La modernità classica di Tomas Rosicky

Calcio

Daniele Manusia

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Tomas Rosicky ha annunciato il ritiro pochi giorni fa: un ricordo del suo talento fragile, che probabilmente avrebbe meritato una carriera più di successo

Tomas Rosicky è sempre sembrato provenire da un’epoca diversa dalla nostra. Già quando giocava con Henry e Nedved pareva un calciatore del passato e persino la notizia del suo ritiro - perché a 37 anni era diventato troppo difficile allenare il suo corpo «per quello che chiede il calcio professionistico» - fa uno strano effetto, come se fosse arrivata in ritardo. Rosicky ha sempre avuto qualcosa di classico nel proprio gioco, in contrasto con un calcio che abbracciava sempre più l’atletismo, la potenza in favore della classe. È sempre sembrato fuori posto, fin da quando giocava in coppia con Jan Koller: un 9 gigante e un 10 con la faccia da eterno bambino, con un fisico talmente esile che i tifosi del Borussia Dortmund lo chiamavano “schnitzel”, fettina panata, invitandolo a irrobustirsi mangiandone di più.

L’impressione forse deriva anche dai lunghi periodi di assenza avuti in carriera, i numerosi infortuni (tendine d’Achille, ginocchio, cosce, inguine e polpacci) che gli hanno fatto saltare quasi tre stagioni intere sulla ventina in cui ha giocato da professionista. Ci siamo abituati nel tempo, un infortunio dopo l’altro, a considerare Rosicky come parte del passato. E in effetti sembrava si fosse già ritirato quando nel 2010, dopo diciotto mesi passati lontano dai campi da calcio, è salito sul palco del premio per il calciatore ceco dell’anno in veste di chitarrista del gruppo Tri Sestry. Così come sembrava una specie di ritiro l’infortunio dello scorso anno, dopo che aveva già saltato l’intera stagione 2015-16 e dato l’addio all’Arsenal, per poi infortunarsi durante la prima partita giocata con la maglia dello Sparta Praga. Come sempre è successo, però, Rosicky è tornato dall’infortunio, giusto lo scorso settembre. Nella sua seconda partita d’esordio, con quella che era stata la sua prima squadra, la squadra in cui avevano giocato anche il padre e il fratello, ha segnato il suo ultimo gol prima di ritirarsi definitivamente.

Il fratello si è ritirato prima dei trent’anni, dopo numerose operazioni al ginocchio, e Tomas già dieci anni fa si lamentava dei problemi fisici. Ma diceva: «Non c’è una maledizione sui Rosicky. Non è un problema di famiglia. Mio padre ha vinto il campionato con lo Sparta e non ha avuto problemi».

In un certo senso, il suo corpo non è mai stato adatto a quello che il calcio professionistico richiede, e Rosicky rimarrà come l’archetipo del giocatore talentuoso ma troppo fragile. Il paradosso è che il talento di Rosicky era soprattutto verticale, talmente adatto per il calcio ipermuscolare moderno che per molti osservatori di quel periodo doveva trattarsi addirittura di una novità. Dell’annuncio di un tipo di centrocampista che ancora non esisteva, o di cui comunque si erano visti ancora pochissimi esemplari (tipo Kakà), ma che presto avrebbe invaso il calcio europeo (un esempio facile da fare è quello di Mesut Ozil). Peter Cech diceva che «ogni volta che gli dai la palla succede qualcosa, non rallenta mai il gioco, va sempre in avanti». In questo senso, Rosicky va ricordato soprattutto come uno dei centrocampisti più moderni dei primi anni del duemila, incredibilmente verticale e veloce con la palla al piede.

«Quando la palla arriva a lui il gioco diventa più veloce, più incisivo, più mobile», ha detto Wenger quando ha dovuto separarsene. «Aveva tutte le qualità per giocare il calcio che volevamo giocare qui. Era il calciatore perfetto per l’Arsenal».

Il canale ufficiale della Bundesliga qualche anno fa ha scelto i suoi migliori gol. Quattro su cinque sono segnati con l’esterno del piede.

