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River-Boca, la mamma di Quintero: "Era un fallito, ha deciso il Superclasico"

Calcio

"Abbiamo parlato prima che partisse: non doveva dirmi nulla, soltanto dimostrarmi chi fosse. Lo ha fatto, mettendo a tacere tutti quelli che non credevano in lui". La rivincita di Quintero, l'uomo che ha spezzato l'equilibrio del Superclasico, attraverso le parole d'orgoglio della mamma. Lui, che dopo aver deluso in Europa, si è rimesso in discussione tornando a casa

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Il Superclásico di Libertadores è stato una saga: per l’estesa durata, per le vicende extracalcistiche che lo hanno accompagnato e che hanno portato a farlo disputare lontano dall’Argentina, per la passione e l’attesa costantemente trepidanti nonostante i tempi si siano dilatati. Una saga, e come in ogni saga che si rispetti, ci sono tante storie nella storia da raccontare. Una è emersa al 58’ del secondo tempo della finale di ritorno, al Santiago Bernabeu di Madrid: Juan Fernando Quintero, grande promessa del calcio sudamericano sparita dai radar dopo qualche anno deludente in Europa, entra in campo per il River Plate. Sarà lui, al minuto 109’, a spezzare l’equilibrio di un Superclásico fino a quel momento lontano da una soluzione. Missile di sinistro, quel sinistro che aveva fatto intravedere anche a Pescara nel 2012/13, che fulmina Andrada e manda in estasi i Millonarios. E pensare che "gli avevano detto che era un giocatore finito, un fallito". A parlare, con orgoglio e voglia di rivalsa, è la madre di Quintero ai microfoni di ESPN Argentina, nel post-partita: "Abbiamo parlato prima che partisse e gli avevo detto che non serviva che mi dicesse nulla. Doveva solo dimostrarmi chi fosse. E lo ha fatto – ha aggiunto mamma Quintero – mettendo a tacere tutti quelli che non credevano in lui. E ora davanti a queste telecamere dico a tutti quelli che lo davano per finito e lo hanno chiamato fallito, dico che proprio lui, quello fallito e finito, ha fatto vincere il River Plate rendendo campioni i Millonarios".

Da Medellin a... Pescara

Il cammino che lo porta ad essere decisivo nella notte di Madrid inizia lontano, in un altro continente. Nella sua Medellin, in Colombia: quartiere El Socorro, non proprio uno dei più sicuri di della capitale dell'Antioquia. Scoperto dall’allenatore della scuola calcio La Cantera de Héroes, inizia a rivelarsi nelle giovanili dell’Envingado, uno dei settori più floridi della Colombia. Lui sa di essere più forte degli altri, per questo cerca di intrufolarsi negli spogliatoio chiedendo di potersi allenare con la prima squadra. Chi lo vede giocare non ha dubbi: Juan Fernando si prenderà i grandi palcoscenici del calcio. Lo dimostra già all’età di 13 anni, quando si mette in mostra in un torneo riservato a ragazzini, il Ponyfutbol, una vetrina nella quale hanno brillato anche i vari Falcao, Jackson Martinez e James Rodriguez, grande amico di Quintero. Il primo "salto" avviene con il passaggio all’Atlético Nacional, dove Quintero comincia a suscitare l’attenzione dei club europei. Il copione di questa storia lo vuole protagonista a Pescara, dove per una stagione Quintero fa intravedere le sue qualità al netto delle difficoltà legate all’ambientamento nel calcio europeo.

L'oblio europeo e la rinascita

Al termine di quella stagione, la 2012/13, Quintero si mette in mostra anche con la maglia della nazionale colombiana: vince il Sub20 giocato in Argentina segnando 5 gol in 9 partite, non riesce a replicare l’impresa ai mondiali di categoria, ma convince comunque il Porto a investire su di lui. In Portogallo però non brilla: le due stagioni giocate in Primeira Liga sono tutt’altro che esaltanti e così viene mandato in prestito in Francia, al Rennes. Ma è un altro passo indietro, che lo porta a prendere la decisione di tornare a casa, in quella Medellin che aveva visto nascere lui e il suo talento: è il 2017 e Juanfer sceglie l’Independiente. Scelta che si rivelerà azzeccata: sia perché Quinterito ritorna quello di sempre (segnando 16 gol in 36 preseneze), sia perché la squadra allora allenata da Zubeldìa incrocia nella fase a gironi della Libertadores proprio il River Plate di Gallardo. L’allenatore dei Millonarios se ne innamora calcisticamente e se lo porta a Buenos Aires. La sfida non è di quelle semplici: El más grande, il Monumental, uno dei club più importanti del mondo. Ma per uno che da ragazzino è diventato capofamiglia dopo l’abbandono del padre, salvando la madre e il fratello dalla povertà, ogni sfida può essere superata. Da bambino, nei momenti più difficili, diceva alla madre: "Tranquilla, andremo avanti". Lo ha fatto. E oggi è proprio lei a rivendicarlo con orgoglio.