lo richiama nel 1988, questa volta per guidare la Yamaha 500 e con il nuovo regolamento che ha cancellato da anni la partenza a spinta forse anacronistica, non lo nego, ma così emozionante e bella con quel momento di silenzio assoluto rotto dallo scalpiccio delle suole degli stivali sull'asfalto e poi dai motori che prendono vita nel classico frastuono.

 

In quel 1988 finisce terzo nel Mondiale e vince il suo primo GP a Donington e pure la 8 ore di Suzuka in coppia con Kevin Magee su una Yamaha YZF 750. Nell'89 vince 3 gare (Laguna, Hockenheim e Assen, ma cade in Svezia ad Anderstorp mentre cerca di battere Lawson. Finisce secondo nel Mondiale, insomma è lì, c'è. E difatti il '90, '91 e '92 sono suoi, diventa per tre volte consecutive Campione del Mondo della 500, come il suo team manager Kenny Roberts. Il '92 però è una stagione contraddittoria: Rainey cade a Suzuka, infila 3 secondi posti poi cade al Mugello, vince a Barcellona e non partecipa al GP di Hockenheim per le conseguenze di una caduta in prova. Non corre neanche in Olanda dove però accade l'incidente di Mick Doohan che deve saltare 5 gare per tornare all'ultima gara in Sudafrica ancora molto mal messo, fuori allenamento, debole, magro, con le stampelle, però eroico in quel suo tentativo disperato di riprendersi un titolo che sembrava suo e che invece va a Rainey, il pilota che credeva di aver perso.

 

Una delle qualità più importanti di Rainey è quella di riuscire a "correre sopra i problemi", cioè non farsi influenzare troppo da quello che non ti piace, ma dare il massimo comunque. È riuscito a vincere uno dei suoi 3 titoli con le Dunlop, ai tempi meno performanti delle Michelin. La spiegazione? Semplice: "Se aspetto che Dunlop mi faccia la gomma anteriore che voglio perdo questo Mondiale e forse anche il prossimo, così cerco di guidare forte lo stesso".

 

Ed eccoci al 1993. Rainey è primo nel Mondiale, primo in quella gara a Misano, ma cade e si frattura alcune vertebre dorsali e rimane paralizzato alle gambe. Mi toccherebbe il compito difficilissimo di intervistare Schwantz che con l'incidente di Rainey diventa campione, ma non riesco a dirglielo. Lui per primo non crede alla notizia che sia una caduta molto grave, spera di potersela giocare in pista e di non vincere così. Glielo dirà un mio collega, io non me la sento proprio di aggiungere altre lacrime, altro dolore in quel pomeriggio assurdo, triste e silenzioso.

 

Wayne però è uno tosto, tostissimo e reagisce correndo in un campionato di kart, cambia casa per avere meno barriere architettoniche e dal '94 al '98 diventa team manager nel motomondiale con le Yamaha dello stesso colore che aveva quando correva lui. Dal 2014 è organizzatore del campionato MotoAmerica Superbike nel tentativo di riportare i piloti del suo Paese di nuovo nel Mondiale a vincere. Fino ad ora non sono ancora esplosi grandi talenti, ma lui tiene duro e oltre 59 anni dopo quel 5 settembre '93 torna in sella a Suzuka insieme a Kenny Roberts e Eddie Lawson, due delle persone più importanti nella sua vita da corsa. Soprattutto Lawson dopo l’'ncidente lo porta spesso a correre coi kart, a girare con le moto d’acqua, a fare giri nel deserto coi quad.