Non sempre il migliore modo per ricordare la carriera di un calciatore è guardare il suo palmarés. Soprattutto nel caso di un giocatore come Tomas Rosicky, che ha vestito poche maglie e vinto relativamente poco. Due campionati cechi con lo Sparta, una Bundesliga con il Borussia, due FA CUP e un Community Shield con l’Arsenal. Con la Nazionale invece il risultato migliore è la semifinale di Euro 2004, in cui la Repubblica Ceca è stata eliminata dalla Grecia in semifinale. «È stato uno dei calciatori cechi migliori di sempre. E abbiamo avuti molti grandi giocatori. Sfortunatamente per lui ogni volta che ha raggiunto il top della forma si è infortunato», ha ricordato ancora Peter Cech.

Per rendere un giusto omaggio a Tomas Rosicky bisogna astrarre il suo talento dalle contingenze, separare la classe dalla fragilità. Fortunatamente Rosicky è quel tipo di calciatore riconoscibile ad ogni tocco di palla e bastano pochi selezionatissimi ricordi per rendere l’idea delle sue qualità. Ad esempio, basta prendere il gol segnato con la maglia giallonera del Borussia Dortmund all’Hansa Rostock (al minuto 2:05 del video qui sopra) per avere un’idea completa della sua tremenda velocità palla al piede. Era il 2002, il Borussia avrebbe vinto il campionato a fine stagione e Rosicky aveva ventun anni. Fate caso al modo in cui, correndo, Rosicky allontanava la palla esattamente della distanza necessaria per alzare la testa e gettare un rapido sguardo attorno a sé prima di toccarla di nuovo. E la capacità di leggere lo spazio era altrettanto importante della sua tecnica purissima. Contro il Rostock, Rosicky non ha neanche bisogno di dribblare il difensore che lo affronta, gli basta accelerare per metterselo alle spalle, per poi sorprendere il portiere con un tiro di punta esterna sul secondo palo.

La maggior parte dei neuroni dei cefalopodi (come i polpi) si trova nei tentacoli, che hanno una loro intelligenza tattile autonoma, che non ha bisogno di occhi, come quei giocatori che sembrano avere “il cervello nei piedi”. Rosicky fa parte di questa categoria e la sensibilità con cui utilizzava l’esterno del suo piede destro, nel gioco corto come in quello lungo, per filtranti rasoterra come per calciare in porta, era davvero fuori dal comune.

Nel Mondiale del 2006 ha segnato due gol nella partita di esordio contro gli USA: il primo è un tiro di collo pieno da una trentina di metri, il secondo una fuga in solitaria dalla linea del centrocampo, conclusa con un colpo di esterno simile a una rapida frustata con cui manda la palla sopra il corpo in uscita del portiere americano.

Ovviamente la nostra immagine più nitida di Rosicky è con la maglia dell’Arsenal. Non solo perché è la squadra in cui ha passato più tempo ma anche per la profonda sintonia tra il suo stile di gioco e il gioco rapido, a pochi tocchi ma con una vertigine verticale, pensato da Wenger. Anche dell’Arsenal post-Invincibili ci resterà più che altro un’idea di gioco, concretizzata in pochi trofei e alcuni gol bellissimi, tra cui quello segnato proprio da Rosicky nella partita finita 4-1 contro il Sunderland (stagione 2013-14). Wenger ha commentato: «Quando è arrivato era un giocatore meno tattico, era il Mozart di Praga, un giocatore offensivo puramente creativo. Oggi invece è anche un vero organizzatore. Dà una struttura a tutta la sua squadra».

È Rosicky la linea che unisce i punti di quel gol, tagliando il campo a zig-zag partendo come sempre dall’esterno, collegando Cazorla, Wilshere e Giroud, usandoli come sponda per arrivare in porta in cinque tocchi, anche se chiaramente senza intelligenza collettiva questo gol non sarebbe stato possibile. Oltre all’eleganza del tocco di esterno per Giroud e di quello sotto al pallone con cui evita l’uscita bassa del portiere, va sottolineata la capacità di Rosicky di penetrare nei mezzi spazi, altra caratteristica che lo rende più un centrocampista moderno che un tradizionale numero dieci.

Se Tomas Rosicky è stato così amato dai tifosi dell’Arsenal, che gli hanno dedicato una standing ovation commovente al momento di salutarlo, è anche perché molte delle sue migliori prestazioni sono arrivati nel derby del nord di Londra. Una volta ha risposto: «La cosa peggiore di Londra? Il Tottenham». Anche caratterialmente Rosicky era lontano dal calciatore delicato che abbiamo in mente. Lo testimoniano i suoi interventi difensivi, le scivolate con cui si lanciava sul pallone per strapparlo dai piedi avversari, e la pressione che metteva sui difensori in possesso palla. Proprio in un derby, Rosicky ha rubato palla a Danny Rose come ultimo uomo, correndo poi metà campo palla al piede.

