Indycar, 500 Miglia: la storia della corsa più veloce al mondo

Motori

Biagio Maglienti

Ray Harroun 1911 primo vincitore della 500 Miglia (foto: Twitter Design Museum)

Storia e curiosità della corsa più veloce del mondo dagli albori del 1911 alla pole di EdCarpenter del 2018, passando per la leggenda di Mario Andretti

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La gara più massacrante al mondo è arrivata alla 102esima edizione. A dimostrazione che quel progetto nato d’istinto nel 1911, grazie ad alcuni imprenditori del settore delle auto, era valido. Iniziava l’epopea delle auto commerciali, ma nel frattempo sull’ovale dell’Indiana questi giovani ragazzotti, ricchi e particolarmente affascinati dal rombo del motore, si sfidavano sullo sterrato di questo tracciato. Dalla polvere al porfido il salto è stato notevole, ma estremamente breve. Le macchine erano potenti, veloci, pesanti e poco sicure. Ma il divertimento per i piloti e per chi assisteva alle gare era enorme. I nomi dei piloti non erano poi così conosciuti, Ray Harroun per esempio, il primo vincitore e rimase impresso solo ed esclusivamente per questa sua performance e perché rimane il primo della lista dell’Albo d’Oro.

Prima della sospensione a causa della Prima Guerra Mondiale, un italiano, Ralph DePalma (probabilmente italiano fino in fondo non proprio) su Mercedes centrò il successo. E poi si trattò solo di piloti a stelle e strisce, sino alla coppia inglese di Clark e Hill, due mostri sacri della competizione automobilistica che sulle ali del successo in F1, si cimentarono e vinsero anche a Indianapolis.

Infine inizia se vogliamo l’era moderna e lo spartiacque lo fece un altro nome storico di questa specialità; metà italiano e metà americano, Mario Andretti costruì il suo futuro prestigioso passando anche per questa vittoria. Era il 1969 e in Europa si iniziava ad avere idea di cosa fosse realmente questa gara.

Ai più venne idea di informarsi su quello che succedeva a Indianapolis grazie anche a Emerson Fittipaldi, la cui cassa di risonanza mediatica al tempo era enorme, e i due successi ottenuti lo consacrarono agli occhi di tutto il mondo.

Assieme al brasiliano, ci furono anche nomi prettamente statunitensi, Al Unser, Ricky Mears, Bobby Rahal, sino a quando un giovanissimo canadese, conosciuto anche perché figlio d’arte, centrò questo prestigioso trofeo: era Jacques Villeneuve, destinato a seguire le orme del padre in Formula Uno.

Ma il numero vero lo fece un’altra conoscenza della Formula Uno, Juan Pablo Montoya. Nel 2000 s’impose all’attenzione americana e non, lui colombiano scontroso, e il suo successo fu si considerato ma non tanto accettato. Beh dopo esattamente 15 anni ritornò a vincere, dopo un passaggio in Formula Uno senza tantissimo clamore e un discreto periodo in Nascar: allora si che gli americani gli tributarono il giusto applauso e lo proclamarono un americano…vero.

Ma il sogno a stelle e strisce lo impersonifica un altro brasiliano. Helio Castroneves, l’anno scorso dopo aver vinto ben tre Indy 500 e mai il campionato, ha rischiato di celebrare questo successo assieme a tutti gli appassionati statunitensi. Sino all’ultima gara è stato in corsa e poi ha abbandonato il sogno e assieme a lui tutti i suoi fans che però lo supporteranno al suo rientro a Indy.

Per ora in pole c’è Ed Carpenter, pilota e proprietario di team, sempre molto propenso ad essere veloce; è la terza pole position a Indy per lui, rientrando nella cerchia ristretta dei dieci. Mai vinta Indy, ma determinato a farlo; a contendergli il faccino da porre sul trofeo Dixon, Newgarden, Sato, Pagenaud, Wickens, Jones e perché no l’unica donna in gara, Danika Patrick.

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