C'era una volta l'america(no): l'evoluzione della Superbike

MotoGp
Paolo Beltramo

Paolo Beltramo

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Dall'idea negli anni '70 di Steve McLaughlin da cui è partito tutto, ai passaggi vincenti MotoGP-SBK di Kocinski e Biaggi, passando per quelli di Checa e Guintoli, ripercorriamo le tappe principali della storia del Mondiale di Superbike

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La Superbike l'hanno inventata gli americani. All'inizio degli anni '70 Steve McLaughlin, pilota esperto di gare con moto di serie, propone la creazione della categoria Superbike Production a supporto di altre gare. Nel '76 diviene categoria nazionale riconosciuta dall'AMA (American Motorcycle Association), anche perché piace pure a Jim France, boss di Daytona che dal 1985 fa correre la prestigiosissima 200 Miglia di Daytona con queste moto derivate di serie e già chiamate Superbike. Da lì ad avere anche un Campionato mondiale non ci vuole molto, bastano altri tre anni e nasce il Mondiale SuperbikeTorniamo un attimo in America così da capire l'importanza assoluta di questo campionato per la formazione dei campioni poi arrivati al Mondiale, soprattutto negli anni '80 quando si correva con vere moto di serie, molto meno sofisticate di quelle di oggi: avete presente quei milloni quattro cilindri in linea, manubrio piatto, doppio ammortizzatore posteriore, targhe portanumero attaccate al posto del faro e sotto la sella, look da "ce l’ho anch'io"? Insomma delle nude, "naked", come si dice oggi.

Doug Chandler
1994, Doug Chandler in azione al GP d'Europa, sul circuito di Jerez, classe 500 - ©Getty

I protagonisti

Cominciamo dal 1979: Wes Cooley (x2) Eddie Lawson (x2), Wayne Rainey, Fred Merkel (x3), Bubba Shobert, Jamie James, Doug Chandler. E siamo già al 1990. Poi vinceranno piloti come Scott Russell, Doug Polen, Ben Bostrom, Nicky Hayden (2002), Ben Spies. E lasciamo fuori gente come Troy Corser, Mat Mladin (vincitore per 7 volte) e Miguel Du Hamel, che non sono americani. I campionati per moto derivate di serie (che in qualche modo erano presenti da sempre in forme diverse) dilagano e nascono tornei nazionali. I primi due mondiali li vince Fred Merkel con la Honda RC30 gestita dal team italiano di Oscar Rumi (sì, un nome una storia). Nel '90 comincia l'era della Ducati con Roche e la 851, ma poi altri tre anni sono made in Usa con Polen (x2) e Russel (su Kawasaki). Poi vinceranno ancora John Kocinski nel '97, Colin Edwards (nel 2000 e nel 2002 con Honda VTR V2, per dimostrare che pure lei, Honda, sapeva fare dei bicilindrici vincenti, non soltanto Ducati e Aprilia), infine Ben Spies nel 2009 con la Yamaha, suonando tutti alla sua prima stagione di gare fuori dagli Stati Uniti.

Ben Spies
2009, Ben Spies assaggia con la sua Yamaha il circuto di Phillip Island nel Mondiale di Superbike - ©Getty

Il rapporto Superbike-MotoGP

Molti dei piloti citati e anche tanti altri sono poi approdati alla 500 o alla MotoGP. I più vincenti arrivano dalla Superbike primordiale, quella della Kawasaki Lawson Replica, della Suzuki Yoshimura di Schwantz, della Kawasaki con numero 60 di Rainey: motone scorbutiche, senza elettronica e da sportellate. In quegli anni si disputano anche gare America-Inghilterra, e da quel genere lì viene pure Mick Doohan (che perde una falange di un mignolo perché dopo una caduta gli resta incastrata nella marmitta alla 8 ore di Suzuka). Insomma, una formula molto formativa per chi vuole passare ai Gran Premi, molto più della SBK Mondiale di fine anni '90 ad oggi. Probabilmente la sofisticazione sempre più spinta delle derivate di serie ha reso necessaria una specializzazione tale da non consentire più quei passaggi vincenti degli anni eroici, e magari anche il livello si è un po' staccato dal Motomondiale. Alla fine sono diventati mondi a parte, separati, e infatti gli unici che siano riusciti a vincere un titolo sia nel mondo dei GP, sia in quello della SBK. sono soltanto in 2: John Kocinski nel 1997 con una Honda e Max Biaggi nel 2010 e 2012 con l'Aprilia. Venendo dalle Grand Prix hanno vinto il titolo anche Carlos Checa e Sylvain Guintoli, ma non è mai più accaduto il contrario.

