Il 'Diavolo' veste in tuta (ma non solo): da Kompany a Guardiola, i look in panchina
Mentre 'Il diavolo veste Prada' incassa al botteghino, è un Kompany versione trap (inteso come trapper e non come Giovanni) a guidare la nuova scuola del look. Fabregas classico millennial a cui sono stati vietati gli skinny, Pep e quella camicia a quadri che tutti abbiamo googolato. E poi, da che parte stai: tuta o completo? Wenger, gli impermeabili infiniti e quel giorno in cui Nagelsmann indossò proprio quel maglioncino non semplicemente azzurro o turchese, ma effettivamente ceruleo
di Marco Salami
KOMPANY TRAP (MA NON GIOVANNI)
- Sì insomma, la panchina è la stessa che fu anche del nostro Giuan da Cusano Milanino, il look — diciamo — è un po' diverso dall'uomo che ha frantumato record su record nell'altro secolo del calcio. Trap come trapper ci sta bene sul Kompany che sta guidando (anche nel look?) una nuova scuola di tecnici.
- Spregiudicati, in campo e fuori. Più relaxed, sia nel pantalone largo sia quando incassi un gol. Tanto si riparte subito all'attacco per farne un altro, no?
- Ecco, a proposito di una nuova scuola. Fabregas classico millennial (in quanto classe '87 lo è in pieno) che ha perso la battaglia dei jeans skinny, superati come un 3310 della Nokia.
LA CAMICIA PIÙ CERCATA ONLINE
- Ci siamo magicamente accorti che ci manca una camicia a quadri nell'armadio quando l'abbiamo vista indosso a Pep in Champions League. Per uno che ha cambiato il gioco del calcio, cambiare look è quasi uno scherzo. E forse lo è.
- Ce lo ricordiamo diverso ai tempi del Barcellona: elegante. Il completo, sempre. Come completo - inteso come pieno e armonioso - era diventato il gioco della squadra entrata nell'olimpo del calcio. Terzo figlio di un muratore, il suo amico David Trueba amava far notare che "nelle costose scarpe italiane di Pep batteva sempre un cuore con le espadrillas".
- A Manchester forse più casual, ma sempre trendy. Più 'coperto' perché lì tira un vento diverso rispetto a quello di Barcellona. Il maglioncino, il cardigan pesante, la giacca a vento in inverno, appunto; la felpa Open Arms come sostegno alla ONG catalana.
I NORMALI
- Jurgen il doppio di Pep, l'amico-rivale. Klopp, negli anni, non si è mai staccato dall'inseparabile cappellino, quintessenza nel "normal one" con cui si era presentato a Liverpool nel 2015
- Negli anni ha tolto gli occhiali ("ora la mia faccia è buffa"), si è tolto soddisfazioni, ha soprattutto tolto il pallone agli avversari col suo gegenpressing molto heavy metal (cit. sua). Poi anche il cappello, metafora. Il mondo del calcio non poteva che far altro nei suoi confronti
DA CHE PARTE STAI?
- Allenatore con la giacca o allenatore con la tuta? Sembra un divisione atavica, il mister di provincia con la sigaretta sempre pronta (ma ora vietata da anni) e l'acetata come divisa. Oppure l'eleganza come mantra. In questo senso l'Allegri vs Sarri in Juve-Napoli del 2018 è stata una sfida agli antipodi, ovunque
- Sì, chiaro, ok la giacca ma ogni tanto…
FILOSOFIE: LA SCIARPA ALLA MANCINI
- Sarà un caso o forse no, del made in Italy della panchina il Mancio ne è stato uno dei principali esportatori. Ieri (il City 'wonderwall' di Pep esiste grazie anche alla sua Premier del 2012) e oggi all'Al-Sadd in Qatar. Lui vince, se poi ci aggiunge quel fascino italiano non è un male…
- Alla fine, forse, il look si sposa anche con una certa filosofia calcistica. Avete presente l'Atletico Madrid di Simeone? Impenetrabile, tosto, essenziale ed efficace. Senza fronzoli come colori che non siano il nero. Sì, come il suo total black.
- Look vuol dire anche accessori, come l'orologio. Lì non per vezzo: oltre alla filosofia, l'abbigliamento degli allenatori 'matcha' anche con una certa cinesica: quella 'mazzarriana' è simboleggiata da un gesto su tutti. Questo.
LA MODA SEGUNDO CASTILLO
- Poi c'è l'eccentrico, la voce fuori dal coro, un conte Mascetti della moda. Di Segundo Castillo ormai sappiamo un po' tutto: allenatore ecuadoriano, ex Barcelona SC, e quel look che oscilla tra James Bond e Crudelia De Mon.
- In questo senso abbiamo un precedente su tutti: Dunga e i suoi vecchi outfit promossi dalla figlia stilista. Rivedibili?
- Col tempo abbiamo imparato a conoscere anche Nagelsmann, fino al giorno in cui indossò — per dirlo alla Miranda Priestly — quel maglioncino non semplicemente azzurro o turchese, ma effettivamente ceruleo
LO STILE HOLLYWOODIANO DI HERVÉ RENARD
- Ecco, il peccato è che non lo vedremo al Mondiale, con quella camicia bianca (rigorosamente sbottonata) da attore hollywoodiano, forse un po' memore di quel discorso alla Al Pacino con cui caricò i suoi dell'Arabia Saudita verso una vittoria contro l'Argentina, di lì a poco campione del mondo. Peccato.
- Un cult molto british di quel tempo. Londra: cioè la pioggia (anche di meme) e gli impermeabili di Wenger che sembravano non finire mai.
GLI OCCHIALI DI SACCHI
- Al museo del Milan trovate anche loro, insieme a un taccuino di appunti di chi stava per rivoluzionare il gioco del calcio. Occhialata alla Top Gun, militaresca, come i suoi dettami tattici, l'indottrinamento (di giorno e di notte) sul suo credo calcistico tra le citazioni (non a caso) tratte da Sun Tzu ne L’arte della guerra.
LA MITICA GIACCA DI BEARZOT
- Quella del Mondiale 1982, indossata anche nella partita a scopone scientifico insieme a Causio contro Zoff e il partigiano come presidente Pertini. Anche sulle spalle, col fascino intramontabile dell'eleganza dei nostri nonni o di un film in bianco e nero. E la pipa, ovviamente la pipa.