Jonathan Rea, il tiranno gentile della Superbike

Il ritratto
Edoardo Vercellesi

Edoardo Vercellesi

Il 2020 è stato ancora una volta l’anno di Rea, vincitore del sesto titolo Superbike consecutivo. Un pilota fenomenale che sta scrivendo la storia, ma prima di tutto un uomo

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Il Mondiale Superbike ha in Jonathan Rea un perfetto uomo simbolo, un rappresentante che incarna quelli che sembrano essere i valori fondanti del proprio paddock. Il round di Estoril, infatti, ci ha restituito ancora una volta un campionato fatto prima di tutto di uomini: la favola di Chaz Davies che vince l'ultima gara in Ducati, l'addio emozionante di Michael Van Der Mark a Yamaha, Xavi Fores che diventa la chiave della vittoria Kawasaki tra i costruttori, la dolcezza di Scott Redding nel celebrare prima il titolo del rivale in nero e verde, poi il successo del compagno di squadra.

Superbike, Rea

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Rea segue con naturalezza questi dettami e lo dimostra (senza esibirlo) costantemente, a partire dal forte legame con la famiglia composta dalla moglie Tatia e dai figli Tyler e Jake, ritratti insieme a lui in un disegno stampato sul retro della tabella dei tempi e sulla protezione per il petto nascosta sotto la tuta. Sabato pomeriggio dopo aver messo in archivio il sesto titolo ha persino avuto la lucidità di dedicare un pensiero commosso e tutt'altro che scontato al promoter Dorna, agli organizzatori, allo staff dei circuiti e a tutti coloro che hanno reso possibile lo svolgimento del campionato in questo disastroso 2020. In ogni intervista, in ogni debrief, in ogni analisi il nordirlandese sottolinea poi il ruolo centrale del team nei suoi successi, dal punto di vista tecnico e soprattutto dell’ambiente.

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Il pacchetto pilota/moto/squadra ha fatto la differenza anche nella conquista di questo sesto titolo mondiale consecutivo: l'armonia che contraddistingue il gruppo di lavoro del Kawasaki Racing Team fa da cornice all'equilibrio raggiunto dalla ZX-10RR, moto versatile ed equilibrata, perfezionata nel corso degli anni. È giusto ricordare però, per dare a Johnny quel che è di Johnny, come quella moto valga la vittoria ogni weekend solo con lui: talvolta si tende a trascurare il dettaglio del talento di Rea, talento affinato nei tanti anni in sella alla Honda prima di approdare su quella "verdona" che con lui è diventata un'arma totale.

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Il titolo 2019 resta probabilmente il più impensabile, il più strano, con l’arrivo di Alvaro Bautista sulla nuova Ducati Panigale V4R che in un attimo sembrava aver spazzato via l'era di Rea e reso obsoleta la Kawasaki. Tuttavia, anche quest'anno (così come tutti gli anni) la chiave del successo è stata la costanza di rendimento: undici vittorie e diciassette podi in ventiquattro gare, un solo zero in classifica e il weekend peggiore proprio a Estoril, quando il titolo era ormai già in ghiaccio. Per mettere tutto nella giusta prospettiva è giusto segnalare come Redding, suo principale rivale, fosse un debuttante, ma questo non toglie valore a quanto fatto dal nativo di Ballymena.

L'unica macchia del 2020 di Rea è aver mancato il centesimo successo in carriera in Superbike, obiettivo rimandato al prossimo anno. Le statistiche restano impressionanti, anche imbarazzanti, con sei titoli mondiali, novantanove vittorie e centottantacinque podi in trecentoquattro gare a cui aggiungere ventisette pole position. Forse, purtroppo, la grandezza di un personaggio si percepisce per intero solo più tardi, quando si ritira ed entra nella storia. Nel frattempo però Jonathan Rea, quello che per troppi è un campione senza carisma, la storia ce la sta scrivendo sotto gli occhi.

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