Poggiali coach Ducati: "A Dall'Igna non potevo dire no, sono nel posto dei sogni"

a skysport.it
Paolo Beltramo

Paolo Beltramo

Credits foto IG @ducaticorse

L'ex pilota, due volte campione del mondo, racconta a skysport.it la nuova avventura da 'rider coach': "Al Team Gresini devo moltissimo, quando è arrivata la chiamata di Dall'Igna in Ducati non potevo dire di no: sono nel posto dei miei sogni. Non mi sento arrivato, il bello deve ancora venire". Tanti gli aneddoti in questa intervista realizzata da Paolo Beltramo. Il Mondiale 2024 partirà con il weekend in Qatar dell'8-10 marzo (tutto in diretta su Sky e in streaming su NOW)

TEST QATAR: LA 2^ GIORNATA - I TEMPI

Sanmarinese, due volte campione del mondo (2001 in 125 con una Gilera, in 250 nel 2003 con un'Aprilia), 41 anni compiuti il giorno di San Valentino, appartenente a una delle tante generazioni di piloti cresciuti dalle minimoto, Manuel Poggiali da oltre cinque anni si è dedicato ad una seconda carriera, quella di "coach" dei piloti. Una figura che è sempre più presente e importante (l'ha fatto anche Luca Cadalora per Valentino Rossi) nel motociclismo di oggi. E che per questo "straniero" romagnolo al cento per cento, rappresenta un'altra sfida in una vita tutta dedicata alla passione per le corse di moto. Forse non regalerà emozioni uniche e impareggiabili come gareggiare, piegare, staccare al limite, darsi carenate, finire lunghi, scivolare, sorpassare, vincere, venire sconfitti, ma che offre la possibilità di continuare in un certo senso ad essere in pista con l'obiettivo di andare più forte con i propri piloti, se non proprio sulla moto. Sentiamo da Manuel cosa fa un "coach" e come si sente un ex campione ad arrivare a fare questo lavoro per la squadra più vincente e forte degli ultimi anni in MotoGP, il team Lenovo-Ducati, quello vestito di rosso col bicampione Pecco Bagnaia e Enea Bastianini da aiutare, dopo averlo fatto per la squadra che porta il nome dell'indimenticabile Fausto Gresini. Lo abbiamo sentito proprio prima che partisse per iniziare davvero, dopo l'antipasto dei test di Sepang in Malesia, la sua stagione coi test di Losail in Qatar.

Manuel Poggiali
Credits foto IG @ducaticorse

Manuel, tu, Guido Meda ed io proprio in Qatar possiamo dire di aver rafforzato la nostra amicizia, anche se in un modo non proprio piacevole, ma efficace anche perché della tua squadra di allora non c'era nessuno.

"Eh, era il 2004, la prima edizione di quel GP e io giocando a squash in albergo ero finito contro una vetrata che delimitava il campo sul fondo, come sempre. Peccato che però sia esplosa e mi abbia inondato di pezzi di vetro. Avevo schegge e sassolini dappertutto e voi siete arrivati in Clinica Mobile dove il dr. Costa mi stava togliendo i pezzi dalla carne uno alla volta con le pinzette e disinfettandomi, ma facendomi per forza di cose abbastanza male anche perché non ricordo quante ferite avessi, ma erano decine e molti sono stati anche i punti di sutura esterni e interni. Voi siete stati lì con me fino a tarda serata a chiacchierare cercando di distrarmi e di tenermi su di morale. Ho apprezzato e mi è dispiaciuto non aver potuto partecipare a quel GP e anche a quello successivo in Malesia (allora era così) per via del caldo che non era una buona cosa per le ferite in via di cicatrizzazione".

Manuel Poggiali

È stato strano approfondire in quel modo un rapporto tra giornalisti e pilota, ma in Clinica Mobile col dr. Costa queste cose accadevano, era un luogo quasi magico dove le differenze di ruolo non contavano e c'era soltanto la passione comune nell’aria…

"Credo di aver vissuto la Clinica in un periodo dei migliori, quando c'era Claudio, per quelli come me un 'padre' delle corse, e a lui dobbiamo molto in tanti, chi più, chi magari meno, ma tutti vedevamo la Clinica Mobile come la nostra salvezza in generale. Alla fine era il nostro punto di ritrovo, condividevamo la passione che fossimo piloti, team manager, giornalisti, meccanici, cuochi…".

Vieni da una bellissima carriera come pilota, ma non è stata soltanto rose e fiori.

