La cinesica degli allenatori: Conte con le due dita alzate, Pep, Mou e la calma di Allegri
La cinesica è lo studio della comunicazione non verbale attraverso movimenti, gesti, posizioni e mimica del corpo. Perché ogni gesto cult di un allenatore diventa un perfetto manifesto della sua filosofia calcistica
di Marco Salami
IL DUE DI CONTE
- Messo lì apposta, parola sua post Coppa Italia, a ricordare scudetto e Supercoppa vinti col Napoli. Due come i trofei, due come un reminder: questo è quello che ho vinto. Il 'veni, vidi, vici' simbolo della sua carriera, questa volta applicato all'azzurro Napoli. Antonio Conte ha detto che lo ricorderà durante ogni conferenza stampa. Due dita, a volte tre, oppure baci, pugni (in senso buono), corse: gli allenatori, a volte, parlano senza aprir bocca. Lo fanno coi gesti.
LE TRE DITA DI MOU
- Di tutto questo José Mourinho da Setúbal ne è un esperto, lui che ha eletto da anni il tre come manifesto personale. Le tre dita sventolate verso i nemici (quelli che fanno rumore, ipse dixit), ben più di tre volte. Ricordando il triplete ai tifosi della Juve come a quelli del Milan. Poi il tre alzato davanti agli ex del Chelsea, ma quella volta per ricordare le Premier vinte al Bridge. E poi in una celeberrima conferenza stampa (quella del 'respect'): "Io ho vinto tre campionati, più di tutti gli altri diciannove allenatori messi insieme".
LE MANI ALLE ORECCHIE, LE MANETTE, LE CORSE
- Velenoso con le parole, velenoso anche senza parlare. In due parole: mind games, giochi mentali. Dalle manette in Inter-Samp alle mani alle orecchie allo Stadium, proprio per sentire bene il rumore dei nemici. Le sue corse, poi, sono paradigma dell'impossibile che diventa reale: a Old Trafford col Porto, al Camp Nou quando sembrava impossibile battere i marziani Messi&Pep. È la cinesica, bellezza, e tu non puoi farci niente.
LA TATTICA MIMATA DI PEP L'INNOVATORE
- E se da una parte i mind games di Mou si traducono in una precisa gestualità, Pep Guardiola — di mestiere allenatore ma anche innovatore del gioco — muove le braccia come palline impazzite di un flipper (che impazzite non lo sono affatto). Tutto quel gran gesticolare non è un qualcosa di tipicamente italiano, ma la sintesi del suo gioco rivoluzionario, della ricerca di qualcosa che non c'è. O meglio, che ancora non è stata inventata. Manifesto dell'overthinking (in positivo) e di una ricercatezza tattica fuori dal normale.
I BACI DI ANCELOTTI
- Poi c'è chi ha fatto dell'essere leader la stella polare del suo metodo, tanto che ne ha scritto anche un libro (si intitola Il leader calmo, appunto). La gestione dello spogliatoio, e di spogliatoi di campionissimi, come mantra. Più figli che giocatori. Baciati come un padre a volte severo (se si alza il sopracciglio), ma soprattutto affettuoso. Robben, Ribery, Ronaldo, Beckham, Inzaghi, Pirlo…
LA CALMA DI ALLEGRI
- Sempre la calma come base, ma qui ci si sposta nel mondo del pragmatismo, del concetto di punto guadagnato che va oltre quello dei due persi, del corto muso — a volte un po' banalizzato come la semplicistica ricerca dell'1-0 — delle metafore col mondo ippico e dei "musetti davanti". Allegri fa un gesto che richiama, sempre, l'attenzione di tutti. Calma, cioè testa, logica e semplicità.
LA NON CALMA DI ALLEGRI
- Calma testa e logica, quasi sempre; ma non è affatto un paradosso che l'allenatore che più di ogni altro predica calma nella sua cinesica, la calma la perda proprio quando non la ritrova nei suoi giocatori in campo. A tal proposito il punto zero è una trasferta di Carpi della sua prima Juve, il bis soprattutto in una finale di Coppa Italia. Dopo quella partita gli chiesero in conferenza stampa se avesse un po' perso il controllo. Risposta: "No". Sipario.
