Perché Leonardo non ha tradito. Le bandiere? Sono altrove

Calcio
Leonardo dal Milan all'Inter, assurda materia dello scandalo a Milano
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L'ex tecnico del Milan passato sulla sponda interista fa ancora discutere, scandalizza i puristi rossoneri per il sospetto innamoramento per Mou, fa godere i fan nerazzurri. Reazioni assurde: basta leggere le interviste ad Ancelotti e a Maldini per capire

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di PAOLO PAGANI
Due interviste costituiscono quasi, come gli indizi secondo Agatha Christie e i giallisti con pedigree classico,  un caso. Prima venne Carletto Ancelotti, adesso tocca a Paolo Maldini. Tribuna, sempre il Corriere della Sera. Il tecnico del Chelsea, cuore rossonero e aspirazione romanista nel futuro bullonato, è stato cristallino qualche giorno fa parlando al bravo Alberto Costa: “No, l’Inter non mi ha mai cercato. Hanno avuto rispetto della mia storia professionale”. Come dire, anche ai duri d’orecchio che snobbano come prosaica eredità del passato il senso certamente retorico della parola “bandiera” associato alle zolle della domenica:  chi ha vinto come me coppe e campionati con la casacca del Milan, per rispetto umano ancor prima che sportivo non può essere invitato a traghettarsi sulla sponda opposta della medesima città lavorativa.

Paolo Maldini, ex fuoriclasse, probabilmente il più forte difensore mondiale del Dopoguerra, ribadisce oggi in una lunga confessione: “Non andrò mai all’Inter. Io non ho la storia di Leonardo, la mia è un po’ diversa”. La storia per l’appunto. Uno o ce l’ha, o non può darsela, come il famoso coraggio di don Abbondio. Ancelotti e Maldini rossoneri, alla Totò, lo nacquero. Leonardo no.

Quanto basta per mettersi il cuore in pace. Quanto basta perché certi puristi scandalizzati comprendano. Un conto è Baresi (Franco, quello vero). Un conto è Nereo Rocco. Un conto sono Ancelotti e Maldini. Altro conto, ma proprio tutt’altro, è Leonardo Araujo da Silva. Quei 13 anni nel curriculum sbandierati dai più come tatuaggio dell’anima (rossonera) sono al confronto un trascurabile dettaglio. Semplice, onorata anzianità aziendale. Punto.

Leonardo, nobilissima persona e uomo che ebbe il coraggio (da suo dipendente, ancorché benissimo stipendiato) di mandare a quel paese il cavalier Berlusconi, non vuol dire Milan. Attenzione: non andrà mai dimenticato il portamento verticale di Leo, quella dignità inedita di parlare dritto in faccia al padrone, prima ancora che lo facesse un certo onorevole Fini, cui tutti in seguito l’hanno paragonato. Ma che tifosi e spasimanti del Diavolo ora si straccino le vesti, e urlino al tradimento, questo è spassoso prima ancora che assurdo. Trescava con Mourinho già l’anno scorso, sulla panchina (traballante) del Milan? Non scherziamo. Serpe in seno milanista, quinta colonna? Bubbole, panzane. Un dirigente che passa alla concorrenza, stop. Come succede nella vita di ogni giorno, nella vita di ogni azienda.

Le lingue parlate, l’uso di mondo, la modernità del personaggio. Tutto vero. La chiave però non sta lì, la spiegazione e/o la giustificazione non vanno mica cercate lì. Lo Spirito dei Tempi non c’entra, né per capire né per condannare. Le bandiere vere vanno fatte sventolare sopra i monumenti. Quelli che Leo, al Milan, certo non ha mai costruito. E arrivederci.

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