La sua vertigine verticale era guidata da un’aggressività di fondo, un’urgenza che poteva dare una sfumatura persino violenta alla sua classe.

Dei 28 gol segnati in quasi 250 partite con la maglia dell’Arsenal, quello che forse i “Gooners” ricordano con più piacere è la stilettata rifilata al Tottenham il 4 marzo 2014, quando già aveva 34 anni. Un collo-esterno di controbalzo da posizione defilata, che passa tra il piede del difensore e le mani del portiere come una pallottola che attraversa da parte a parte un corpo senza toccare nessun organo vitale.

Persino ai suoi passaggi in orizzontale aggiungeva una leggera rotazione in topspin che teneva la palla incollata alla terra, un effetto che le dava a volte una traiettoria curva spezzata, facendola piegare verso l’interno come una palla da bowling che sfiora il canale e all’improvviso vira verso il centro. Ma quasi ogni gesto di Rosicky era una specie di firma personale, anche la sua corsa leggera con le mani lontane dal corpo era inconfondibile, oppure il modo in cui si girava di 180° fermando la palla con la suola del piede. Per questo, piuttosto che per il numero complessivo di reti o di trofei vinti, una parte del talento di Rosicky verrà perso per forza di cose in un’epoca in cui l’archeologia calcistica passa per forza di cose dalle compilation di YouTube. 

Per capire veramente qualsiasi giocatore è fondamentale vederne le partite intere e una delle ultime partite in cui Rosicky ha messo in mostra tutte le sue qualità è quella del 2015 contro il Brighton, in FA Cup. Rosicky aveva 34 anni e non poteva più permettersi di giocare al massimo della propria velocità, compensava leggendo l’azione e scegliendo quando partecipare con i suoi compagni e quando estraniarsi aspettando che la palla arrivasse dalla sua parte. Come detto all’inizio di questo pezzo, il talento di Rosicky è sempre sceso a patti con una fisicità non all’altezza degli standard contemporanei, anche al massimo della forma non andava sempre in verticale puntando i suoi diretti avversari, piuttosto cercava di passare nello spazio tra i difensori e al dribbling preferiva lo scambio con un compagno.

La partita contro il Brighton è un campionario concentrato della sua intelligenza calcistica. Rosicky appariva magari in un punto del campo, toccava la palla un paio di volte prima di scomparire per una decina di secondi e ricomparire, poi, in un punto lontano del campo ad offrire una linea di passaggio a un altro compagno. Cercava sempre soluzioni prima che gli arrivasse la palla per evitare addirittura di proteggerla da un eventuale uomo alle spalle. Non solo con un gioco di prima eccezionale, ma anche con un controllo orientato sublime che usava per mettersi sempre in diagonale rispetto al suo marcatore.

In quella partita Rosicky ha segnato un gol e realizzato un assist per Ozil portando palla dall’esterno sinistro verso il centro, pescando il tedesco al centro dell’area dietro a due avversari, con un filtrante no look che passa vicino ai loro piedi, ma non abbastanza vicino o lento da poter essere intercettato. Anche sul suo gol, quello del momentaneo 3-1 (la partita è finita 3-2), Rosicky scarica inizialmente la palla su Olivier Giroud voltando la testa dalla parte opposta. Tutti i no look servono solo fino a un certo punto ad ingannare l’avversario e contengono in realtà il messaggio della superiorità mentale di chi li esegue, nel caso di Rosicky sembrano sottolineare una visione di gioco così superiore alla norma che può permettersi anche di guardare dall’altra parte prima far passare nel blocco avversario come fosse telecomandata. Giroud gli restituisce la palla con un tocco sotto di sinistro che impreziosisce l’azione e permette a Rosicky di calciare in porta al volo, sempre un po’ di esterno, senza neanche muoversi.

Gli infortuni non hanno mai diminuito il talento di Rosicky, anche dopo gli infortuni peggiori è tornato in campo come ce lo ricordavamo. Gli infortuni lo hanno solo rallentato, impedendoci di godere a pieno di uno dei centrocampisti più di qualità degli ultimi vent’anni. È stato il suo talento a compensare l'assenza di premi e trofei mentre ancora era in attività, adesso che la sua carriera è davvero finita cerchiamo di ricordarci di quello e dimentichiamoci tutto il resto. 

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