"Il fuorigioco mi sta antipatico". Vita (e calcio) secondo Bianciardi

Calcio
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Riproposta per la prima volta la corrispondenza con i lettori che il grande scrittore toscano tenne a partire dal 1970 sul Guerin Sportivo, diretto allora nientemeno che da Gianni Brera. Un manuale per la comprensione del mondo a partire dal calcio. Per tirare in ballo, però, tutta la società

Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo integralmente la prefazione di Matteo Marani, l'attuale direttore del Guerin Sportivo, a Il fuorigioco mi sta antipatico (ExCogita editore di Luciana Bianciardi, 20 euro)

Matteo Marani*

La prima cosa che mi chiedo, rileggendo l’opera di Luciano Bianciardi, è come debba essere classificata. Incasellarla in un’unica definizione appare infatti impossibile e già questo –io credo– risulta il maggiore tributo possibile a chi in vita detestò ogni definizione facile. Luciano Bianciardi è stato uno scrittore, un grandissimo scrittore, ma non è stato solo quello. È stato un saggista, sebbene con doti letterarie uniche. Ed è stato anche un filosofo, poiché molto ha riflettuto sulla condizione dell’uomo moderno. È stato inoltre un apprezzato opinionista di settimanali e quotidiani, uno storico del Risorgimento per via della passione scoccata all’età di otto anni leggendo I Mille di Giuseppe Bandi, un critico televisivo e letterario, un traduttore e infine un bravissimo sociologo, visto che anticipò i temi dell’Italia che andava nascendo in quegli anni Sessanta di boom economico e di nuovi bisogni immateriali.

Luciano Bianciardi da Grosseto fu tutte queste cose insieme, una somma che lo rende unico in un genere altrettanto unico. È dunque impossibile separare un aspetto dall’altro, dividere il romanziere dall’attento analista dei fatti di costume, il letterato dall’osservatore acuto della società. Ci sono cose, anche in questo libro che vi accingete a leggere, che lasciano sconcertati per la modernità del pensiero. Purezza dello stile, potenza delle sue idee anticonformiste – un fuoco che in qualche maniera divampava dentro di lui ed era rivolto contro tutto e tutti, anche contro se stesso – ma soprattutto la capacità di precedere i tempi, come se certe cose le avesse scritte oggi, nel Duemila, e non cinquant’anni prima, nell’Italia che iniziava a scivolare dai nuovi elettrodomestici nelle case ai primi morti in piazza.

In una risposta a Enzo Tortora, giornalista di cultura “prestato” allo sport esattamente come il Bianciardi dell’epoca, quest’ultimo chiariva: “Il sistema (...) si muta operando dal di fuori. (...) Se vogliamo che le cose cambino in Italia, occorre occupare le banche e far saltare la televisione”. Aveva cioè individuato con profetica visione i nuovi bastioni del potere, proprio mentre studenti e operai scioperavano contro i vecchi e logori simboli della politica. E più tardi aggiungeva: "A Montecarlo non ci sono i canonisti, lo so. Paga tutto la pubblicità, gli utenti non pagano. Ma la scontano, bada bene". Insomma, tutto quello che i più affermati intellettuali del Paese avrebbero constatato decenni dopo, a partire dall’influenza della TV privata nel costume del Paese, Bianciardi lo aveva scritto prima di loro, con più incisività e nettezza di loro.

Non trovandogli una categoria definita e definitiva, è più facile riconoscere allo scrittore grossetano ogni elemento del suo straordinario talento, riflesso in una capacità ininterrotta, quasi fluviale, di scrivere e di spendersi sugli argomenti più disparati. Dal sesso giovanile a Giacinto Facchetti, dalla nascente TV a Pasolini (“Un poeta”, giurava). Anche per questa sua generosità, nel darsi e nel consumarsi ogni giorno davanti alla macchina da scrivere – una bulimia di sentimenti, passioni e alcol che lo portò a morire non ancora cinquantenne – l’uomo mi ha sempre affascinato e in qualche maniera ha acceso in me l’amore del lettore nei confronti di chi lo accompagna nella scoperta di un mondo diverso. Per questo ho francamente tifato affinché i suoi libri venissero riscoperti nella pienezza che meritavano e sempre per questo insieme al figlio Ettore – per me un grande amico da molti anni – ci siamo messi in testa di recuperare le cose che aveva composto per il Guerin Sportivo, il giornale che lo ospitò per quasi un biennio prima della prematura morte.

Prima del libro, avevo già passato parecchie ore in redazione immerso nella rubrica “Così è se vi pare”, dove lo scrittore rispondeva ai lettori. Illuminante, geniale. Cultura alta e bassa, una perfetta sintesi di contaminazione culturale distribuita in due colonne di piombo, quando ancora questo termine aveva poco senso. Quella rubrica di corrispondenza con il pubblico aveva sostituito l’omologa “Bocca del Leone” di Gianni Brera, il quale aveva accettato di lasciare lo spazio del pubblico a quello strano uomo di cultura che accettava di cimentarsi nel campo sportivo. Molte di quelle lettere venivano preparate dalla redazione e in particolare venivano ideate da Alberto Rognoni, il famoso Conte romagnolo che per un ventennio fu editore, ispiratore e padrone del settimanale. Mentre suggeriva i testi da apporre alle vignette di Marino Guarguaglini, altro talento creativo che avrebbe segnato quella stagione del Guerin Sportivo in formato lenzuolo, Rognoni arricchì la terza pagina del giornale con questa rubrica originalissima, in genere distribuita su dieci domande e dieci risposte.