LOS HUEVOS DI SIMEONE
- E ancora: i gesti come manifesto, dicevamo, come quel vecchio mantra attribuito a Nereo Rocco secondo cui tutti siamo "in campo come nella vita". Così l'Atletico del padre Simeone, ormai su quella panchina da un decennio. Corsa, agonismo, difesa, il 'sangue, fatica, sudore e lacrime' di Winston Churchill applicati al mondo del pallone. Ecco, un giorno Simeone ne diede un'epitome: questa.
I PUGNI HEAVY METAL DI KLOPP
- Lanciati tre volte sotto la Kop, dopo ogni vittoria, sanciti dalle ovazioni del suo pueblo come un matador alle corride dei tori. Non avesse avuto l'inseparabile cappellino, Klopp avrebbe fatto un headbanging (quello dei cantanti metal che agitano i lunghi capelli a ritmo di musica, per capirci). E non a caso il suo calcio amava definirlo heavy metal, martellante come un doppio pedale di una batteria. Gegenpressing, corse, ritmo asfissiante.
L'ESTASI DI ZIDANE
- Stiamo parlando di un allenatore — già fenomeno totale da calciatore — che nei suoi primi due anni e mezzo di carriera ha vinto la Champions League tre volte. Alcune con prodezze insensate come la rovesciata di Bale in finale, quasi come se l'artista in panchina stimolasse la vena artistica dei suoi giocatori in campo. E allora la mano in testa, il volto estasiato, gli occhi increduli.
L'ACQUA SANTA DEL TRAP
- Il Giuan da Cusano Milanino era l'uomo delle grandi citazioni. Della saggezza popolare, della leggerezza dei numeri uno. E quando i mezzi del popolo, inteso come quelli umani, non arrivavano al fine, subentrava il divino. Al Mondiale del 2002 il Trap viene pizzicato a svitare una boccetta d'acqua santa e bagnare il campo. È la partita col Messico e Del Piero segna il gol qualificazione a cinque minuti dalla fine. Il "metodo" poteva fallire solo contro il diavolo in persona, che in quel Mondiale assunse le sembianze di Byron Moreno.
LA CORSA DI MAZZONE
- Se famo il terzo vengo de sotto. Aveva voglia di correre Carletto Mazzone — proprio come Forrest Gump — ma anche di urlare, sfogarsi, dopo il 3-3 all'ultimo minuto del suo Brescia con un Baggio da tripletta sulla rivalissima Atalanta. Mazzone scatta come un centometrista, sulla mano brandisce un pugno chiuso, agitato verso la curva dei tifosi che lo avevano insultato per novanta minuti. Viene espulso, non protesta, in un'epica puntata di 'Sfide' chiosa con una leggerezza tutta romana: "Innanzitutto puntualizziamo, la colpa è di Roberto Baggio"
LA SEDIA DEL MONDO
- La protesta di chi non ha voce, dei deboli contro i potenti, perché "la sedia non è un fucile, è un'arma da osteria". Finale di Coppa Uefa 1992: il Toro "perde" contro l'Ajax (pur pareggiando entrambe le partite), complice il destino (tre legni) e un rigore su Cravero non dato dall'arbitro Zoran Petrovic. Mondonico non protestò a voce, lo fece con un gesto. Un simbolo: una sedia alzata in cielo e rimasta eterna.
L'OROLOGIO DI MAZZARRI
- Cult del calcio più recente: Mazzarri con il dito indice puntato sul quadrante è diventato un quadro. Un meme su web, la voglia di giocare sempre, di dare ritmo alle sue squadre — il Napoli dei tre tenori in primis — di perdere tempo, mai.
LA SIMULAZIONE DI VAN GAAL
- Vecchio volpone delle panchine di tutto il mondo, con quel viso allungato e i capelli argentati e ribelli alla David Lynch. Eccentrico come il regista di Mulholland Drive, tanto nelle mosse in campo quanto in quelle intorno, simbolo di chi ne sa una più del diavolo. E allora come protestare per una mancata simulazione di un avversario? Mimandola direttamente al quarto uomo a due passi da lui. Più teatrale di così…