Dakar 2018, Day-11: vincono Ten Brinke e Price. Sainz e Walkner restano i leader

Motori

Piero Batini

Ten Brinke Dakar 2018 (Getty)

Il pilota olandese Ten Brinke (Toyota) si prende l’undicesima tappa nelle auto seguito da Despres e dal leader Sainz (Peugeot), Peterhansel solo 4°. Toby Price (KTM) davanti a tutti nelle moto, Benavides (Honda) è secondo, il francese Meo (KTM) conclude terzo. Walkner (5°) rimane primo nella generale. Barreda si ritira

Undicesima tappa, partenza da Belen ma arrivi diversi. Le auto sono andate fino a Chilecito, le moto si sono fermate a Fiambala in regime di tappa Marathon. Per tutte le categorie il finale di prova speciale si è tenuto nella magia del deserto di Fiambala, per un giorno tirato a lucido da un meteo super clemente. Tutt’altra storia rispetto ai terrificanti episodi della fornace di roccia e sabbia, icona ed emblema delle difficoltà argentine della Dakar. Direttrici diverse, dunque, per le gare di due e quattro ruote, ma finale comune e immenso nel teatro di Fiambala.

Il punto sulle auto

Per la prima volta vince Bernhard Ten Brinke, autentica rivelazione una volta salito a bordo della Toyota, con Toby Price (moto), il vincitore di due edizioni fa che non si era visto troppo in questa e che il giorno di Belén si è beccato, anche lui, cinquanta minuti.
Non è giornata di terrore. La Dakar sembra aver già dato tutto, sotto quest’aspetto, con la tappa della vigilia, la disastrosa Salta-Belen. E a questo proposito, effettivamente, c’è uno strascico che tende a tenere aperta a oltranza quella tappa memorabile. Sembra, infatti, che alcuni dei piloti danneggiati dalla grande caccia al waypoint “impossibile”, oltre a non aver mandato giù il boccone, non si siano fermati ai commenti. Un reclamo specifico è stato presentato alla giuria della Dakar, e contiene la richiesta di neutralizzazione dei ritardi di quei piloti in quel frangente. Onestamente, poco probabile che la faccenda abbia un seguito, non è tradizione, e poi bisognerebbe ripensare anche le tappe successive. Sarebbe più facile tornare indietro nel tempo e ripartire da un punto buono.
Per contro, come si poteva supporre indipendentemente dal fatto che l’appello fosse accolto oppure no, sono stati restituiti i dieci minuti di penalità a Carlos Sainz, in questo modo riabilitato. In questo modo restano validi solamente i responsi che vengono dal campo.

Il ritiro di Barreda

Naturalmente anche nel giorno più pacifico della Terra, dalle piste attorno a Fiambala arriva il tam tam del colpi di scena, che calpesta il prato della pace della Dakar 2018. Non ci sono grandi eventi da registrare, la 11esima tappa può finalmente scorrere con relativa tranquillità, ma un pilota vi vive il suo dramma personale. Joan Barreda. Dopo aver vinto tre tappe ed essere stato in testa al Rally che manca al suo palmares, il catalano si arrende. Cento chilometri, altre cadute, poi la sua traccia torna indietro, entra in un villaggio, silenziosa, eloquente. Non ce la fa più. Barreda ha vinto, ha sbagliato, ha perso, è ripartito all’attacco e ha vinto in modo ancora più strabiliante. A Uyuni è caduto, si è rovinato un ginocchio, ma il giorno dopo era al via per difendere almeno il diritto al secondo posto che, anche se strettissimo, è un risultato.
Solo che Barreda non ce la fa più. Dopo essere partito per la settima campagna con l’obiettivo intransigente e senza compromessi di vincere, anche un secondo posto, privato della possibilità di rilanciare per il successo o almeno di riscattare l’errore e la caduta, è un macigno sul morale.