Biaggi 2010
10 aprile 2010, Biaggi con la sua Aprilia: è l'anno del primo titolo in Superbike - ©Getty
Aprilia, Dall'Igna e Biaggi (2010)
Dall'Igna (a capo del progetto di sviluppo della RSV4) e Biaggi a Noale si godono la festa per il titolo in Superbike - ©Getty

Il primato di Hennen

Ma noi siamo qui per raccontare dei piloti americani che c'erano e non ci sono più. Quindi torniamo indietro e citiamo molti piloti che sono passati senza lasciare un grande segno, anche se molti sono stati ottimi. In quegli anni eroici delle 200 miglia quello che avrebbe potuto essere il primo americano campione del mondo al posto di Kenny Roberts è sicuramente Pat Hennen. Correva coi colori della Suzuki Heron, gli stessi di Barry Sheene, era spettacolare e fortissimo, Nato a Phoenix (Arizona) nel 1953, si trasferisce a San Mateo in California e comincia la trafila: gare di 250 in casa, "Marlboro Series" in Nuova Zelanda, 100 Miglia di Daytona vinta nel '74, l'anno dopo corre al Transatlantic Trophy in Inghilterra e si innamora delle corse euroee. Il suo esordio nel Mondiale 500 avviene nel 1976 al Mugello e finisce quinto con una Suzuki privata, nella gara vinta da Sheene. Poi fa secondo ad Assen, vince ad Imatra e fa terzo al Nurburgring e nel Mondiale. È lui il primo americano a vincere un Gran Premio nel motomondiale e lo fa su un tracciato stradale, un tipo di piste che ama moltissimo. Quella stagione fantastica gli vale l'ingaggio al fianco di Sheene al team Heron-Suzuki . Quell'anno vince in GB, fa secondo in Germania Ovest e poi ottiene 3 terzi posti in Venezuela, Olanda e Belgio. Chiede anche di poter partecipare al Tourist Trophy dell'Isola di Man e la Suzuki gli concede il permesso: finisce quinto e si innamora di quella gara unica e pazzesca.

Pat Hennen
Pat Hennen sulla Heron-Suzuki RG500 al GP di Gran Bretagna - ©Getty

La beffa a Bishops Court

Nel 1978 parte come uno dei candidati al titolo nel campionato che vede esordire Roberts. Grazie alla vittoria in Spagna e ai secondi posti di Venezuela, Francia e Italia, è secondo in classifica. Il calendario a quel punto sembra regalargli l'occasione della sua vita: alla gara sucessiva manca un mese, così c'è tutto il tempo per partecipare di nuovo al Senior TT. Parte male, recupera fino al secondo posto, stabilisce il record sul giro (primo a scendere sotto il muro dei 20 minuti con 19'53" e oltre 180 km/h di media!!!). Durante l'ultimo giro, però, a Bishops Court (poco prima del celeberrimo Ballaugh Bridge con il suo salto) viene centrato in viso da un uccello, perde il controllo, cade e finisce la sua corsa nel cortile di una chiesa vicina. Pat si salva, ma decide di ritirarsi dalle corse e tornare a casa in California. Quel Mondiale lo vince Kenny Roberts, primo di tre consecutivi.

Prima di tornare su altri grandissimi piloti americani, nella prossima puntata parleremo di quelli che hanno lasciato il segno, ma senza vincere titoli e festeggiando in pochissime gare. Sarà comunque interessante e renderà chiaro, proprio per il numero e la qualità, quanto manchino i piloti americani nel mondiale di oggi.

Pet Hennen
1978, il sogno di Pat Hennen svanisce sul più bello. Eccolo mentre affronta il MarlboroTransAtlantic Challenge Trophy, il 24 marzo dello stesso anno - ©Getty

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