"Come tutte le carriere molto positive, quando incontri delle difficoltà inattese e nuove, non reagisci bene. Per i miei standard anche finire giù dal podio era un 'risultataccio', non in sé magari, ma perché si era abituati ad altro. Un po' tutto: stampa, ambiente, attese non mi concedevano molto. In sostanza però posso dire di essere soddisfatto di quello che ho fatto".

Poggiali

Hai smesso nel 2008, l'anno di Marco Simoncelli Campione del Mondo in 250. Il Sic ha iniziato a correre in minimoto comprando la tua motina usata. Ti dice qualcosa questa curiosità?

"La vedo soprattutto come una coincidenza. Con Marco, ma soprattutto con Mattia Pasini ho iniziato la mia carriera, ho trascorso l'era delle minimoto come un gioco, una passione comuni per molti anni. Con loro c'era un rapporto quasi fraterno, anche se magari soltanto nei weekend di gare da piccolini, ma stavamo sempre insieme, facevamo parte della stessa squadra ed eravamo molto legati in quegli anni lì. Poi i nostri percorsi si sono per forza diversificati, c'è chi è arrivato prima nel mondiale, chi dopo. Con Marco e Mattia c'è stato un rapporto speciale, ecco direi proprio speciale. Però alla fine alle gare ci si frequentava poco anche perché l'ambiente stava già cambiando, non c'era più tanto contatto tra i piloti, iniziava ad essere quello che è ora: ambienti abbastanza divisi, separati. Al di là di uscire la sera insieme o meno, il rapporto di stima e rispetto non è mai mancato ed è la cosa più bella".

Poggiali Simoncelli

Beh, due parole sui tuoi 2 mondiali dobbiamo dirle, quello della due e mezzo vinto all'esordio tra l'altro. O no?

"Sì, dai, direi… due li ho vinti, ma ci sono state anche occasioni perse. Nel 2002 sono restato in 125 col numero 1 al posto del mio 54 e perdere il campionato all'ultima gara in quel modo dopo aver vinto l'anno prima è stata una delusione grande, anche se gli altri sono stati più bravi perché io ci ho creduto e provato fino alla fine. Lo dico adesso che son passati più di vent'anni, ma allora mi erano girati molto i maroni anche perché è stato un anno strano, dove son successe un sacco di cose con l'area tecnica che da metà stagione sapeva già che avrebbe cambiato casacca e ci sono così stati un po' di problemi col materiale che non arrivava più della qualità e quantità di prima. Io per nervosismo ho commesso qualche errore… con l'esperienza che ho aggi ho capito che la squadra ha un'importanza fondamentale per trasmettere tranquillità e sicurezza al pilota. Poi chi va sulle copertine e si vede di più è il pilota ovviamente, ma chi ci lavora insieme ha un'importanza essenziale ed è giusto sottolinearlo. Portano esperienze, valori, lavoro che il pilota deve finalizzare mettendo la ciliegina sulla torta". 

Poggiali

Un inciso: quegli anni in 125 correvano piloti del calibro di Pedrosa, Cecchinello, Azuma, De Angelis, Borsoi, Kallio, Barbera, Giansanti, Dovizioso, Aoyama, Lorenzo, Fabrizio, Davies, Camier…

 

Sintetizzando si potrebbe dire che il pilota una volta sulla griglia e chiusa la visiera del casco è da solo con la sua moto, ma per dare il massimo ci deve arrivare tranquillo, convinto, sicuro

"Ci devi arrivare preparato e la preparazione è figlia di un lavoro di squadra, delle indicazioni del pilota, ma anche di soluzioni portate dai tecnici. È un lavoro molto ampio e tanti che non sono magari sui campi di gara, sono quelli che magari ti permettono col loro lavoro di avere certi tipi di performance. Sono persone che vanno valorizzate. Oggi se Ducati - parlo di Ducati perché oggi è casa mia - ha 8 moto in pista ed è probabilmente la più equilibrata di tutto il mondiale molto del merito va dato a chi ha lavorato da casa".

A sentirti parlare così sembra che questa tua seconda carriera nel motomondiale ti piaccia almeno quanto quella da pilota.

"Beh, essendo ancora abbastanza giovane e vedendomi ancora come pilota faccio un po' fatica a inquadrarmi in un ruolo diverso, ma alla fine è un percorso fisiologico che tutti percorriamo. Io sono appassionatissimo di moto, la moto è il mio mondo, è quello che mi ha permesso di raggiungere tantissimi obiettivi, di realizzare dei sogni e soprattutto mi ha dato entusiasmo e una voglia continua di crescere, di mettermi in gioco. Pilota lo puoi essere fino ad un certo punto, poi devi decidere cosa vuoi fare".

