Ibrahimovic: "Ero del Napoli, ma De Laurentiis cacciò Ancelotti"

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Lo svedese ha presentato il suo libro, tra aneddoti e retroscena: "Vidi un documentario di Maradona e decisi di provare a fare quello che ha fatto lui: vincere lo scudetto a Napoli. Era tutto fatto, poi De Laurentiis cacciò Ancelotti. Allora andai al Milan, ero in cerca di una sfida e non di un contratto: all'inizio nessuno correva, poi li ho convinti. Da bambino ho sofferto, ma ho trasformato l'odio in forza. Futuro? Mi preoccupa, non so se allenerò"

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Zlatan Ibrahimovic ha ancora voglia di scrivere tante pagine della sua carriera, nonostante i 40 anni. In campo lotta, spesso fa ancora la differenza e ha come obiettivo quello di riportare il Milan alla vittoria. Lo svedese ha raccontato le esperienze vissute fin qui in carriera nel suo nuovo libro 'Adrenalina'. Tanti aneddoti e retroscena, tra i quali anche uno di mercato abbastanza recente. Nel dicembre del 2019, infatti, Ibra era praticamente del Napoli: "Avevo detto a Mino Raiola che ormai avevo chiuso dopo i Galaxy, finito. Lui mi ha stimolato, gli ho risposto: solo con l’adrenalina puoi convincermi. Una sera guardo un documentario su Diego Armando Maradona, al San Paolo era incredibile: tifosi impazziti, atmosfera incredibile. Chiamo subito Raiola: "Chiama il Napoli. Vado al Napoli". "Il Napoli? Sei sicuro?", mi risponde. "Sì, vado a Napoli. Sarà la mia adrenalina. Porto 80mila persone allo stadio ogni domenica e vinco lo scudetto come Maradona. Li faccio impazzire. Parliamo col club, trattiamo e troviamo l’accordo. Tutto fatto. Sono un giocatore del Napoli. L’allenatore è Ancelotti, lo conosco da Parigi. Ci sentiamo quasi tutti i giorni e già mi spiega come vorrebbe farmi giocare. Valutavo anche l’idea di vivere in barca, era tutto pronto. Poi l’11 dicembre 2019, giorno in cui devo firmare col Napoli, De Laurentiis caccia Ancelotti. Ho una brutta sensazione, è un cattivo segnale. Non posso fidarmi, manca stabilità. Non sono io il centravanti per Gattuso, per il suo 4-3-3. Così è nato il mio ritorno al Milan, pochi giorni dopo la sconfitta di Bergamo: volevo una sfida, non un contratto", racconta Zlatan.

"All'inizio al MIlan non correva nessuno, poi li ho cambiati"

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Poi al Corriere della Sera, aggiunge: "Ero stanco dell’America. Pensavo di smettere. Mino mi disse: 'Sei matto, tu devi tornare in Italia'. Dopo la storia col Napoli chiesi a Mino: qual è la squadra messa peggio, che io posso cambiare? Rispose: 'Ieri il Milan ha perso 5-0 a Bergamo'. Allora è deciso, dissi: 'Andiamo al Milan. È un club che conosco, una città che mi piace'. All’inizio in allenamento non correva nessuno. Li ho affrontati uno per uno, e non in disparte, davanti agli altri: in allenamento bisogna ammazzarsi di lavoro. Se io corro, se io mi ammazzo, il mio compagno correrà e si ammazzerà per me. L’hanno capito tutti, tranne uno. Leao all’inizio non mi dava retta. Ci è arrivato per conto suo. Infatti è molto migliorato".

"Donnarumma è fortissimo, Mbappé lasci Parigi"

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Da Donnarumma a Guardiola, passando per Mbappé e Messi: "Gigio è un grandissimo portiere. Se gli avessero dato quel che chiedeva, sarebbe rimasto al Milan. Ora deve fare casino per essere titolare nel PSG. Non esiste che i sudamericani impongano quell’altro. Gigio è più forte. È vero, ho consigliato a Mbappé di andare via da Parigi. Ha bisogno di un ambiente più strutturato, come quello del Real Madrid. Però poi ho detto al presidente del Psg di non venderlo.

"Messi o CR7? Scelgo Leo"

"Messi e CR7 sono fortissimi entrambi, scelgo Leo perché abbiamo giocato insieme. Avevamo un rapporto professionale, anche lui vive per il calcio. Ma il Pallone d'Oro quest'anno lo meritava Lewandowski. Il giocatore più forte della storia, però, per me è Ronaldo 'il fenomeno', da piccolo lo imitavo.

"Guardiola non mi ha capito"

"Guardiola non mi ha mai capito, voleva programmare tutto quello che dovevo fare. Mi veniva un gesto d’istinto, ma poi pensavo a quello che voleva Guardiola e cambiavo. Così pensavo doppio. Guardiola non ama i giocatori di personalità. Ero diventato un problema e siccome non riusciva a risolverlo l’ho risolto io, andandomene".

"Il futuro un po' mi preoccupa, non so se farò l'allenatore"

Ora ha tanta voglia di giocare, ma che futuro attende Ibra? "Un po' mi preoccupa. Con i 40 anni è arrivata un po’ d’ansia. Farò l’allenatore? Non lo so, è così stressante… Farò qualcosa capace di darmi adrenalina. Ma finché reggo, faccio il centravanti. Voglio giocarmi lo scudetto fino all’ultima giornata. E andare al Mondiale in Qatar".

 

"Da bambino ho sofferto, ma ho trasformato l'odio in forza"

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Ibra racconta poi la sua infanzia: "Ero un bambino che ha sempre sofferto. Appena nato, l’infermiera mi ha fatto cadere da un metro d’altezza. Io ho sofferto per tutta la vita. A scuola ero diverso: gli altri erano biondi con gli occhi chiari e il naso sottile, io scuro, bruno, con il naso grande. Parlavo in modo diverso da loro, mi muovevo in modo diverso da loro. I genitori dei miei compagni fecero una petizione per cacciarmi dalla squadra. Sono sempre stato odiato. E all’inizio reagivo male, con l’isolamento. Poi ho imparato a trasformare la sofferenza, e pure l’odio, in forza. Benzina. Se sono felice, gioco bene. Ma se sono arrabbiato, ferito, sofferente, gioco meglio. Da uno stadio che mi ama, prendo energia. Ma da uno stadio che mi odia, ne prendo molta di più".

"Non credo in Dio, solo in me stesso"

"In che lingua penso? Dipende. In campo, mai in svedese: è una lingua troppo gentile, e in campo serve cattiveria. Così penso in slavo. Qualche volta in inglese e in italiano. Però in famiglia facciamo cose svedesi. Per esempio ci togliamo le scarpe prima di entrare in casa, restiamo con le calze. Non abbiamo personale di servizio: c’è una signora per le pulizie, il resto lo facciamo tutto da noi. Io sono svedese, ma sono anche un mix: mia madre è croata e cattolica, mio padre bosniaco e musulmano, ho vissuto la maggior parte della mia carriera in Italia... Non credo in Dio, credo solo in me stesso. E non credo nemmeno nell'aldilà. La vita è questa. Quando sei morto, sei morto. Non so neppure se voglio un funerale o una tomba, un posto dove far soffrire chi mi ha voluto bene".

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