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27 febbraio 2018

Il Napoli e le orchestre del calcio: i migliori "gol di squadra" della storia

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Il passaggio che diventa linguaggio condiviso e incomprensibile agli avversari; il pallone come strumento, la porta avversaria è la meta da raggiungere insieme. I migliori esempi di "team goal", con la regia di allenatori che amano il bello (e anche un "intruso")

Ci sono momenti, più di altri, in cui il calcio diventa davvero uno sport di squadra. Il pallone come un testimone che passa da un compagno all’altro, le trame disegnate sul prato verde che appaiono visibili, all’improvviso addirittura chiarissime, solo a pochi eletti, come quando in Matrix si acquisiva la “consapevolezza”. Sono i momenti in cui il passaggio diventa linguaggio, condiviso tra quegli 11 in campo e - per il tempo di un’azione - incomprensibile a chi difende; il pallone è lo strumento; la porta avversaria una meta da raggiungere tutti insieme. Ce ne ha dato un assaggio (ma forse era più un saggio) il Napoli di Sarri, orchestra che ormai ci ha abituato a questi picchi di godimento, con l’azione del terzo gol al Cagliari, solo finalizzato da Hamsik ma che ha visto protagonisti tutti gli elementi della squadra. Come se quel pallone l’avessero condotto insieme, nella porta.

L'azione perfetta del Napoli

In questi casi le metafore si sprecano, quella dell’orchestra torna sempre buona. E allora riaffiorano alla memoria le grandi sinfonie del passato, ma anche esempi più recenti, con interpreti addirittura insospettabili. Solo qualche esempio, certi che ognuno poi custodisca nell’area dedicata al “bello” del proprio cervello un’azione simile, che l’ha fatto vibrare.

I triangoli infiniti del Barcellona di Guardiola

Impossibile non partire dalla scuola catalana. Il tiqui-taca geometrico di Guardiola, basato sulla creazione di tanti triangoli, è stato prima preso a modello da molti (incapaci di riprodurlo con la stessa arte) e poi addirittura demolito da chi l’ha fatto passare per un noioso strumento usato dal vanitoso Pep per specchiarsi. Fine a se stesso in molti casi, vero; ma se 37 passaggi di fila possono servire anche a segnare un gol come quello all’Almeria, perché non farli?

Se poi vogliamo continuare a dare i numeri, contando i passaggi consecutivi e facendone un indice della bellezza del gol (equazione non sempre valida), si potrebbero citare quelli al Real Madrid (37 passaggi chiusi dal tiro di Suarez) o alla Roma, in Champions (25 tocchi e conclusione di Messi). Curiosamente, in quei casi l’orchestra Barça non era diretta da Pep Guardiola. Ma l'impronta era rimasta.

A sorpresa: tutto il bello del brutto Mourinho

Ancora più curioso se a tessere trame guardiolesche è la sua antitesi per eccellenza, quel Mourinho da sempre ritenuto un allenatore che bada alla sostanza e che predilige una bella ripartenza in verticale ai ricamini orizzontali. I tifosi interisti, però, ricorderanno quel filo che, al limite dell’area, legò per bene i cugini rossoneri in un derby vinto 4-0: l’azione del gol di Thiago Motta è un balletto in punta di piedi a cui partecipano omoni che forse non riterresti capaci di tanta grazia. E, per restare a Mourinho e ai suoi “big men”, merita una citazione anche il recente gol del Manchester United al Chelsea: non tanto per la sfilza di passaggi quanto per la bellezza di quel palleggio nello stretto, in cui i rossi si trovano a meraviglia evitando con perizia i blu. E a concludere è quel "bestione" di Lukaku, improvvisamente così addolcito nel movimento.

Il senso estetico di Wenger

Il “bello”, in Inghilterra, è stato per anni associato alle idee di Wenger: non sempre vincenti, spesso portatrici di godimento per chi ammirava. Nel 2013 Wilshere contro il Norwich ha finalizzato uno dei più bei “team goal” disegnati dai Gunners. Da mostrare agli smemorati quando il ricordo di Arsene sarà stato cancellato dal bel calcio del Manchester City di Guardiola.

Argentina: piedi dolci, ma conclude un mediano

È un crescendo continuo, invece, l’azione dell’Argentina contro la Serbia-Montenegro, al Mondiale del 2006: l’avvicinamento all’area avversaria avviene lentamente, con una manovra pensata passo dopo passo, diversa dalla folata tipica del Napoli sarriano, che giunge a meta facendo avanzare una linea di 4 o più uomini tra i quali si pescherà quello deputato alla conclusione. Se vogliamo trovare un punto di contatto è nell’inserimento del centrocampista: qui chiude Cambiasso, smarcato fantasticamente da Crespo, nel Napoli vengono premiati spesso Hamsik o Allan, in una sorta di calcio-rugby in cui la vicinanza tra compagni dà sempre la possibilità di scaricare facilmente il pallone.

Un tocco in meno, 25, per il Blackburn Rovers, che in questa azione non fa vedere il pallone al Derby County.

Olanda, la memoria del bello

E poi, naturalmente, c’è il punto di riferimento per tutti quelli che vogliono avvicinarsi al bello: la grande Olanda di Cruyff e compagni, perché citare il solo Johann sarebbe ingeneroso per tutti quelli che cucivano insieme a lui capolavori, scambiandosi i ruoli, invertendo posizioni e ribaltando antiche concezioni calcistiche. Lo spot di quella squadra resta l'avvio della finale Mondiale del 1974, in cui gli olandesi non fanno letteralmente toccare palla alla Germania per un interminabile minuto, dal fischio d’inizio della partita al momento in cui guadagnano il rigore con un’improvvisa accelerazione di Cruyff, che è come se volesse decidere il momento esatto in cui fare gol. Il primo tedesco a toccare il pallone è il portiere Sepp Maier, quando lo raccoglie in fondo alla rete dopo il gol di Neeskens. A ricordarci come il bello nel calcio a volte possa non essere sufficiente, c’è il risultato finale di quella partita. Vinse la Germania, 2-1, ma i romantici si sono fermati al primo minuto di gioco.

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