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NBA: allenatori vs. arbitri: c’è qualcosa che non va. E le multe ai coach non sono un rimedio

NBA

Negli ultimi giorni è esplosa nuovamente la polemica da parte degli allenatori NBA nei confronti di una classe arbitrale spesso ritenuta incapace di decidere, incline all’errore e non equilibrata nelle scelte: Rivers, Gentry, Van Gundy e Casey sono soltanto gli ultimi, ma il tono delle lamentale resta sempre lo stesso. Tutti vogliono essere tutelati, ma da cosa?

Ma cosa diavolo sta succedendo nel rapporto tra squadre e classe arbitrale? Una domanda che ci accompagna ormai da inizio stagione, a seguito delle espulsioni eccellenti (le quattro di Durant, la prima in carriera per James e Davis, gli Warriors ripetutamente puniti) e della tutela a giorni alterni di tiratori e superstar. Ognuno a guardarlo bene il suo bicchiere riesce a vederlo mezzo vuoto. Il trucco però sta nell’evitare di portare la conversazione a questo livello, di garantire almeno all’apparenza uniformità di giudizio. Una caratteristica che sembra mancare in questa stagione agli arbitri, in fase di rinnovamento sotto l’aspetto del personale e chiamati dal nuovo regolamento a essere più intransigenti e meno disposti ad accettare le proteste dei giocatori. Da una parte l’applicazione delle regole, dall’altra l’impossibilità di far valere le proprie ragioni: il risultato è stata l’esplosione di una polemica dopo l’altra. Ogni partita qualcuno ha da ridire, un episodio di cui lamentarsi, una chiamata che non lo lascia tranquillo. E il fatto che in ognuna di queste situazioni scatti la sanzione (fallo tecnico, espulsione, multa) non fa altro che esacerbare gli animi. La discussione definita “costruttiva” fatta durante l’All-Star Game tra giocatori e arbitri non sembra aver sciolto la tensione, così come l’elenco in cinque punti stilato dalla NBA per dare delle linee guida. La sostanza non è cambiata: molti giocatori pensano che gli arbitri “rovinino il gioco con le loro chiamate” (citazione dal dizionario di Draymond Green), mentre NBA e associazione arbitri pensano bene di litigare in pubblico via Twitter, senza giungere a una posizione comune da cui far ripartire il confronto. In una lega efficiente, organizzata e al passo con i tempi, una bella grana con cui avere a che fare alla vigilia dei playoff. Per capire cosa fare, bisogna partire dalle questioni che hanno fatto discutere in questi ultimi giorni. Facciamo un riepilogo delle questioni più controverse, tutte (o quasi) chiuse con una multa nei confronti degli allenatori coinvolti.

In principio fu Doc Rivers: "24-8 il conto totale dei liberi? È uno scherzo"

Il primo a pronunciarsi qualche giorno fa contro gli arbitri è stato Doc Rivers, amareggiato al termine della partita persa contro Houston - sì, nessuno si è mai lamentato dopo aver vinto in effetti -, ko determinante nella corsa playoff. Per una volta sembrava essere stata un incrocio tranquillo (senza nessuna invasione di spogliatoio), ma non per l’allenatore dei Clippers che ha lamentato una mancata attenzione da parte degli arbitri rispetto ai contatti nei pressi del ferro, diventati ormai consentiti a discapito di quelli che vengono concessi ai tiratori dalla media e lunga distanza. Rivers non è riuscito a farsene una ragione: “Non c’è molto da dire riguardo l’arbitraggio. Loro hanno tirato 41 volte da tre punti, contro le nostre 18. Li abbiamo doppiati per punti realizzati in area nei pressi del ferro, ma il conto totale dei liberi dice 24-8 in favore dei Rockets. È uno scherzo, non può che essere uno scherzo”. A detta sua erano molti di più i viaggi in lunetta che i Clippers avrebbero meritato: “Credo che i miei ragazzi abbiano preso un sacco di botte ogni volta che sono andati in penetrazione. Lou Williams è stato un paio di volte abbattuto senza ricevere neanche un fischio. DeAndre Jordan ha preso una decina di colpi alle spalle e nessuno se n’è accorto. Non sono stato lì a lamentarmi degli arbitri tutto l’anno [su questo in realtà ci sarebbe da ridire, ndr], ma quando tu sei la squadra ad attaccare e vedi tutelati solo gli altri, capisci che devi farti sentire”. Farlo in maniera ironica e dispregiativa nei confronti degli arbitri può costare caro. In questo caso 15.000 dollari: una tariffa che tornerà più e più volte nelle partite a seguire, visto che Rivers è stato soltanto il primo a lamentarsi.