 

Rainey disputa 95 gare in carriera, ne vince 24, ottiene 65 podi, 3 mondiali 500, 16 pole e 23 giri veloci. Una carriera per forza di cose breve, ma con percentuali da fenomeno. Una volta eravamo seduti con tutto il team per cenare, lui mi vuole di fianco per chiacchierare e mi chiede cosa ci sia stato nel suo modo di guidare che mi piacesse tanto. Rispondo in fretta, lo so da sempre: quell'aggressività assoluta, totale, ma vestita di una eleganza, di una bellezza stilistica uniche, un'armonia stupefacente dovuta anche alle sue dimensioni fisiche, né alto, né basso: perfetto per correre in 500. Ed è proprio questo suo mix condito di dedizione assoluta. Lui dà sempre il massimo, in prova, nei test in gara. Se va più forte significa che la tal modifica funziona, altrimenti è da scartare. Poche chiacchere, basta il cronometro. Luca Cadalora, suo compagno di squadra nel '93, resta basito di fronte agli assetti di Rainey: forcella che sembra saldata, moto rigida, tanto lui curvava col posteriore. Ed è leggendaria la sua vittoria a Suzuka '93 quando con una moto inferiore in velocità riesce comunque a vincere facendo numeri da circo per uscire più forte dall'ultima chicane e percorrendo 5/600 metri di traverso cambiando marcia.

 

A Laguna Seca gli hanno dedicato una curva, quella a sinistra che segue il "cavatappi". Quel giovedì ero là e con l'operatore ci avviamo contromano sotto il sole per riprendere la cerimonia. Lui ci vede, fa tornare indietro la macchinona elettrica da golf sulla quale stava e ci dà un passaggio, poi mi presenta come il suo giornalista preferito…

 

Wayne è sempre con sua moglie Shae, una ragazza dolce e simpatica, gentile, di classe. Quando suo marito ha l'incidente a Misano, il dottor Claudio Costa mi prega di dirle che "torneranno ad essere felici, anche più di prima". Io traduco il messaggio a Shae che, dopo un paio d'anni, quando Wayne torna per fare il team manager mi chiama e mi dice: "Paolo ti ricordi quello che ci disse Claudio a Cesena quando Wayne era ricoverato? Ecco, puoi dirgli che aveva ragione".

 

All'inaugurazione della nuova casa vicino a Laguna Seca dà una festa con la gente del paddock. Ci sono oltre un centinaio di persone, ma soltanto due italiane: Paolo Scalera e il sottoscritto. Sono quelle cose che mi fanno amare questo sport, questo ambiente e questo lavoro in modo totale. Perché quando uno come lui ti scrive come dedica sulla sua biografia "a Paolo, grazie per la tua amicizia" vuol dire che ho avuto la fortuna rara e bellissima di essere capitato al posto giusto. E allora mi vengono in mente le decine di volte che si rimette la tuta per darmi un'intervista, le chiacchiere, le birrette.

 

Un fine carriera del tutto ingiusto credo considerando che in sei anni di 500 Rainey in gara è caduto soltanto 4 volte: in Svezia nell'88, a Suzuka e al Mugello nel '92 e poi quella decisiva di Misano '93. Era insomma uno che non sbagliava quasi mai, che dava sempre il massimo senza passare quel confine così labile che è il limite.

 

Quel modo di chiudere la carriera è difficile da digerire. Un giorno passo nel box e c’è lui in carrozzina abbracciato al serbatoio della moto di Loris Capirossi. Gli dico qualcosa tipo "Ciao, come va?" e lui "Lo sai che mi manca più questa di camminare?”.

 

Ed è per questo che voglio ricordarlo dopo la sua ultima vittoria, la sera della domenica precedente quella fatale di Misano quando Rainey, Schwantz e qualcun altro sono all'Hotel di Vienna dove vanno tutti quelli che arrivano da Brno e aspettano il volo del giorno dopo. E lui è così felice e alticcio che mi prende la mano e non me la molla, ridendo e guardandomi un po' di sbieco. Ecco un pilota felice, forte, quasi imbattibile, una persona aperta, simpatica. In quegli anni, lo ammetto, il mio pilota preferito.

