Deserti, piramidi, Tuareg, pergamene: la mia Parigi-Dakar (parte 2)

Motori
Paolo Beltramo

Paolo Beltramo

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Nel 1990 ho vissuto la mia seconda Parigi-Dakar. Questa volta è stato un Rally autentico: ho visto le piramidi con le pergamene a Timbuktu, ho fatto un giro su una canoa tra gli ippopotami nel fiume Niger, ho giocato con bambini così poveri da avere soltanto il proprio sorriso come splendente ricchezza, ho dormito nel buio della notte rotto soltanto dalle stelle o da un accampamento Tuareg, ho mangiato per strada seduto per terra, viaggiando tra Libia, Ciad, Mali, Costa d’Avorio, Mauritania e Senegal

LA MIA PARIGI-DAKAR: LA PRIMA PARTE DEL RACCONTO

Quella del 1990 per me à stata una Parigi Dakar vera: infatti avevano deciso di mettermi con il fotografo Gigi Soldano (allora operatore) su una Pajero preparata (ad esempio serbatoio benzina da 240 litri) e guidata da Pelanconi, ex secondo di Clay Regazzoni. A me era stato riservato un sedile (da corsa) in mezzo sul retro, più alto dei loro anteriori perché sotto c’era il ponte della trasmissione. Avevamo roll-bar, alleggerimenti, rinforzi, insomma tutto quello che ci serviva per passare le verifiche e partecipare al Rally allora più famoso del mondo anche se con una vettura "media", fuori classifica. Avevamo il road book come tutti i partecipanti e un’enorme libertà: potevamo partire ed arrivare quando volevamo, senza limiti di ritardo o anticipo. Volendo avremmo potuto anche saltare una tappa, bastava che non accendessimo la "balise", un aggeggio che trasmetteva un segnale di abbandono, incidente, perdita nelle vastità del deserto.

 

Noi italiani, che eravamo tanti, secondi soltanto ai francesi, siamo partiti la vigilia di Natale del 1989 da piazza Castello a Milano. Credo sia stata quella volta che ho conosciuto Guido Meda, che faceva interviste un po’ a tutti in giro per la piazza. Da Parigi “Arc de Trionphe” a Marsiglia e in nave a Tripoli. All’arrivo in Africa la sorpresa: tutto pulito, perfetto, ordinato. Strade appena riasfaltate, ragazzini in divisa della propria scuola, benzina, gasolio, arance e aranciata gratis per chi era del Rally. Una sorpresa anche se fare il Capodanno a Sirte con un Dom Perignon caldo, tirato fuori da un nascondiglio degno di un narcos, nascosti dietro la portiera posteriore della macchina, non è stato poi così male: l’idea di aver fatto una cosa proibita nella Libia di Gheddafi ci gasava. D’altronde nel campo c’eravamo praticamente soltanto noi, i libici fuori.

 

Il deserto libico, cioè dove abbiamo fatto quella foto dove ci sono il sottoscritto in mutande, Gigi Soldano, Tino Martino e Paolo Scalera, loro ancora a seguire il Motomondiale, è stata una sorpresa semplicemente inimmaginabile per me che non c’ero mai stato sul serio. Viaggiavi su questo altipiano pieno soltanto di impronte di mezzi militari, ma il bello era la notte. Noi anticipavamo la partenza della tappa e guidavamo qualche ora col buio. Fino a quando riuscivamo a individuare i segni sul road-book insomma: cumulo di pietre, poi un bidone di benzina vuoto, poi una roccia appuntita e così via seguendo indicazioni e bussola. Finchè non ti accorgevi che senza il sole non saresti mai rimasto sul tracciato e ti saresti perso. Allora ci fermavamo e campo. Non sempre eravamo così tanti, anzi Scalera e Tino lavoravano per Motosprint, quindi  avevano impegni diversi. Noi dovevamo portare a casa immagini uniche e qualche servizio sull’Africa inerente, ma staccato dal Rally.

Tino Martino, Paolo Beltramo, Gigi Soldano e Paolo Scalera nel deserto libico

Quella volta però eravamo in cinque o sei, cioè tanti, eppure quella sensazione di solitudine, quel silenzio assoluto, quel buio rotto soltanto dalle stelle e da un lontano fuoco di qualche accampamento Tuareg erano stupefacenti, divini. Se ti cadeva un franco nella sabbia sentivi il rumore. Quella volta, pur avendola, non ho mai montato la tenda (memore della fine dell’anno precedente), ma ho dormito all’addiaccio con materassino autogonfiabile e sacco a pelo. Era bello svegliarsi col sole, spararsi un caffè fatto con la moka sul camping gas e ingozzarsi di quelle barrette e biscotti ultraenergetici che ti forniva l’organizzazione. Anche quella volta che mi sono svegliato con un cane che mi leccava la faccia non è stato male.