Capitolo Stan Van Gundy: "Una vergogna per la lega"

All’allenatore dei Pistons non è andata giù invece la sconfitta contro i Blazers, incassata al Moda Center per 100-87. “È imbarazzante, non trovo altre parole. È imbarazzante per la lega. Sono a Detroit da quattro stagioni e da molti anni ormai alleno in NBA e non ho mai parlato così dopo una partita. Mai, mai mi sono pronunciato in questo modo dopo una sfida. Questo è stato un comportamento imbarazzante”. Parole dure al termine di una gara in cui Detroit ha inseguito dall’inizio alla fine contro una squadra molto più in forma. Per Van Gundy invece a pesare è stato soprattutto l’atteggiamento tenuto dagli arbitri nel corso di tutto il match: “I giocatori di Portland ci hanno colpito e placcato a ogni azione – prosegue -. Luke Kennard ha fatto un taglio alle spalle del difensore, è stato abbattuto dall’avversario e si sono andati a prendere i due punti dall’altra parte come se nulla fosse. Blake Griffin su un paio di penetrazioni è stato colpito ripetutamente”. Parole a cui ha risposto in maniera ironica coach Stotts, provando a stemperare in parte gli animi: “È la prima volta da quando faccio l’allenatore che i miei ragazzi vengono accusati di essere troppo aggressivi, di colpire gli avversari e giocare sporco. Per cui, sono molto felice di questi commenti”. A far infuriare ancora di più Van Gundy ci ha pensato poi la spiegazione data dalla terna arbitrale: “Quando mi sono lamentato con loro, mi è stato detto ‘Certo, se avessimo visto il contatto, lo avremmo certamente sanzionato’. Beh, sai cosa? Il tuo dannato lavoro è quello di vedere cosa succede in campo. Per quale motivo altrimenti teniamo degli arbitri in campo?”. Sarà, nel frattempo la lega ha provveduto a passare all’incasso anche con lui: 15.000 dollari e via.

Coach Gentry e il conto dei falli a favore che non torna

I pessimi falli fischiati in favore dei Rockets (a Harden in particolare, uno dei bersagli preferiti delle lamentele degli allenatori avversari) e soprattutto le mancate chiamate per Anthony Davis sono state le ragioni che hanno fatto imbestialire coach Gentry al termine della delicata sfida persa dai suoi contro Houston. “Se una partita così importante per la corsa playoff viene decisa da poche giocate, da una manciata di decisioni, non puoi sbagliare a chiamare alcuni falli. Quando un giocatore porta la sua mano sotto il tuo petto per poi sollevarla e andare a sbattere contro il tuo braccio proteso, non puoi assegnare tre tiri liberi in suo favore. Non è giusto e non è corretto”. Il richiamo al movimento fatto dal Barba che così tanto ha fatto discutere non è puramente casuale. “Sono delle decisioni sbagliate che pesano, così come fischiare un tecnico a un allenatore che si lamenta mentre va via, mentre si allontana per evitare guai. Di fronte a queste scelte capisci che tante cose sono cambiate in questa lega. Mi sono girato e allontanato, non aveva davvero senso punirmi con un tiro libero”. A questo poi Gentry aggiunge anche le lamentele verso una presunta mancata tutela nei confronti di Davis: “Quello che invece è successo a noi è che nessuno si è preoccupato di tutelare Davis, non ha ricevuto un singolo fischio a favore. Gli sono saltati addosso, l’hanno placcato, abbracciato, strattonato e nulla: neanche una chiamata. Sapete perché? Lui non si ferma a lamentarsi e a piangersi addosso, continua a giocare. Non puoi lagnarti e compatirti quando sei in corsa per i playoff. E questo non è giusto”. A guardare la lista dei giocatori per falli subiti su 100 possessi però, diventa evidente un’altra verità. Harden infatti è tra i primissimi, alle spalle di Joel Embiid e DeMarcus Cousins (che a New Orleans dovrebbero conoscere) e praticamente appaiato con… Anthony Davis! Sì, il numero di falli subiti è lo stesso, ma a vedere le partite dalla panchina la realtà sembra diversa: “Non è giusto, perché noi stiamo facendo uno sforzo enorme per andare a prenderci un posto ai playoff e tutto quello che pretendiamo è che ci sia uniformità di giudizio. Se questo mi costerà una multa, non è un problema”. La lega infatti non si è fatta attendere: 15.000 dollari di multa anche per lui, quota fissa.  

Coach Casey e il supporto agli arbitri nelle decisione a fine gara

Alla lunga lista si è poi aggiunto anche coach Casey, espulso a otto secondi dal termine della sfida persa contro OKC assieme a DeMar DeRozan e Serge Ibaka. Una rabbia esplosa negli ultimi minuti di una sfida tirata in cui a pesare – sempre a detta dei perdenti – sono state le scelte degli arbitri. In particolare due: il raggiunto limite di sei falli da parte di Kyle Lowry a tre minuti dalla fine del match, con gli ultimi due arrivati in sequenza su situazioni “dubbie”; il mancato fischio con relativi due liberi per DeRozan a 30 secondi dalla sirena, quando il punteggio era di +2 in favore dei Thunder. In un clima di tensione come questo, episodi che bastano e avanzano per scoperchiare il vaso della rabbia dei canadesi: “Gli arbitri continueranno sempre a sbagliare, ma quando queste decisioni vengono prese in momenti cruciali, bisogna trovare un modo per rendere più facile l’opportunità di fargli fare la scelta giusta. Non solo nella nostra partita, ma in tutte le gare della stagione”. Tra tutti però l’allenatore dei Raptors è di gran lunga il più conciliante e autocritico. Errore degli altri, certo, ma prima di tutto della sua squadra: “Abbiamo sbagliato abbastanza scelte nel finale combattuto. Ci siamo tirati la zappa sui piedi, non trovato il fondo della retina con tiri semplici e dalla lunetta, oltre ad aver perso troppi palloni”. Un po’ di sana autocritica serve sempre, soprattutto quando sei il primo della classe. Così magari risparmi anche qualche soldino.

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