14 maggio 2018

NBA, i compiti estivi dei giovani Philadelphia 76ers

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Dallo sviluppo dei talenti a disposizione ai sogni di mercato passando per Draft, Fultz e rinnovo di coach Brett Brown: l'estate di Philadelphia sarà cruciale per la voglia di grandezza dei Sixers

Non è mai facile accettare che le cose belle finiscono, ma purtroppo la pazza stagione dei Philadelphia 76ers è arrivata alla sua conclusione. La sconfitta contro i Boston Celtics è stata come la fine dell’anno scolastico quando i tuoi genitori ti vengono crudelmente a riprendere e ti separano dai tuoi migliori amici, quelli con i quali hai passato i momenti migliori della tua annata giorno dopo giorno. Ma la delusione non deve far dimenticare una stagione irripetibile, che segna l’anno zero dei nuovi Sixers per le stagioni a venire. Dopo anni di attesa finalmente Philly si trova nella posizione per massimizzare il Processo fatto partire da Sam Hinkie e diventare una delle legittime pretendenti al trono della NBA. Per questo l’off-season che verrà giocherà un ruolo chiave nel disegnare lo scenario futuro di Philadelphia e, di riflesso, dell’intera lega.

Il rinnovo di Brett Brown

Nonostante in molti ritengano che Brad Stevens abbia portato a scuola Brad Brown durante la serie con Boston, l’eccellente lavoro svolto dall’ex assistente di Gregg Popovich in queste stagioni alla guida dei Sixers è al di sopra di ogni sospetto. Dopo anni a tenere insieme con la colla vinilica un roster da D-League, appena gli è stato messo in mano del talento ha dimostrato quanto i suoi principi fossero corretti e in grado di ribaltare a 180 gradi la cultura di una franchigia in meno di 365 giorni. Brown entrerà nella prossima stagione con il contratto in scadenza, ma già nelle conferenze di fine anno Colangelo ha dichiarato di voler ridiscutere il prima possibile il contratto del suo capo-allenatore scegliendo quindi la strada della continuità, forte degli eccellenti risultati ottenuti quest’anno e della coesione dimostrata dal gruppo. Sarà invece da sostituire la positiva presenza Lloyd Pierce, novello coach degli Atlanta Hawks e mentore di molti dei giovani passati nella Città dell’Amore Fraterno negli ultimi anni. Il solo fatto che le altre franchigie abbiano cominciato a saccheggiare il coaching staff dei Sixers testimonia quanto sia cambiata la percezione della cultura di Phila nella lega.

Le due star: il lavoro in palestra di Simmons ed Embiid

Nei minuti in cui Ben Simmons è stato in campo contro Boston, Philadelphia ha accumulato uno scarto di -63, mentre quando rimaneva in panca ha chiuso con +48. Basterebbero i numeri a descrivere una serie durante la quale il probabile Rookie dell’Anno ha faticato come mai prima d’ora, aprendo seri interrogativi su quale sia il suo reale potenziale. L’abilità strategica di Stevens ha fatto emergere tutti gli spigoli del talento ancora grezzo di Ben, sfidandone costantemente il tiro in sospensione e la rapidità di pensiero. Simmons si è infilato in un tunnel di scelte sbagliate, distrazioni difensive e limiti tecnici preoccupanti. La totale assenza di gioco perimetrale ha permesso a Stevens di usare Horford su di lui per poi spostarlo come aiutante nel pitturato, abbandonando di fatto Simmons quando il playmaker dei Sixers non aveva il pallone nelle mani. Completamente impossessato del fantasma di Russell Westbrook (quello che impedisce ai giocatori senza palla di tagliare o di portare un blocco), Ben è rimasto l’intera serie ad aspettare che in qualche modo la palla gli ritornasse indietro, uccidendo nel frattempo le spaziature della squadra.

Uscito con il petto in fuori dalla serie contro Miami, la fiducia nel suo gioco è stata letteralmente mandata in pezzi dal coaching staff di Boston, che ha messo sotto la lente d’ingrandimento ogni suo minimo errore. La sua ritrosia nel prendersi un tiro in palleggio fuori dal pitturato è stata esplorata in ogni sua variante, ma oltre a questo Simmons non è mai stato in grado di attaccare il ferro con continuità accontentandosi di tiri fuori equilibrio, dimostrando di non avere ancora un lavoro di piedi e una sensibilità adeguata per essere un pericolo reale nell’attacco a metà campo.

