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NBA, Kyrie Irving attacca LeBron James: “Finalmente ho compagni forti quanto me”

le parole
©Getty

Le parole del giocatore dei Brooklyn Nets sono apparse a tutti come un attacco diretto a King James - con cui Irving ha condiviso spogliatoio e responsabilità per tre anni a Cleveland: “Mi sono sempre sentito il migliore, adesso ho Durant al mio fianco”, sottolinea durante un’intervista, smentita poi in parte in un video chiarificatore postato sui social: “Se avessi voluto dire qualcosa contro una persona in particolare, avrei fatto il suo nome”

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Torna a far parlare di sé Kyrie Irving, finalmente recuperato dall’infortunio alla spalla e entusiasta di poter riprendere nelle prossime settimane gli allenamenti al fianco di Kevin Durant: un anno dopo le trade che hanno portato entrambi a giocare ai Nets, potranno iniziare a mettere in mostra tutto il loro potenziale. I due All-Star, protagonisti della prima puntata di “The ETCs” - il nuovo podcast di Kevin Durant - hanno parlato a lungo del loro futuro, di progetti e di ambizioni, lanciando anche un paio di stoccate ad avversari ed ex compagni. È così che sono state lette le parole pronunciate da Irving, quando si è iniziato a discutere di possibili finali di partita con il punteggio in equilibrio: chi prenderà l’ultimo tiro in quelle occasioni? “Mi sono sempre sentito a mio agio quando si è trattato di assumersi responsabilità del genere, ho sempre avuto la sensazione di essere la miglior opzione in tutte le squadre nelle quali ho giocato fino a oggi - la replica di Irving - Questa invece è la prima volta nella mia carriera in cui se mi guardo intorno sono portato a pensare: “Anche questi figli di p*****a al mio fianco possono segnare”. Questo molto probabilmente renderà più semplice il mio compito. In passato, le volte in cui non ho preso io l’ultimo tiro, mi sono sentito colpevole. Voglio essere il protagonista, quello che si prende responsabilità, ma al tempo stesso devo imparare a cedere parte di questo peso anche ai miei compagni di squadra. In quei casi non era una questione di fiducia, conoscevo il loro valore, ma semplicemente ne facevo una questione di consapevolezza: ero io l’opzione migliore”.

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Impossibile per chiunque non guardare controluce parole del genere e non leggere tra le righe il nome di LeBron James - di gran lunga il migliore compagno di squadra che Irving ha avuto al suo fianco in questo decennio trascorso in NBA. Un attacco frontale che, anche se indiretto, ha portato in molti a controllare come fosse andate realmente le cose durante gli anni trascorsi insieme dai due ai Cavaliers. Tutti infatti ricordano il tiro del definitivo sorpasso realizzato da Irving in gara-7 nel 2016 contro Golden State, ma quello è stato soltanto uno dei tantissimi passaggi cruciali che hanno portato Cleveland sul tetto della NBA. I dati complessivi però raccontano un’altra storia: andando a guardare all’aggregato delle conclusioni tentate negli ultimi cinque minuti di partite in cui il punteggio era in equilibrio (margine inferiore o uguale a cinque punti), la resa di LeBron e Kyrie nei loro tre anni in Ohio - dal 2014-15 al 2016-17 - è stata ben diversa rispetto a quanto raccontato da Irving: James infatti ha chiuso con 128/305 dal campo (42%), con il 37% dalla lunga distanza, mentre l’attuale giocatore dei Nets si è fermato a 77/210 (36.7%), con il 26.6% dall’arco. C’è chi obietterà: “Beh, ma James incide soltanto in regular season perché fisicamente è il numero uno, ma ai playoff, quanto conta di più scompare”. Bene, isolando solo i dati dei quarti periodi della post-season, il confronto resta impietoso: nel 2015 LeBron ha segnato 164 punti complessivi nelle ultime frazioni (40% al tiro), contro i 55 di Kyrie; nel 2016 120 (48%) a 99 (42%); nel 2017 furono 122 punti (47%) a 59 (38%). Ultimo raffronto, i dati raccolti nelle tre partite conclusive delle finali NBA vinte in rimonta da Cleveland nel 2016: James 11 punti, 3.3 rimbalzi e 2 assist di media (nel solo quarto periodo) con il 58% di percentuale dal campo, Irving con 6 punti, 1.7 rimbalzi, 0.7 assist e 50.3% al tiro. Difficile credere di essere “migliore dei propri compagni”, anche guardando soltanto ai dati.

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Numeri che forse saranno capitati sotto gli occhi anche dello stesso Irving, che a distanza di poche ore ha pubblicato via social un video per sottolineare il fatto che le sue parole fossero state equivocate (c’è una registrazione in realtà, difficile immaginare che potessero essere interpretate in maniera diversa, ndr): “Perché dal vostro punto di vista, tutto deve risolversi sempre come una battaglia e un testa a testa di un fratello contro un altro? Perché? Se io mi fossi voluto rivolgere contro qualcuno in particolare, avrei fatto il suo nome. Andiamo, non ascoltate i racconti falsi fatti da altri. Lasciate vivere in pace la propria vita alle persone, è soltanto un gioco. Quando si parla di arte, di sport, lo si fa in maniera il più libera e aperta possibile. Ma visto che viviamo in una società in cui a dominare è il clickbait, c’è bisogno che una semplice frase diventi sempre qualcosa di più grande. Non dovete difendervi dalle mie accuse, so bene come funzionano i media. Dovete fare spettacolo. Ho capito di non dover più porre la mia figura in contrasto in alcun modo con le altre, mai più. Non era quella la mia intenzione, stavo soltanto parlando liberamente, senza pensare al modo in cui ragiona la nostra società. Stavo spiegando un mio stato d’animo, non facendo un confronto tra me e gli altri”.

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E sarà stato soltanto un caso - o forse no - che mentre le parole di Irving nei suoi confronti diventavano virali, James rispondeva in conferenza stampa spiegando cosa ci fosse alla base della sua super intesa (dentro e fuori dal campo) con Anthony Davis: “Non siamo gelosi l’uno dell’altro, questo è il nostro punto di forza. Nello sport professionistico, alle volte due maschi alfa riescono a unire le forze. Due campioni dominanti per anni nelle loro squadre che, una volta insieme, discutono di quanto possono diventare letali mettendo a disposizione dell’altro le proprie qualità. Credo che la gelosia tra compagni generi tensioni e fratture ed è assolutamente l’opposto di quello che io e AD siamo diventati nel corso dei mesi. Abbiamo imparato a conoscerci, sappiamo bene quale sia il nostro valore. Chiediamo entrambi il meglio a noi stessi, dentro e fuori dal parquet, sempre a disposizione del compagno. Siamo riusciti ad allineare i nostri orizzonti e in questi casi non ci sono limiti che dobbiamo porci”. Frasi condivise anche da Davis: “Non c’è invidia, si vede chiaramente anche nel modo in cui giochiamo. Siamo entrambi altruisti nei confronti dell’altro”. C’è soltanto una cosa di cui l’ex Pelicans è geloso: “Lui ha tre anelli al dito, io nessuno. Ma spero che questa mia carenza non duri ancora a lungo. Lo voglio con tutto me stesso, ma sì, non lo nascondo: quella è una delle cose che potrei invidiargli a vita”.

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