Kenny Roberts, il "King" del motociclismo

C'è stato qualcuno che ha corso in 500 con costanza prima di lui, ma il primo americano da prendere in considerazione, quello che ha davvero sovvertito i valori, ha vinto, si è imposto, ha strabiliato è stato Kenny Roberts. Arrivato in Europa nel 1974 con una Yamaha 250 (3° ad Assen), nel 1978 prova a partecipare a due cilindrate, come era "normale" allora. In 250 vince in Venezuela, fa 2° a Jarama e Nogaro, vince ancora in Olanda, ma poi, complici dei ritiri, abbandona l'idea di fare doppietta (niente paura, l'ultimo a riuscirci sarà comunque un americano, Freddie Spencer, ma ci arriveremo) e vince nella 500 il primo di tre mondiali consecutivi battendo Barry Sheene con la Suzuki (campione nel '76 e '77) Johnny Cecotto. Nel 1979 al secondo posto finisce Virginio Ferrari, davanti a Sheene, Hartog, Uncini. Non c'è più Steve Baker, ma arriva Randy Mamola con una Suzuki e Mike Baldwin.

 

Il 1980 è l'ultima stagione del dominio di Roberts che vince davanti a Mamola, Lucchinelli, Uncini, Graziano Rossi. Ci sono soltanto due americani in pista quell'anno, ma occupano i due primi posti. Sembra la continuazione di un dominio, invece nel 1981 vince Marco Lucchinelli con la Suzuki del Team Gallina (abbandonato da Ferrari e Rossi) davanti a Mamola e Roberts, poi nell'82 è la volta di Franco Uncini che batte Crosby, la nuova stella Freddie Spencer, Roberts, Sheene e Mamola. Il 1983 è l’ultimo di Kenny. Finisce secondo battuto da Spencer, davanti a Mamola e Lawson.

 

Quell'anno l'ultimo GP della stagione è il Gran Premio di San Marino a Imola. Quella gara è indimenticabile perché l'ultima di Kenny, ma anche per come si svolge: Roberts potrebbe ancora vincere il titolo, ma non gli basterebbe arrivare davanti a Spencer per riuscirci, ha bisogno che qualcun altro (nello specifico il suo compagno alla Yamaha Lawson) lo aiutasse finendo pure lui davanti all'astro nascente. Quando al comando c'è Spencer il ritmo è velocissimo, quando c'è Roberts cala di un paio di secondi. Insomma Kenny fa di tutto perché gli inseguitori possano ricongiungersi, ma non c'è nulla da fare così vince la gara, perde il titolo per 2 soli punti e annuncia il ritiro.

 

Alla sera tutti a festeggiare alla discoteca "La Vie en Rose" che domina il circuito imolese proprio dietro le curve della Rivazza. Gli americani sono strani in certi momenti, allora organizziamo un grande "mooning" per salutare Kenny: usciamo in una quarantina, ci mettiamo davanti ad una delle grandi vetrate della discoteca in corrispondenza del tavolo dove, già bello ciucco, c'è Kenny e ci caliamo i calzoni e le mutande. Naturalmente dentro c'è uno che apre la tenda! È finita col controsaluto a calzoni abbassati fino alle caviglie di Roberts in piedi sul tavolo. Questa è la fine della carriera di Kenny Roberts pilota, ma non il suo distacco dalle corse e dal Mondiale. Comunque, anche se non più pilota a tempo pieno vince la "200 Miglia" dell'84.

 

Ricordare l'ultima gara mi fa tornare in mente quando lo vidi per la prima volta in una di quelle 200 Miglia così affascinanti, soprattutto per un giovane appassionato come me che comincia a fare il lavoro di giornalista e riesce ad infilarsi in quel mondo che tanto lo affascina. È il 1977, aiuto un mio amico già assunto a "La Repubblica" che mi porta, con accredito e tutto, per spiegargli un po' di cose, visto che lui di moto sa meno di me. Che figata girare in quel paddock così semplice, coi piloti che si cambiavano lì, sotto tendine, a un metro da te a fianco delle moto. C'è la Toyota Land Cruiser blu e rossa di Virginio Ferrari, le roulotte, la bellissima Yamaha bianco nera e blu di Steve Baker, il pilota con gli occhiali, quella strepitosa, unica di Kenny Roberts coi colori di Yamaha-Stati Uniti, quel giallo nero che chiunque l'abbia visto una volta, non lo scorsa più. Quella volta vince lui, nel '78 Cecotto, sempre con la Yamaha. Nel '79 la 200 Miglia non si disputa, ma finisce l'era delle 750, dal 1980 vincono le 500.