Non è difficile immaginare che Simmons passerà l’estate in una palestra sudata a costruire un tiro minimamente accettabile: nelle 10 partite di playoff ha tentato solo 20 tiri in sospensione, mandandoli a bersaglio un tragico 25%. Ci sono però delle note positive da portare via dalla prima esperienza in post-season di Simmons: innanzitutto ha portato la sua percentuale ai tiri liberi dal 56% al 71%, evitando di essere così vittima di tentativi di fallo sistematico e mostrando un netto miglioramento nel movimento finale del polso e nell’allineamento del gomito. Pochi segnali, ma che dovranno far ragionare il coaching staff (che ha già espresso l’intenzione di affiancargli un allenatore specifico) se è il caso di lavorare su ciò che già c’è o di ripartire da zero cambiando proprio la mano, passando dalla sinistra alla destra come da tempo si sostiene da varie parti.

Joel Embiid è arrivato in gara-3 contro Miami travestito da giustiziere mascherato e ha fatto fare la fine ad Hassan Whiteside la figura del cattivo che soccombe senza riuscire a mandare a segno neanche un pugno. Contro Boston però la sua efficienza è calata drasticamente, anche a causa della strategia di Stevens di costringere Phila ad attaccare solo attraverso il suo centro camerunense. Limitato dalla maschera e dai costanti raddoppi, Embiid ha avuto grosse difficoltà ad integrarsi con il gioco di squadra, diventando più un buco nero massivo piuttosto che un go-to-guy.

L’incredibile mole di lavoro che gli veniva richiesta - attaccare costantemente in post e proteggere il ferro nonostante la strategia di Boston di allontanarlo sempre dal pitturato grazie all’abilità da fuori dei suoi lunghi - lo ha prosciugato di qualsiasi energia, con il risultato che nei finali tirati di partita si è trasformato in una macchina da palle perse, uccidendo ogni possibilità di portare a casa le sfide punto a punto. Embiid ha avuto sempre un rapporto di amore/odio con il suo gigantesco corpo, che fin troppe volte lo ha boicottato non permettendogli di esprimere tutto il suo potenziale. In questo caso il mese di assenza forzata ha forse influito in modo fatale sulla sua condizione fisica, lontana dalla brillantezza necessaria per giocarsi una serie in cui veniva richiesta un’estrema lucidità mentale oltre che muscolare.

Esemplare è stato il supplementare di gara-3, durante il quale Brown lo aveva tolto a meno di 3 minuti dalla fine per poi rimetterlo subito dopo sotto pressione della sua superstar in chiaro debito d’ossigeno. Risultato: due brutte palle perse, partita e serie in direzione di Boston. Lo stesso Embiid ha più volte ribadito quanto il miglioramento della condizione fisica sarà una parte centrale del suo lavoro in off-season, che finalmente potrà affrontare senza dover fare i conti con la riabilitazione da un’operazione estiva. Non c’è quindi che da aspettare e vedere come si presenterà nella prossima stagione, che stando a quello che ha dichiarato sarà la sua personalissima “campagna da MVP”.

Free Agency: alla caccia del grande colpo

Coach Brown e il GM Bryan Colangelo hanno fatto capire senza molti giri di parole che cercheranno in tutti i modi di aggiungere una stella di dimensioni supernova a questo gruppo. I nomi che circolano ormai da mesi sono quelli di LeBron James, Paul George e Kawhi Leonard. Nomi importanti, che renderebbero Phila immediatamente non più una squadra dall’enorme potenziale ma una seria e immediata contender al titolo NBA.

La campagna per portare il Re nella città dell’Amore Fraterno è iniziata con dei cartelloni in centro a Cleveland ed è proseguita attraverso Rich Paul, agente sia di James che di Simmons. I due hanno da anni una relazione maestro jedi-giovane padawan  (o, per meglio dire, da re e principe) che potrebbe sfociare in una complicità straordinaria sul parquet e aggiungere un ulteriore capitolo all’incredibile carriera di James. Se davvero il figlio prediletto di Akron decidesse nuovamente di lasciare la sua città natale, Philadelphia gli garantirebbe una delle poche situazioni in modalità win now, seconda forse solo a quella degli Houston Rockets e ai Los Angeles Lakers se la franchigia riuscisse ad attirare un’altra stella da massimo salariale concretizzando il suo piano estremamente aggressivo. Ovviamente chiunque abbia la possibilità anche solo remota di mettere le mani sul miglior giocatore al mondo deve far di tutto perché questo accada e, nonostante sulla carta James non sia il miglior fit possibile per i Sixers essendo un dominatore assoluto del pallone, l’impatto che un campione del calibro di LeBron potrebbe avere sulla cultura e sulla città di Philadelphia sarebbe incalcolabile.

