Superbike, il bilancio di Phillip Island: Rea risorge, Bautista chiude il cerchio

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Edoardo Vercellesi

Edoardo Vercellesi

Il ritorno della Superbike a Phillip Island è coinciso con la festa di fine stagione e l’umore nel weekend australiano è stato quello dell’ultimo giorno di scuola. Per qualcuno si è trattato di confermare il livello mostrato tutto l’anno, per altri un’occasione di rilancio verso il 2023, per altri ancora un sentito addio

Il primo dei tre casi è indubbiamente quello di Alvaro Bautista, che su un tracciato che ha sempre amato ha chiuso la sua stagione trionfale con due vittorie, portando il totale a sedici. Il vero capolavoro è arrivato non tanto con la pole position o con il successo di Gara 2, ma con la “giocata” decisiva che gli è valsa la Superpole Race: la prova di coraggio di montare le gomme slick con la pista inizialmente bagnata è sinonimo non solo di fiducia, ma anche di grande esperienza, come detto da lui stesso nel post gara. Una lettura sagace dell’evoluzione delle condizioni, che in qualche modo lo eleva ancora di più e ammanta il suo fine settimana con i contorni di una piccola impresa. Il secondo grande protagonista di Phillip Island è stato il semi-padrone di casa Jonathan Rea (sua moglie Tatia è australiana), che davanti alla sua famiglia in trasferta al completo ha interrotto il suo digiuno di vittorie che durava da ventiquattro gare, da Estoril Gara 2. Intelligente nel gestire le condizioni di Gara 1, si è poi confermato competitivo in Gara 2 restando con Bautista fino all’esposizione della bandiera rossa. Non c’è stato, quindi, quel calo di prestazione dopo i primi giri che ha caratterizzato l’ultima parte di stagione del nordirlandese, segno che la pista australiana e le gomme dure si sposano bene con le caratteristiche della Kawasaki. Se è vero che la Ninja non cambierà in vista del prossimo anno, l’Australia ha dimostrato quanto Rea sia ancora lo stesso dei sei titoli mondiali.

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A testimoniare la bontà della ZX-10RR sui saliscendi di Phillip Island è anche l’ottimo weekend di Alex Lowes, che sul tracciato che lo vide vincitore nel 2020 ha messo insieme due terzi posti e un quarto in Superpole Race. A impressionare è stata soprattutto la velocità dell’inglese a prendere confidenza con tutte le condizioni climatiche, oltre alla solidità del suo ritmo. Solidità che ha mostrato anche Toprak Razgatlioglu in uno dei round più complessi dell’anno: la cronica mancanza di grip al posteriore riscontrata dalla sua Yamaha non gli ha permesso di giocarsela ad armi pari sull’asciutto, ma sul bagnato e in condizioni miste il turco si è fatto valere fino chiudere secondo la Superpole Race. Ancora molto bene Andrea Locatelli, sempre in top-5 e capace di difendere il quinto posto in campionato dall’attacco di Lowes, battuto di due punti. Non particolarmente in evidenza Axel Bassani e Michael Rinaldi, che comunque terminano la stagione con la certezza del titolo indipendenti e del quarto posto in classifica rispettivamente. Come detto in apertura, questo è stato anche un weekend di addii: quello di Garrett Gerloff al team Yamaha GRT, col texano discreto nelle prime due gare, ma a terra in Gara 2; quello di Lucas Mahias, che lascia la Kawasaki Puccetti al rientrante Tom Sykes dopo due anni con poche soddisfazioni e tante cadute; soprattutto quello di Eugene Laverty, rovinato purtroppo da una brutta caduta in Gara 2 che lo ha infortunato al bacino. Un finale di carriera non degno per uno dei gentiluomini della Superbike, distintosi sempre non solo per le qualità di pilota, ma anche per quelle umane. Ha poi detto addio un pilastro della Supersport: è Jules Cluzel, che appende il casco al chiodo dopo ventiquattro vittorie nella classe di mezzo e tanti problemi fisici.