Mi ha raccontato Ettore Rognoni, figlio del Conte e per molti anni alla guida della redazione sportiva di Mediaset, di avere consegnato direttamente lui – giovanissimo ragazzo di bottega nella redazione milanese di piazza Duca d’Aosta, ottavo piano con vista sulla Stazione Centrale – le lettere settimanali a Bianciardi, le ultime addirittura in ospedale, dove l’autore sarebbe morto il 14 novembre 1971. L’ultima rubrica, pensate un po’, uscì pochi giorni dopo la scomparsa dello scrittore. La prova ulteriore di quanto il nostro tenesse a quel rapporto con i lettori, introducendo la figura dell’intellettuale in un’area considerata all’epoca di secondo piano. Fu il medesimo complesso che in qualche maniera aveva vissuto a lungo Gianni Brera, Direttore di quel giornale sportivo in cui Bianciardi arrivò a collaborare e che sarebbe continuato fino agli anni Novanta. Ma il Guerino fu proprio il laboratorio in cui lettere e sport si trovarono per la prima volta. E così si affacciarono altre figure curiose e stravaganti sul verdolino di Rognoni: Camilla Cederna, Dario Fo, il talentuoso e istrionico Gian Carlo Fusco. Bianciardi aveva capito che i luoghi dove si analizzava meglio il costume erano la televisione, allora in costante crescita, e il calcio, addirittura esploso dopo la vittoria nell’Europeo del 1968 e il secondo posto azzurro al Mondiale 1970. Non a caso in questi due campi, attraverso vari giornali, lo scrittore si cimentò con particolare impegno negli ultimi anni di vita.

Le cose più belle, opinione personale, Bianciardi le ha seminate sulla carta meno nobile, là dove ha potuto miscelare scrittura e capacità unica di leggere le mutazioni in atto, notevole preparazione personale e rapporto diretto con il pubblico. Lontano dagli occhi della cultura riconosciuta, Bianciardi è riuscito a essere pienamente Bianciardi. Un fuoriclasse, un numero 10 visto che parliamo in ambito sportivo. Non è esistito soltanto il grande e noto autore de La vita agra, de Il lavoro culturale e de L’integrazione (il mio preferito, se posso scegliere), ma anche il pubblicista e commentatore di quotidiani e periodici. Anche qui con una certa originalità, con un modo tutto suo, scegliendosi angoli appartati. Un’ambizione che in vita non ebbe mai, e da cui fuggì anzi con orrore, fu il riconoscimento dell’establishment intellettuale. Specie di quello milanese, raccolto nei salotti cittadini, per i quali lo scrittore maremmano inorridiva. Anche nel suo modo di parlare, di vestirsi, di professare libertà c’era una distanza antropologica con la produttiva borghesia lombarda, conservatrice e chiusa, perbenista e certamente noiosa. Voleva mettere una bomba a Milano, per vendicare i minatori morti nell’esplosione di Ribolla, ma alla fine Bianciardi combatté la città con la scrittura.

Un uomo certamente controcorrente, forse più combattuto che combattivo come appariva nei suoi scritti, rimasto sempre ai margini della cultura principale. Non è un caso che i maggiori attestati alla sua attività siano arrivati negli ultimi anni, in molti casi da ragazzi nati parecchio tempo dopo la sua morte. Aveva studi importanti alle spalle: il classico Carducci- Ricasoli a Grosseto, la Normale di Pisa, con una laurea in Filosofia su John Dewey, ma Bianciardi riuscì a sfuggire ai vezzi elitari e a concedersi in modo totale al pubblico più popolare. La sua grandezza sta qui, esattamente qui, in anticipo sui tempi come si chiederebbe a un pensatore. Non era inferiore a nessuno degli intellettuali italiani in attività tra gli anni Sessanta e Settanta, ma a differenza di molti optò per una strada realmente libera, vorrei dire anarchica. Anche nel modo di lavorare e di vivere.

Mentre illustri colleghi si cimentavano sulle pagine del paludatissimo Corriere della Sera, lui rifiutò la proposta di Montanelli e continuò per la strada più scomoda. Accanto al lavoro di traduttore per Feltrinelli, si cimentò – nell’ultima parte della sua vita, soprattutto una volta sceso a vivere a Rapallo – con la stampa popolare, anche per mantenere le famiglie nel frattempo cresciute. Executive, Kent, Le Ore (non ancora rivista pornografica), ABC e, sino al 1966, Il Giorno. Poi, ovviamente, il Guerin Sportivo, testata sorta nel 1912 e curiosa già nel nome. Furono i suoi giornali, gli spazi dai quali dispensava giudizi sferzanti, satira e una dose inesauribile di incazzatura, che lo rende ancora oggi particolarmente amato a chi apprezza gli scrittori contro. Fu contro anche nel calcio, Luciano Bianciardi. Come dimostrò nella rubrica che iniziò a curare all’indomani del Mondiale messicano. Dentro a essa, dilatandone di continuo i confini, si cimentava in ogni campo: dalla cucina alla poesia, dalla storia – preferibilmente risorgimentale – al pallone.

Tifava Fiorentina e non lo negò mai, scherzandoci sopra. La cosa più bella di rileggere il Bianciardi del Guerin Sportivo è il disincanto con il quale guardava al pallone, pur rispettandolo nel profondo, come solo chi lo ha praticato e amato sin da piccolo sa fare. I suoi giudizi sulla società, ma anche sullo stesso gioco del pallone, sono autentiche gemme, lampi di lucidità, squarci di intelligenza, che si possono leggere con l’immediatezza che solo una rubrica di giornale consente. Per questo trovo il Bianciardi giornalista superiore agli altri, comunque tutti grandissimi. Bianciardi e il “mio” Guerino. Una gioia immaginare che altri ragazzi lo scopriranno qui. Adesso.

* direttore del Guerin Sportivo