Fabio Fasola, l'intervista: "La mia nuova Dakar 2020 tra i giovani"

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Biagio Maglienti

Biagio Maglienti

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Cinquantottenne di Voghera e con tante medaglie d’oro al collo, Fabio Fasola torna nel deserto e trova questa Dakar, nuova, entusiasmante, moderna, sociale, sicura, ma dove bisogna sempre andare al massimo

Se impari a respirare la sabbia del deserto, se te la spalmi sulla pelle e te la ritrovi sempre nelle tasche e nelle scarpe, beh, difficilmente riesci a farne a meno per sempre. Se addirittura su quella sabbia ci hai corso e ti sei improvvisato pilota, atleta, motociclista e avventuroso “dakariano”, allora quella non è più solo la malattia del mal d’Africa, ma qualcosa di più. Così Fabio Fasola cinquantottenne di Voghera, un passato con tante medaglie d’oro al collo, ben otto, alla Sei Giorni di Enduro con la Nazionale italiana, ritorna con piacere nel deserto e trova questa Dakar, nuova, entusiasmante, moderna, sociale, sicura, ma sempre una gara nel deserto dove bisogna tenere aperta la manetta e dare del gas.
 

“E’ un piacevole misto di tutto un po quello che c’era nel deserto africano, con dune e sabbia, tanta navigazione, sassi, insidie sotto qualsiasi traccia e poi la classica toulé-ondule, quella che ti spinge ad andare al massimo, ma è infida e pericolosa. –insomma ci racconta-  La Dakar attuale è molto moderna come concezione tecnica e tecnologica, ma ripercorre i fasti di quella vera che ha caratterizzato il passato e la storia di questo sport”. Al primo giorno di riposo, si possono tirare le primissime considerazioni e Fabio dice che non è stato tutto così semplice, dalla ricerca sponsor, all’ organizzazione  della trasferta oltre  al ritorno sulle piste, dove a 58 anni il fisico fatica, ma l’esperienza aiuta…

“Tanti giovincelli –continua- vedendomi in gara mi hanno spesso chiesto come affrontare ostacoli, come e perché guidavo in un certo modo piuttosto che un altro. E’stato un motivo d’orgoglio e mi ha fatto piacere spiegare loro come fare. Forse anche la mia esperienza nei Rally Raid, piuttosto che nella scuola che mando avanti, mi ha aiutato, lasciandomi un imprinting importante”.


E’ una sfida nella sfida, quella di Fasola; vuole portare la sua Husqvarna in fondo a questa gara e ci crede, anche se durante le stage un pensierino al perché fosse li e a chi glielo abbia fatto fare, ci confida di averlo fatto.

E poi comunque non è da meno il suo blasonato cognome che alla Dakar vi ha partecipato dal 1998 per ben tre volte di fila, comportandosi alla grande; conosce ed + conosciuto e rispettato da Peterhansel (13 volte vincitore su due e quattro ruote), da Hubert Auriol (3 volte anche lui a segno in moto e in auto e poi organizzatore della stessa competizione) e da tanti altri che con lui, nel momento clou di questa maratona africana, hanno condiviso ogni singolo granellino di sabbia. Oggi in questa 42^ edizione condivide pasti, sonno e adrenalina con alcuni di quei piloti ma anche con nuovi come Al-Attyah o Fernando Alonso; il tempo passa, le passioni fortunatamente rimangono e questo nuovo corso che ha portato la Dakar in Arabia Saudita, sembra essere il giusto motivo per ritornare ad amare il deserto, correndoci in moto e in auto… oppure con i camion o i quad, fate voi.

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