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22 dicembre 2010

I soldi del calcio: ecco come investono i campioni italiani

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Il calcio, considerando l'indotto, è fra le prime 10 industrie del paese. E i calciatori investono in diversi settori economici

L'INCHIESTA. Numerosi fra i più importanti giocatori di A si stanno scoprendo imprenditori. Dalla gestione dei diritti d’immagine all’immobiliare passando per moda e ristorazione, ma anche industria e azioni: è l’economia parallela del pallone. LE FOTO

di LORENZO LONGHI

Agenzie di assicurazioni o autosaloni, le attività predilette di un tempo, non vanno più di moda. Il mondo è cambiato, il calcio pure e così, da quando gli ingaggi dei top player e anche solo di giocatori di discreto livello sono lievitati in maniera esponenziale, la coscienza finanziaria e le ambizioni dei protagonisti del pallone si sono evolute. Ecco allora che numerosi calciatori si sono scoperti imprenditori, creando di fatto una sorta di economia parallela che parte dai guadagni di campo e viene deviata in una variegata serie di attività imprenditoriali. Sono proprio le tracce di questi investimenti che Sky.it ha voluto seguire.

Se qualche anno fa fece scalpore la maxi-truffa che vide diversi calciatori illustri, fra cui Sebastiano Rossi, Billy Costacurta, Massimo Carrera ma soprattutto Roberto Baggio, perdere tutti i denari investiti in una fantomatica miniera di marmo nero in Perù (anche a causa della avvenuta prescrizione dell’inchiesta, nel 2006), allo stato dell’arte i campioni del pallone scelgono principalmente due vie, più sicure, per fare fruttare ulteriormente i propri guadagni. Particolarmente comune è la scelta di creare società ad hoc per gestire in proprio i proventi derivati dai diritti di immagine, attività in cui di frequente compagine fra soci e amministratori figurano i congiunti degli atleti: imprese familiari, le si potrebbero quasi chiamare. Poi, il mattone. Sono numerosissimi infatti i calciatori soci, quando non proprietari, di società immobiliari che hanno nella propria disponibilità un portafoglio di beni immobili non indifferente: il business del mattone è infatti trasversale fra i protagonisti della nostra serie A. Anche perché, oltre a chi si occupa di compravendita di beni propri, c’è chi ha scelto anche di investire nell’edilizia, dunque iniziando dallo step precedente.

Meno impegnativi, anche se spesso più a rischio (cifre minori, ma per investimenti meno garantiti), fra i calciatori vanno forte anche i settori della moda e della gestione di locali di intrattenimento e ristorazione. Ecco allora la proprietà di discoteche e pub che aprono, chiudono e passano di mano, a seconda dei trend del momento, o magari gli investimenti più bucolici, quelli nella produzione di vino o, come nel caso di Gattuso, negli allevamenti ittici. C’è poi chi sceglie vie meno battute dai colleghi, ma proprio per questo degne di nota: il caso di Andrea Pirlo (che, figlio di industriali dell’acciaio, ha deciso di investire nell’industria siderurgica) è particolarmente interessante, ma anche le scelte di Buffon - azionista della storica Zucchi - e Kaladze, che ha aperto una holding finanziaria per facilitare gli investimenti nella sua Georgia, non fanno altro che confermare l’assunto di base.

Ecco dunque il sistema del pallone nostrano - che già di suo rappresenta una delle industrie a più alto fatturato del paese (l’ottava, se si considera anche l’indotto, stando ai dati del 2008) - finire inevitabilmente per foraggiare, con maggiore o minore successo, anche altri comparti economici. Perché, per dirla alla De Gregori, i calciatori oggi, dopo avere “appeso le scarpe a qualche tipo di muro”, non si accontentano di trovarsi a ridere dentro a un bar. Nel loro futuro, e nel loro presente, vi sono ruoli consiliari, cariche amministrative, quote sociali.

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