Mazzone: "Io, l'Ascoli e il presidentissimo Rozzi"

Calcio
Carlo Mazzone in tribuna al Del Duca di Ascoli in compagnia di Leonardo Menichini, suo ex collaboratore ex giocatore bianconero negli anni della Serie A
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LEGA PRO, L'INTERVISTA. Ex allenatore bianconero, ancora oggi è molto legato alla città marchigiana, dove ha deciso di vivere. Negli Anni '70, con l'allora numero uno della società, fu protagonista della doppia storica promozione: in B e in A

di Gianluca Maggiacomo

Parlare dell’Ascoli, ancora oggi, significa raccontare di Carlo Mazzone. E, con lui, di Costantino Rozzi. L’allenatore e il presidente. Una coppia vincente. Uno vulcanico e verace. L’altro estroso e imprevedibile. Insieme negli anni ‘70 portarono i bianconeri dalla Serie C alla A. In tre anni due promozioni.  E poi una salvezza che, secondo tanti, ebbe dell’incredibile.“Fu un periodo fantastico. Con il Presidentissimo, come lo chiamavano i nostri tifosi, avevo un rapporto splendido e non smetterò mai di essergli grato per aver creduto in me”, ricorda Mazzone. Sor' Carletto, classe ’37 e un curriculum sterminato: Catanzaro, Fiorentina, Lecce, Cagliari, Roma, Perugia, Brescia, Bologna e Livorno. E poi Ascoli, certo,  la città da dove è cominciata la sua carriera e dove ha deciso di continuare a vivere.

Nel 1985 l’ultima panchina con l’Ascoli. È passato tanto tempo ma continua ad essere un simbolo.
“Sì, ma non è solo merito mio. Con me c’era il presidente Rozzi: un personaggio non da poco. Insieme siamo stati protagonisti del lancio di tutta una città, non solo di una squadra. All’inizio era l’Ascoli di Serie C, giocavamo nel vecchio stadio, il “Ferruccio Squarcia”. A cavallo tra gli anni ‘70 e gli ‘80 facemmo cose straordinarie. Conquistammo la Serie B e subito dopo la A. Una città come Ascoli, di appena 50.000 abitanti, non aveva mai vissuto una cosa del genere. Ci fu un vero e proprio boom calcistico, che servì anche come promozione del territorio”.

La sua carriera da allenatore fu fulminea: passò dal campo alla panchina dell’Ascoli. Ricorda il primo incarico?
“Certo, lo ricordo benissimo. E come potrei dimenticarlo? Con l’Ascoli chiusi la carriera nel 1969 perché mi ruppi la tibia durante un derby contro la Sambenedettese. Rozzi fu molto sensibile nei miei confronti: sai com’è?, la vita da calciatore era finita e io dovevo lavorare perché avevo moglie e due figli. Subito dopo essermi ripreso dall’incidente il presidente mi affidò le giovanili. L’arrivo in prima squadra, invece, avvenne all’improvviso, poco dopo. Rozzi, quando sostituiva gli allenatori, mi faceva fare da traghettatore. Successe un paio di volte. Poi, al terzo cambio andato male, mi chiamò e mi disse che mi avrebbe affidato la prima squadra. Devo ammettere di esser stato fortunato, perché prima di quella chiamata del presidente, vinsi con i ragazzi un torneo a Teramo. Lui rimase impressionato. Ricordo che mi disse: ‘Carle’, pe’ vince le partite devo chiama’ a te’. E così cominciò la mia avventura con quell’Ascoli”.

Rozzi era un eccentrico. Lei, da buon romano, è un genuino. Tra di voi non ci sono mai state frizioni?
“Assolutamente no. Era un uomo straordinario. Siamo sempre andati d’amore e d’accordo, davvero”.

Rozzi era famoso anche per la sua scaramanzia. Con lei c’erano riti pre-partita?
“Questo no. Tra noi c’era solo l’abitudine di incontrarci ogni martedì alle cinque del mattino in casa sua. Il presidente, prima che partisse per il Sud Italia, dove seguiva i suoi cantieri, voleva sapere come avevo intenzione di organizzare la settimana. Poi lui tornava ad Ascoli il venerdì. Ci raggiungeva in ritiro e insieme parlavamo delle cose che non andavano e di come vedevo la gara della domenica. Tutto qua. Di scaramantico c'erano solo i suoi storici calzini rossi sotto l’abito ogni qual volta vedeva le partite dell’Ascoli”.

Lei con i bianconeri ha conquistato la B nel 1971-72 e poi la A nel 1973-74. Erano entrambe prime promozioni per i marchigiani. A quale delle due si sente più legato?
Ci pensa. “Mmmm… Direi a quella in serie A perché fu una cosa clamorosa. Fu troppo importante: per la società e per questa città stupenda”

C’è una partita che ricorda con particolare gioia?

“E’ impossibile. Non ce n’è una, ma tutte quelle che ci hanno fatto fare il alto di qualità”

Dei suoi ex giocatori nell’Ascoli, chi è quello che non può dimenticare?
“Renato Campanini, capitano della mia squadra in entrambe le promozioni (giocò in bianconero dal 1969 al '75, ndr). Era il nostro uomo-gol. Una attaccante meraviglioso che, in coppia con Giuliano Bertarelli, fece le nostre fortune. Che giocatore… ”.

Quali sono stati i tre momenti più belli ad Ascoli?
“Ogni obiettivo centrato: la promozione in B, quella in A e la prima salvezza nel ‘75 arrivando dodicesimi”

L’Ascoli ha appena cambiato proprietà e dirigenza. Ha avuto modo di parlare con loro?
“No, perché preferisco restare fuori, non voglio essere invadente. Sono rispettoso nei confronti del nuovo presidente e del suo staff, a cui faccio un grosso in bocca al lupo”.

Lei è romano, ha sposato una ascolana e da sempre vive ad Ascoli. Continua a preferire le pennette all’arrabbiata o è passato alle olive ascolane?
Ride. Poi, con accento capitolino: “Mah, dimo che l’arrabbiata con du’ olive ascolane è a’ perfezione. Insieme sono come un attaccante e il rifinitore: si completano”.