Poggiali

In passato ci sono stati tanti piloti che hanno costruito propri team, basti ricordare Agostini, Roberts, Rainey, Pons, Martinez, Gresini, Rossi… adesso tu operi da "rider coach"

"Gino Borsoi è team manager del team Pramac, il mio percorso è invece appena partito. Gino, come anche Locatelli, è più grande di me, ha maturato un'esperienza molto più importante della mia a livello dirigenziale e rappresenta uno stimolo vedere dei piloti coi quali ho anche gareggiato realizzarsi in altre vesti. È bello esserci, sentirsi vivi, cercare di aiutare a portare risultati. Mi è rimasta la voglia di vincere, lo stimolo quotidiano per cercare il miglior risultato possibile. Credo che un ruolo come il mio sia un'ulteriore aggiunta ad una squadra. Ai miei tempi cose così non esistevano".

Allora veniamo al punto: che cavolo fa un coach?

"Nel mio caso cerco, lavorando da bordo pista, di andare a vedere quelle che sono le criticità più importanti che i nostri piloti hanno e di capire meglio quello che accade. In parte vai dove ti dicono che ci sono delle difficoltà o cose interessanti da vedere. Molto arriva anche dal lavoro che si fa a casa. Ogni pilota è diverso, ha la sua storia, le sue caratteristiche, le sue difficoltà e i suoi punti di forza. In un tracciato dove un pilota non ha mai vinto o è sempre stato in difficoltà, molto probabilmente sarà uno di quelli difficili, quindi cerco di andare ad osservare quello che succede per cercare di trovare dei consigli, degli spunti, delle idee diverse per migliorare la prestazione. Insieme si analizza col supporto di tutta la squadra e si cerca di trovare la soluzione per ottimizzare al massimo il tutto".

Quanto importante è stato per te che sei Sanmarinese, cioè "extracomunitario-romagnolo" (si scherza ndr), l'aver potuto lavorare nel team Gresini anche e soprattutto quando ancora c'era Fausto, cioè cambiare e crescere in quell'atmosfera di passione e famiglia, di sorriso e professionalità?

"Sì, mi sento romagnolissimo, e assolutamente senza quella chiamata di Fausto nel 2018 oggi non sarebbe stato minimamente possibile realizzare i passi che ho fatto. A Fausto come persona e alla Gresini Racing come struttura devo moltissimo, perché anche quando lui è scomparso mi è stata data fiducia, cosa che mi ha portato ad arrivare a fare quello che oggi faccio per Ducati. A loro, ma soprattutto a Fausto devo molto, perché è grazie a lui che ho ritrovato degli stimoli per tornare nel mondo delle corse con entusiasmo. Sì, Fausto e la Gresini Racing sono stati, sono e saranno sempre una parte importantissima della mia vita. È una struttura dove mi sono subito trovato a mio agio, che fa parte della mia cultura, del mio modo di vivere la vita e le gare, perché è vero che sono 'extracomunitario', ma sono proprio molto romagnolo e italiano anche perché ho iniziato con le minimoto sul circuito di Miramare e poi tutta la riviera. Qui abbiamo un nostro modo di fare, di lavorare, un modo molto appassionato che trasmette questa passione basata sulla tradizione del motorsport che qui è fortissima".

Manuel Poggiali

Secondo me, vedendo le cose da fuori, il segreto del Team Gresini attuale è che Nadia è stata bravissima a mantenere continuità, in un certo senso è come se Fausto ci fosse ancora. Ha dato fiducia alle stesse persone di prima, Carlo, Michele, tu…

"Probabilmente è proprio la continuità in questi casi a dare i risultati migliori perché sai cos'hai per le mani, conosci ogni virgola, sai dove migliorare dove mantenere. La continuità significa poi anche dare alle persone la possibilità di progredire, di far meglio, di crescere. Ovvio che se mi parli di una struttura che non funziona e che non ottiene mezzo risultato, beh allora è giusto cambiare. Ma se si tratta di una struttura che funziona come Gresini negli ultimi anni, beh la continuità è l'arma migliore".

Quando hai saputo che Marc Marquez aveva firmato per il Team Gresini, non ti è venuta un po' la tentazione di rimandare di un anno almeno il tuo passaggio in Ducati ufficiale?

"Onestamente quando è arrivata - sottolineo, inaspettata, perché ero molto concentrato sul lavoro di allora - la chiamata di Gigi Dall'Igna, che conosco dai tempi di Aprilia, anche senza averci lavorato insieme, uno che stimo, che tutti conoscono, che ha carisma, era difficile per me non saltare su quel treno che mi aveva chiamato".

Poggiali Dall'Igna
Credits foto IG @ducaticorse

Dove vuoi arrivare?