 

Faceva freddo alla Dakar, soprattutto in Libia che era a nord e noi stavamo sui sette-ottocento metri sul mare. Quindi mettevamo tutto a posto in fretta, una lavata di denti, qualche fazzolettino umidificato e via. La doccia un sogno lontanissimo, perlomeno non si sudava. Noi avevamo anche un’altra cosa, oltre al Dom Perignon e credo un po’ di scatolette di tonno e carne, in più di molti: una bombola di aria compressa, come quelle dei sub, ma più piccola, 5 litri. In un Rally con oltre 11mila chilometri di strada sterrata o fuori pista è essenziale perché quando da un tratto duro arrivi alle dune, alla sabbia, sgonfi. Quando poi ritorni sul duro pietroso gonfi. Così non ti insabbi, né buchi. Altrimenti o sgonfi e poi gonfi a mano con la pompa (circa due ore a gomma) oppure pensi che vabbè, un po’ di strada sul duro con le gomme sgonfie non farà niente e spacchi tutto, oppure fai il ragionamento contrario e entri nella sabbia con la gomme dure e ti insabbi dopo cento metri e non nesci più se non sgonfi  e qualcuno ti dà una tiratina con la corda per farti ripartire da quella buca che ti sei scavato.

 

Fare il Rally in macchina è l’unico modo di capirlo davvero, di incontrare la gente vera, sperduta, ma ospitale e gentile. È l’unico modo per scendere verso il Tenere dalla Libia e vedere le pitture preistoriche sulle rocce, parlare coi ricercatori, conoscere. Fuori dalla Libia cominciava l’Africa quella vera. Un po’ più caldo, più gente, più villaggi, più varietà. Sabbia rossa, rosa, duro, pietre. Posti inimmaginabili e bellissimi nel loro essere estremi. Butto lì alla rinfusa: Agadez, Dirkou, Bilma, Timbuktu, Bamako, Niamey, e poi naturalmente Dakar dalla quale tutti scappavano appena possibile, sfiniti, felici di esserci arrivati ma con il Natale e il capodanno da rifare.

 

Quella volta ho visto le piramidi con le pergamene a Timbuktu, le donne a petto nudo lavare i panni sotto il ponte di Bamako, ho fatto un giro su una canoa tra gli ippopotami nel fiume Niger, ho visitato scuole, giocato con bambini così poveri da avere soltanto il proprio sorriso come splendente ricchezza, mangiato per strada seduto per terra, visitato mercati attraversato paesi come Libia, Niger, Ciad, Mali, Costa d’Avorio, Mauritania, Senegal. Ho visto i maestosi Uomini Blu, i Tuareg,  quando ancora potevano esistere come popolo nomade, ho incontrato gente che rideva, soffriva, ma era buona, gentile, curiosa. Se prendevi un “taxi” come ricevuta ti davano un pezzo di giornale con scritta la somma. Riuscivano a portare un camion alto 12 metri pieno di bidoni di benzina, gasolio, kerosene per gli elicotteri anche nella tappa Marathon, quella senza assistenza. Un posto dove faticava ad arrivare Vatanen con la Peugeot ufficiale loro arrivavano non so come con quel camion vecchio e sputacchioso pieno all’inverosimile di un carico pericoloso.

 

Fu proprio dopo quella tappa Marathon che mi sono tolto la mia più grande soddisfazione. Dovete sapere che quelli che sono fissati con la Dakar più ne hanno fatte o seguite e più diventano presuntuosi. Molto a ragione, un po’ però anche per un ignorante orgoglio. Era la mattina di quella tappa, non c’era più fila per il rifornimento, tutti o quasi erano già partiti e noi eravamo senza benzina. Io allora ho suggerito di approfittare della situazione e farne un po’ visto che saremmo andati in un villaggio a vedere come si preparava all’arrivo del rally il giorno dopo. Ma Soldano e Pelanconi, i due veterani, non vogliono. Boh, li avverto: se rimaniamo senza, andate voi due a cercare a piedi. Facciamo 5 chilometri forse e la macchina si ferma, poco prima del bivio, tra il percorso della gara e la strada per il nostro villaggio. Ci fermiamo e scendiamo fare segnali. C’è molta predisposizione all’aiuto reciproco in quel tipo di situazioni, così si ferma un camion assistenza non ricordo se della Cagiva o della Yamaha. Spieghiamo il problema e ci danno un tanica da 5 litri, poi ci chiedono se ne avevamo bisogno altra. Io dico, beh sì, dove vuoi che andiamo con 5 litri. Ma i due veterani coalizzati dicono di no, a me di non rompere le palle che loro la sanno lunga eccetera eccetera...

 

Ci salutiamo e dopo altri due o tre chilometri nella sabbia molle ci fermiamo ancora. Questa volta io me ne resto seduto con la portiera aperta a mangiare, bere, leggere, loro scappano una trentina di metri avanti e si siedono su una roccia fermando tutte le Range Rover de La Cinq, l’organizzatore, per elemosinare un altro po’ di benzina. Ne avranno fermate almeno quindici: tutte diesel. L’ultima che sarebbe passata di lì era un modello a benzina che ci da una decina di litri e ci consente di arrivare al villaggio, che peraltro era proprio vicino, dopo uno scollinamento in fondo ad una discesa. Ci (gli) è andata bene, alla fine sono proprio queste le cose da non fare in Africa: se puoi acqua e carburante falli, al massimo non ti serviranno.

 

Questa avventura meriterebbe un libro. L’ultima Dakar che ho seguito l’ho invece fatta in redazione a Milano. Un ricordo delizioso mi è rimasto: proprio quando cominciavano ad arrivare le immagini dall’Africa, venivano a vedere le immagini anche le due veline di Striscia La Notizia, in accappatoio, simpatiche, bellissime, divertenti. Allegre. Chissenefregava del rally…

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