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Omicidio Denis Bergamini, in appello il pm chiede 23 anni per l'ex fidanzata

in appello

Nel processo d’appello in corso a Catanzaro per l’omicidio dell’ex calciatore del Cosenza, il pm ha chiesto un aumento della pena inflitta in primo grado (16 anni) nei confronti dell’ex fidanzata di Bergamini, Isabella Internò: l’accusa sollecita una condanna a 23 anni, gli stessi chiesti in primo grado in Corte d'Assise. La sentenza del processo d’appello dovrebbe arrivare il prossimo 9 luglio

BERGAMINI, LA DOCUSERIE SU SKY

Un aggravamento della pena dai 16 anni inflitti dalla Corte d'assise di Cosenza a 23 anni -gli stessi chiesti dall'accusa in primo grado- è stata chiesta dal pm di Castrovillari Luca Primicerio, applicato come sostituto procuratore generale in Corte d'assise d'appello a Catanzaro, nei confronti di Isabella Internò, imputata quale istigatrice e partecipe nell'omicidio di Donato "Denis" Bergamini, calciatore nel Cosenza morto il 18 novembre 1989 lungo la Statale a Roseto Capo Spulico. Isabella Internò, all'epoca ex fidanzata di Bergamini, è stata condannata dalla corte d'assise di Cosenza a ottobre 2024. Secondo l'accusa esiste un solo movente che ha determinato l'omicidio del calciatore originario di Argenta (Ferrara), quello passionale: il matrimonio mancato dopo l'aborto della donna. "Non ci sono altri moventi -ha detto Primicerio- se non quello passionale". Il pm ha chiesto il riconoscimento della premeditazione e che le circostanze aggravanti prevalgano sulle attenuanti generiche. Salvo rinvii, la sentenza di secondo grado è attesa per il prossimo 9 luglio

Omicidio Bergamini, le tappe della vicenda

Secondo l'accusa c'è il dolo e l'omicidio è volontario e premeditato. Secondo l'accusa, Bergamini fu soffocato e poi il corpo adagiato lungo la statale dove fu travolto da un camion e non si suicidò gettandosi sotto al mezzo come aveva detto all'epoca e ripetuto nel corso degli anni Isabella Internò che era con lui al momento della morte. Una tesi, quella del suicidio, presa per buona dalla prima inchiesta. La famiglia Bergamini, non avendo mai creduto a questa tesi, era riuscita a produrre atti che portarono la Procura della Repubblica di Castrovillari, allora diretta da Eugenio Facciolla, ad aprire una nuova inchiesta che ha portato alla condanna della donna.

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