"L'ambizione è importante: dopo ogni gara cerco sempre di capire se potevo fare di più o meglio. La mentalità da sportivo, anche vincente non l'ho mai persa. Magari è andata un po' in stand-by, ma resta nelle mie corde. Cerco di vedere sempre aspetti migliorabili. Ciò mi porta a non sentirmi mai arrivato, a pensare che il bello deve sempre ancora venire". 

 

Insomma si deve preoccupare un po' anche Ezpeleta…

"Quello che mi porterà la vita in futuro oggi non si può dire, è presto, ma di sicuro mi impegnerò al massimo come ho sempre fatto, la mia ambizione resterà sempre molto alta e la voglia di crescere e migliorare mi accompagneranno sempre. Con questi presupposti e questo atteggiamento cercherò di capire e afferrare le occasioni che mi si presenteranno durante questo percorso".

Tu hai seguito molto da vicino Fabio Di Giannantonio e non soltanto in MotoGP. Cos'è accaduto perché riuscisse a sbloccarsi così tanto e bene?

"Fabio ha sempre avuto grandi qualità. La MotoGP è la categoria più difficile e complicata del motomondiale. Il suo è stato un percorso magari un po' più lungo di altri, ma fa parte del gioco. Il primo anno di MotoGP, a parte pochissime eccezioni, è stato difficile per tutti anche se lui ha fatto una pole al Mugello. È stato un percorso che lo ha portato a maturare, a capire cosa fare in pista, a gestire molte cose, gomme, asfalti, piste… Gli auguro di trovarsi bene anche col team VR46 perché a lui sono affezionato: ha vinto la prima gara in Moto3 con me come coach nel 2018 a Brno, ho avuto la fortuna di essergli accanto anche nel primo successo in Moto2 a Jerez 2021 e l'anno scorso in MotoGP in Qatar. Ho seguito praticamente tutta la sua carriera nel motomondiale essendo il suo riferimento 'di pista'. Ho un rapporto particolare con lui, gli auguro di fare il meglio. Lui è romano, ma ha abitato tanti anni qua in Romagna".

Poggiali Di Giannantonio

Con Davide Tardozzi che rapporto hai?

"Lo conosco da tanto tempo, ma operativamente parlando ancora no. Posso però dire che ha un ruolo importante in Ducati, è un punto di riferimento per tutti noi, me compreso. Sarà un piacere vederlo all'opera, sono tutti aspetti importanti che magari mi possono aiutare anche in ottica futura. Posso soltanto dire che ho la fortuna di vivere in un ambiente che mi piace molto, nella squadra da due stagioni campione del mondo, in un team ufficiale che per me è il top mondiale. Io con molta umiltà cercherò di imparare, di mettermi al servizio dei nostri piloti col solo obiettivo di continuare a vincere. Secondo me a Pecco ed Enea non manca nulla per poter puntare al massimo in ogni gara. Credo che abbiamo in squadra due piloti eccezionali, italiani, su un marchio storico italiano. Il sogno darebbe di vedere 8 Ducati nei primi 8 posti, ma lavorando io per la squadra ufficiale ovviamente vorrei che i miei due fossero i primi. Credo che vedere tanti altri piloti Ducati così forti e veloci sia un bello stimolo per i nostri".

Quando hai smesso di correre hai detto che lo facevi anche perché avevi un figlio. Beh, adesso puoi fare un lavoro quasi altrettanto stimolante, ma senza correre troppi rischi. Bello no?

"Rischi nel senso fisico certamente no, i piloti ne corrono certamente di più, perché lo so, l'ho fatto. Il rischio è quello di un lavoro dove puoi non far bene. Ma come ti ho già detto, per come sono fatto, per gli stimoli e le ambizioni che ho, credo di sì, che il rischio sia poco. Io adesso sono nel posto che credo molti sognino. Ci sono arrivato, ma per me non è un punto di arrivo, voglio veramente cercare di vincere, di vivere quelle emozioni non saltuariamente, ma con continuità, avere sempre lo stimolo di portare sempre qualcosa in più alla causa, quindi voglio veramente radicarmi in rosso e con questo brand che oggi è la migliore, ma che ha una storia molto importante, indelebile. Se pensi a Ducati, pensi a moto sportive, bellissime, uniche, Essere in questo ambiente per me è il massimo a cui puntare, ma nei sogni, e rappresenta un sogno che si realizza".

 

Beh Manuel, cosa dire ancora? Buon viaggio e continua a sognare.

"Quella di sognare è una condizione che porta uno sportivo a conquistare il maggior risultato possibile. La voglia di realizzare il proprio sogno".