Ilaria: "Vi racconto il mio romanzo pieno di sogni e paure"

Calcio
"Dove io non sono" è il primo romanzo di Ilaria D'Amico (Bompiani editore)

L'INTERVISTA. Questa volta, niente calcio. La regina delle nostre domeniche ci racconta invece genesi e trama di Dove io non sono, il libro che segna il suo debutto da scrittrice. Di successo. Il video

di ILENIA MORACCI

Di solito padroneggia l’Olimpo del calcio, tacchi a spillo e voce decisa, pronta a sopire le polemiche, spesso inutili, che animano il pallone. Qui invece si rilassa, il tono si abbassa, le difese anche, e si scopre un’altra Ilaria D’Amico. Quella che lascia che a scandire le sue giornate siano i tempi di suo figlio Pietro. Quella che ammette il suo “bisogno di perdersi” e la sua “paura di lasciarsi andare”. Così racconta come, in un pomeriggio d’estate, sia nato il romanzo Dove io non sono (Bompiani editore, 126 pagine, 15 euro) che segna il suo debutto da scrittrice.

Un debutto che covavi dentro da tempo?
“Assolutamente no. Non lo sapevo e non lo immaginavo. Anzi, pensavo di essere lontana dal desiderio di scrivere un romanzo. Ho sempre avuto una grande passione per la scrittura, ma più come esercizio. Ho smesso di scrivere poesie a 16 anni…”.

L’ispirazione in un pomeriggio d’estate, cosa ti è scattato in testa?
“Con la maternità, per la prima volta, mi sono trovata a non dover correre da una redazione all’altra o da un aereo all’altro. Improvvisamente, in un momento di serenità diversa, è arrivata l’ispirazione giusta e mi è venuto in mente cosa scrivere intorno all’idea di una grande chance della vita, dell'inseguimento di un sogno”.

E tu che sogno insegui ancora?
“Tanti. Mi piace sognare, non ho un sogno concreto, la vita con me è già stata molto generosa e provo un sentimento di gratitudine. D’altra parte, però, mi piace immaginare che sarò ancora capace di sorprendermi”.

Chi ti ha aiutata in questa avventura?
“Una volta arrivata l’ispirazione, la scrittura è stata spontanea. Una cosa impellente, come se la covassi dentro a mia insaputa”.

Come ci fosse il bisogno di scrivere
“Si, ma non ne ero cosciente. Me ne sono resa conto via via che raccontavo. E poi è stata anche una scrittura a intermittenza. Per un mese e mezzo, dopo aver scritto le prime quindici cartelle, non ho prodotto nulla perchè è intervenuto un evento molto doloroso nella mia vita che mi ha un po’ paralizzata”.

Qual è stato questo evento, se si può sapere…
“La scomparsa dell’uomo che per tanti anni è stato la mia figura paterna. Il compagno di mia madre per vent’anni”.

Dove hai scritto? E quando: di giorno, di notte?
“La prima parte del romanzo nei baretti accanto al nido dove Pietro faceva l’inserimento... Lo accompagnavo e mi sentivo più tranquilla a rimanere nei paraggi. In quelle tre ore di tranquillità sono venute fuori le parti del libro che io preferisco”.

Chi ti ha ispirata nella scrittura?
“Tanti. Come nella mia professione, amo essere contaminata da persone e stili diversi. Da William Blake a Romain Gary passando per i sonetti di Shakespeare. O Dostoevskij e, in alcuni passaggi, Philip Roth. Ma si sono mescolati insieme".

Il protagonista del tuo romanzo è un uomo che, a tratti, si perde. Hai mai avuto questa sensazione nella tua vita?
“Si, anche spesso. Come se avessi bisogno di perdermi. Il protagonista del mio romanzo, più che perdersi non si butta nella mischia. Nella mia vita, invece, il fatto di perdersi è legato a una parte di me che ha voglia di abbandonare la testa tra le nuvole per mille motivi… per ispirazione, per ozio”.

Dici che gli uomini hanno più paura di mettersi in gioco. Da mamma, ora che è piccolo, che consiglio daresti al tuo Pietro?
“Quello che ho dato a me stessa perché questa paura è stata anche mia, anche se sono una donna. Io credo che l’uomo abbia più paura di lasciarsi andare in amore e abbia meno coraggio di darsi a pieno spirito. Questo approccio lo avevo anch’io. Mi sono preservata per paura fino a quando non ho iniziato a rischiare, vivere e vibrare nella vita sentimentale e nelle scelte professionali. Il consiglio che darei a mio figlio è di avere sempre il coraggio di rischiare, per vivere una vita migliore”.

La morte di Morosini, le scommesse, le continue polemiche. Quel “male di vivere” che descrivi nel tuo libro credi che lo stia vivendo anche il nostro calcio?
“In qualche modo il rischio che si possa ripiegare su stesso e sembrare malato c’è. Io, però, credo che tutto quello che è venuto fuori ha dato un segnale molto forte. C’è una magistratura che procede speditamente, una caduta di quel velo di buonismo che non permetteva di toccare il giocattolo del calcio. E poi ci sono state anche delle belle storie, come quella della Juve che non partendo da grandi nomi ha vinto lo Scudetto”.