L’altro grande obiettivo sul mercato dei free agent è Paul George nel caso in cui decidesse di lasciare dopo solo un anno la compagnia di Westbrook a Oklahoma City. “PG13” è il giocatore che si inserisce più morbidamente nel contesto tecnico di Brown, che ha estremo bisogno di un giocatore superiore a Robert Covington come 3&D e di un ulteriore creatore di gioco con il pallone in mano in grado, contrariamente a Simmons, di tirare dal palleggio. George ha dimostrato di essere uno dei difensori più versatili in NBA e permetterebbe di avere ai Sixers i primi due giocatori per deflection uno accanto all’altro, oltre ad altri due possibili giocatori da primo quintetto difensivo come Simmons ed Embiid. Inoltre l’età di Paul rispetta la timeline del gruppo di Phila molto più di un James alla sedicesima stagione da pro.

Se entrambi gli obiettivi si rivelassero dei buchi nell’acqua, Colangelo potrebbe scegliere di pescare in uno stagno più piccolo e tirar su qualche buon giocatore di rotazione in grado di puntellare la situazione. Phila è alla ricerca della merce più rara di tutta l’NBA, ovvero esterni fisici e dotati di un buon tiro: oltre alle superstar già citate, in free agency ci sono anche Kentavious Caldwell-Pope, Avery Bradley, Trevor Ariza, Danny Green, Wayne Ellington o Tyreke Evans. L’altra strada con cui aggiungere un giocatore del genere è ovviamente il prossimo Draft, dove Phila avrà la sua scelta numero 26 e quella dei Lakers se quest’ultima non finirà tra la seconda e la quinta posizione, e dove si farà di tutto per arrivare a Mikal Bridges di Villanova che sembra fatto dal sarto per ricoprire quel ruolo. Oppure, più semplicemente, la dirigenza potrebbe dare fiducia al gruppo che quest’anno ha vinto 52 partite ed un turno di playoff convincendo i vari J.J. Redick, Ersan Ilyasova e Marco Belinelli a restare in Pennsylvania per un altro anno. Circondare Embiid e Simmons con tiratori affidabili sarà certamente il tormentone dell’estate e questi veterani si sono dimostrati indispensabili, specialmente nel periodo durante il quale Embiid era infortunato. In ogni modo l’estate di Philadelphia sarà una delle più roventi di tutta la lega: i Sixers infatti sono una delle due squadre ad aver concluso sopra il 50% di vittorie e ad avere 25 milioni di dollari da spendere (l’altra è Houston, che però ha i cap hold di CP3 e Capela da rispettare) ed hanno finalmente una certa appetibilità ai free agent.

L’altro grande sogno di Colangelo potrebbe arrivare attraverso uno scambio e risponde al nome di Kawhi Leonard. Ormai più simile a un personaggio di un thriller spionistico piuttosto che a un MVP delle Finals, Leonard rimane uno dei talenti più incredibili della Lega e per Phila sarebbe un colpo assoluto, tanto che si vocifera che sarebbero disposti a mettere sul piatto della bilancia Dario Saric, Covington e Markelle Fultz più la prima scelta dei Lakers per strapparlo dal Texas. Proprio Fultz è stato uno dei temi trattati nella conferenza di fine stagione di Colangelo, che ha ribadito più volte di non essersi pentito di aver scambiato le scelte con Danny Ainge nonostante Jayson Tatum abbia mangiato il cuore a Phila mentre ‘Kelle è restato seduto in panchina per tutta la serie. A Fultz sarà assegnato un tutor personale e c’è la speranza di vederlo di nuovo alla Summer League di Las Vegas: non buttare un asset così prezioso è prioritario, perché Fultz non è il nuovo Anthony Bennett e deve ancora compiere 20 anni, quindi c’è tutto il tempo per (ri)costruirlo come giocatore di basket di alto livello. In una stagione che definire complicata è eufemistico, ha comunque mostrato lampi di assoluto talento anche se la sensazione che ci sia qualcosa di irrisolto è rimasta.

Il prossimo anno per Fultz sarà davvero una Robbin’ Season, come per tutta Philadelphia.

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