 

Kenny Roberts è nato a Modesto, in California, uno degli epicentri mondiali dell'allevamento di bovini, il 31 dicembre del 1951. Ovviamente da giovane fa il cow-boy e a 12 anni scopre le moto ferendosi con il motorino del figlio del suo datore di lavoro. La sua carriera comincia l'anno successivo. Diventa professionista "expert" nel 1972. Vince la targa di numero uno e pian piano si avvicina al Mondiale. Il resto ve l'ho già raccontato, ma è il personaggio ad essere interessante, accattivante, divertente. Il suo arrivo è talmente dirompente da fargli meritare i soprannomi di "King" e di "Marziano". Era semplice e diretto, simpatico. Una volta in Finlandia, sulla pista stradale di Imatra tutti si lamentano per le ondulazioni dell'asfalto che sul dritto ti fanno andare insieme la vista. Già quel tracciato era in discussione per la sua pericolosità e alla domanda di cosa ne pensi, risponde: "Un asfalto di merda, in un circuito di merda, in un posto di merda". In Finlandia non si tornò più.

 

Il suo essere severo con i tracciati pericolosi ha un precedente: Spa-Francorchamps 1979, quando stimola la protesta per l'assurdità del tracciato belga e riesce a capitanare uno sciopero di tutti i grandi. Vince infatti il neozelandese Ireland davanti all'australiano Blake. Mi fa ancora sorridere quella situazione un po' assurda con tutto il palco ai piedi di una balconata dalla quale i piloti capitanati da Kenny invitano a scioperare. Quella volta siamo anche andati molto vicini alla fondazione di un campionato alternativo, le "World Series", che avevano come capo carismatico Kenny e Barry Sheene e come mente organizzativa l'avvocato inglese Barry Coleman. In realtà quel movimento è contro il modo vecchio di gestione del potere da parte della Federazione. Ed ottiene un bel successo dando una scrollata al vecchio palazzo pieno di ragnatele. E comunque uno o due stagioni dopo, proprio a Spa fa uno dei suoi numeri incredibili: esce dalla "Source" quella curva che sembra farti girare attorno ad una punta di matita e che precede la esse del "Radillion", di traverso, con un piede giù dalla moto, impennato… Sembra non ci sia nulla da fare, invece lui resta in piedi. Spiegazione: "Finchè hai il gas in mano, non puoi mai dire di averla persa…". Una filosofia.

 

Sono molti gli anni che ho condiviso con Roberts. Oltre ai suoi da pilota, quelli da team manager (di Lawson e Rainey…) e addirittura da costruttore con KR 500 3 cilindri 2T. Ma la cosa che preferisco ricordare è una volta che invitò i giornalisti a casa sua a Modesto. Era proprietario di una concessionaria Yamaha e di due piccoli Ranch: uno per viverci, uno per le moto pieno zeppo di qualsiasi tipo di veicolo da fuoristrada. Non ricordo esattamente l'anno, ma era una delle prime volte che si correva a Laguna Seca, nella seconda metà degli anni '80. Io ci sono andato per fare un servizio e là ho visto che c'erano anche Rainey, Kocinski e Carter. C'era una pista da mini dirt e un bel maiale che ruotava sullo spiedo. Io ero con calzoni di velluto, camicia e mocassini, non il massimo per girare, anche se le moto a disposizione erano delle 100 4 tempi. L'insistenza e la voglia, però sono state molte e così mi sono lanciato in un duello non molto impegnativo con uno dei suoi collaboratori. Per riuscirci ho dovuto infilarmi il casco di Kenny (sì proprio il suo!!!! Ci sono stato strettissimo per miracolo) e poi ho girato così com'ero. Alla fine si sono avvicinati Kenny e Rainey e Wayne mi ha detto: "You look good!". Che volete di più dalla vita?

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