Quella volta che rischiai la vita alla Parigi-Dakar

Motori
Paolo Beltramo

Paolo Beltramo

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Sono stato tre volte alla Parigi-Dakar. Erano tempi senza sosta, quelli. Nella bella stagione il Motomondiale, d’inverno la Dakar. Moltissimi erano gli stessi, che a stare a casa proprio non ce la facevano. Ma quella notte del 1989, in cui rischiai di morire durante la notte in tenda, non la dimenticherò mai

Rivederci lì, nel mezzo del deserto quando in Libia comandava ancora Gheddafi mi fa tornare in mente tante, tantissime cose.

 

Cominciamo. A Dakar sono stato tre volte. La prima ospite di Honda Italia (sì, allora le case spendevano molto per agevolare i giornalisti). Si è trattato di una “toccata e fuga”: Lake Rose (il Lago Rosa) che era la partenza dell’ultima tappa e preludeva ad una sorta di passeggiata d’onore sullo spiaggione oceanico che portava alla capitale del Senegal per chi aveva vinto, ma soprattutto per chi era arrivato fino alla fine, ma è anche stato il luogo dell’incidente di Marinoni che poi morì. Quell’anno, era il 1988 credo, fu divertente ma anche frenetico, caotico. Il particolare che più mi ricordo, oltre una sensazione confusa, mista di eroismo sportivo e inutilità, fu che durante una cena sul molo di uno dei migliori ristoranti di Dakar un'aragosta gigantesca scappò dalle mani del cameriere che la mostrava con orgoglio e si tuffò in mare. Ciao a tutti tra urla d’incitamento e brindisi augurali al decapode in fuga da parte di chi si stava per mangiare un suo fratello.

 

Molto più interessanti le altre tre. La prima, nel 1989, l’ho seguita in aereo. Su quegli aerei là intendo. In generale Fokker 27 (biturboelica, un motore per ala), vecchi, affidabili, a modo loro simpatici. Un paio di tratte su un C 130 militare del Niger seduti su una rete attaccata alla carlinga. L’aspetto dello spostamento da un campo all’altro assumeva un ruolo fondamentale, perché tutti ce la facevamo addosso. Innanzitutto gli aerei stavano una trentina di giorni in giro per l’Africa senza manutenzione, le piste erano spesso fatte di slitte d’acciaio inchiodate sulla pietra del deserto, oppure in terra battuta. Su quegli aeroplani si trasportava spesso, oltre ai giornalisti e ai meccanici che andavano da una partenza ad un arrivo di tappa (per la modica cifra di circa 11 milioni di lire), anche carburante e altro materiale necessario all'organizzazione. Era un lungo aspettare: dopo la colazione fatta al tavolone dell’organizzatore (La Cinq) c’era da smontare la tenda, chiudere tutti i bagagli e andare ad aspettare il proprio volo al gate là in fondo alla pista.

 

Una volta arrivati, spesso anche con strizze non indifferenti, si scendeva, si montava il campo, ci si dava una parvenza di umanità (eravamo tutti color marroncino sabbia) si chiacchierava su cosa chiedere ai piloti e chi avrebbe dovuto farlo. Io ero specialista nelle interviste all’arrivo: correvo a fianco della macchina o della moto del vincitore in modo da essere sempre il primo ad avere la dichiazione (Orioli, Lalay, Peteransel, De Petri Vatanen…). Mi dava una mano il tecnico audio e il cameraman, tanto che i giornalisti de La Cinq ci chiesero se per una volta potevamo lasciare che fossero loro a fare l’intervista per primi.

 

Di quella mia prima Dakar ricordo posti tanto belli quanto poveri, ad ogni tappa un nugolo di ragazzini seminudi che tremavano per il freddo, ma erano felici della novità, molti con modelli di auto, moto, aerei ed elicotteri costruiti con lattine di bibite, filo spinato, scarti della civiltà del loro malessere. C’erano Jean Todt manager Peugeot, Mitsubishi ufficiale, moto, camion, auto dell’organizzazione, mezzi di assistenza ma comunque iscritti alla gara, elicotteri…

 

L’ultima notte in tenda di quella Paris-Dakar ho rischiato di morire. Mi piazzavo ormai d’abitudine a qualche metro dagli altri, perché si lamentavano (per me falsamente…) che russavo troppo. Comunque fosse, quella notte mi sono svegliato sentendo un bruciore  sulla pelle vicino al gomito (mi sono accorto dopo di avere l'impronta di una ruota sulla tenda), le stecche che formavano l’intelaiatura della tenda che si spaccavano e io, in maglietta e mutande, che cercavo di scappare dalla parte senza cerniera… Mentre provavo a strappare il tessuto sento il rombo di una macchina che si allontana. A quel punto pieno zeppo di adrenalina esco e corro sui sassi a piedi nudi dietro ad una Range Rover e la raggiungo: erano due fratelli francesi così stanchi (e aggiungo annebbiati, visto che erano circa le 3-4 di notte di una delle ultimissime tappe) da aver fatto retromarcia sulla mia tenda senza essersene neppure accorti. A quel punto gli ho tirato un po’ di pacche sulla macchina, gridato una sequela di insulti meritatissimi e liberatori, e se ne sono andati. Col casino che ho fatto ho svegliato Cagiva e Yamaha Italia che dormivano lì vicino e uno - adesso non ricordo più chi fosse dei due l’uno o l’altro ma si trattava di Fiorenzo Fanali - mi ha offerto un grappino, l’altro un whisky. Erano tempi senza sosta, quelli. Nella bella stagione il Motomondiale, d’inverno la Dakar. Moltissimi erano gli stessi che a stare a casa proprio non ce la facevano.

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