Una Dakar che non sta risparmiando i leader

Niente da fare, il raid più famoso al mondo resta una maledizione. Certamente c’è qualcosa da rimettere in piedi nella maniera giusta. La stabilità di un campione è un gioco di equilibri complessi, tecnici e umani, talvolta non solo personali ma di interazione con l’esterno, di entourage, di definizione dei ruoli e assegnazione categorica degli stessi. Fatta salva qualche eccezione, il campione non è il centro dell’uomo bensì il pacchetto nel quale l’uomo è al centro. Un po’ di ricostruzione è necessaria, penso, con idee chiare e pianificazione, organizzazione di un progetto, non di un Pilota da solo, anche se magari lo è per scelta.
In ogni caso c’è da dire che questa è la Dakar che si è accanita sui leader, sui vincitori. Sunderland ha vinto all’inizio, è andato in testa. A San Juan de Marcona il vincitore dell’edizione 2017, l’inglese di stanza in Dubai e che ora vive in Francia è andato KO. Adrien Van Beveren ne ha ereditato la posizione, è stato due giorni in testa, altri due dopo l’intermezzo di Kevin Benavides. Il Pilota Yamaha, unico rimasto a difendere la marca e, anzi, a portarla a quel ruolo di vertice che data dell’epopea Peterhansel, sembrava essere in grado di gestire una sfida con la gara più difficile del mondo e contro il pilota di Casa super favorito. AVB è andato KO a Belen, a pochi chilometri da un epilogo che sarebbe stato molto favorevole, forse chiave. Questa è la Dakar, dicono. Questa lo è senz’altro di più.

Improvvisamente, sia la Gara delle Moto che quella delle Auto, sono praticamente decise, ma non nella configurazione che i più davano quasi per certa. Quando Peterhansel è andato in testa, Loeb non c’era più, Despres si era dato la zappa sui piedi e Sainz non si capiva bene cosa stava facendo, si pensava che la pratica fosse solo da registrare. Per questo quel giorno a Uyuni nessuno ci voleva credere, c’era anche chi vaneggiava di un gioco di squadra. Invece Peter aveva messo un piede in fallo, come fanno tutti gli umani, e si era fatto da parte. Niente da fare, il 14mo sarà per un’altra volta. Quel ruolo di mattatore è, adesso, di Carlos Sainz.

Il punto sulle moto e sugli italiani

Nella tappa di ieri ha vinto l'australiano Toby Price con la KTM, davanti a Benavides e Meo. Matthias Walkner, leader della gara delle moto da Belen, è al centro di un dibattito. C’è chi dice che abbia avuto una sfortuna sfacciata, chi che sia un’intelligenza agonistica superiore. Penso buone entrambe le versioni, senza limitazioni di positività. Certamente Walkner non era insieme a quei piloti-tori che nell’arena del waypoint maledetto non hanno fatto altro che alzare un gran polverone. Altrettanto certamente Walkner non è andato incontro a un epilogo alla Van Beveren a pochi passi dal traguardo. Al contrario ha inserito il limitatore e ciao, passo d’uomo. Intelligenza sopraffina nella Belen–Fiambala–Chilecito, nel perfetto riconoscimento dell’opzione d’oro della partenza in linea. Quale era il modo per andare più veloce possibile senza sbagliare? Attaccarsi a Stephane Peterhansel e farsi guidare da Jean-Paul Cottret. Così a Fiambala sono arrivate insieme, al Peugeot seguita dalla KTM. Ovvio che uno così non lo freghi mai più. Quello che in pochi riescono a capire è che chi ti frega per primo è sempre la Dakar, nel bene e nel male.

Per quanto riguarda gli italiani, nella tappa numero 11 il migliore è Cerruti che conclude in 20esima posizione (la stessa che occupa nella classifica generale), poco più in là troviamo Maurizio Gerini (25°). Più staccati Ruoso (31esimo), Vignola 40° e Metelli che si piazza 63°.

Il Rally è pericoloso, la Dakar è infida, perfida, traditrice. Ti invoglia, ti fa correre sempre più forte, ti porta all’assuefazione, ti manda al tappeto e quasi mai in maniera indolore. Al contrario, la Dakar crea dei campioni forse non di primissimo livello ma eccellenti uomini-avventura in grado di dominarla e di piegarla. Questa edizione non fa eccezione, nel momento in cui il Rally raggiunge il suo massimo di pericolosità selezionando, escludendo, mortificando senza pietà, matura una serie di piloti che sanno dare il meglio di sé proprio in questi frangenti.
Si prosegue, Fiambala/Chilecito-San Juan, tre tappe alla fine, anzi due. Le moto son state graziate ancora una volta. La loro Gara si trasforma di nuovo in un lungo trasferimento stradale.

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