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29 settembre 2017

La scaramanzia nel calcio: baci, acqua santa e biscotti per bambini

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Trapattoni, Blanc e Barthez, ma anche Crujiff ed Eusebio. Quando le superstizioni prendono il sopravvento. Come quella volta che Kolo Touré si rifiutò di entrare in campo contro la Roma

L’ultimo ad essere stato scoperto è Roman Bürki. Il portiere del Borussia Dortmund prima di ogni partita sottrae il pallone all’arbitro o al bambino che l’ha portato in campo e lo accarezza con i guanti. Un rituale simile a quello dell’ex giocatore dei San Antonio Spurs Tim Duncan, che ha iniziato ogni singola partita delle sue 19 stagioni Nba abbracciando la sfera come se fosse una bambina. Quando gli hanno chiesto se il gesto avesse un significato particolare, il cestista delle Isole Vergini ha risposto: “No, no. È solo una superstizione che è iniziata probabilmente nel mio primo anno nella lega. Nient’altro, è solo il mio modo per dirmi prima della partita: sii pronto a iniziare”. Ma, parlando di scaramanzia, cambiare sport non è necessario. Nel calcio l’irrazionalità è un aspetto sempre preso in considerazione: da chi gioca, da chi allena, da chi tifa. Se si parla di “magia del calcio” un motivo ci deve pur essere. Ecco una carrellata di alcuni dei riti più curiosi che hanno accompagnato le carriere di interpreti più o meno noti del bel gioco. Gente che magari non ci crede, però… non si sa mai.

Prima di cominciare
La fortuna bisogna meritarsela sin dall’inizio. Lo sa bene Laurent Blanc, che nei Mondiali ospitati e vinti dalla Francia nel 1998, baciava il cranio del portiere Fabien Barthez prima di ogni incontro. Non l’unico rituale della selezione transalpina: in pullman tutti seduti negli stessi posti, in spogliatoio tutti ad ascoltare I Will Survive di Gloria Gaynor. Restando in tema di Nazionali, Tomas Rosicky ha smesso di cantare l’inno ad alta voce dopo aver verificato che la sua squadra perdeva ogni volta. La stessa cosa accaduta a Mario Gomez da quando ha segnato un gol con la Germania giovanile dopo essere rimasto in silenzio durante il Deutschlandlied.

Dopo di te
Kolo Touré
doveva essere sempre l’ultimo giocatore a entrare in campo. Nel 2009, mentre l’intervallo della partita di Champions League contro la Roma volgeva al termine, il compagno William Gallas stava ancora ricevendo delle cure per via di un infortunio. Kolo non poteva entrare, L’arbitro fischiò l’inizio del secondo tempo con l’Arsenal in nove. Quando Gallas uscì dagli spogliatoi, Touré lo seguì ed entrò in campo senza il permesso dell’arbitro: ammonito. Bobby Moore, capitano dell’Inghilterra campione del mondo nel 1966, voleva invece essere sempre l’ultimo della sua squadra a indossare i pantaloncini. Il suo compagno Martin Peters era affascinato dal modo in cui Moore gironzolava nello spogliatoio afferrando I suoi pantaloncini, in attesa che tutti gli altri finissero di vestirsi.

In panchina non si scherza
La scaramanzia è un elemento che accomuna allenatori dalle idee tattiche molto diverse. Robe da far sembrare Oronzo Canà un dilettante. Bruno Pesaola, visto anche sulla panchina della Fiorentina e del Napoli tra gli anni ’60 e gli anni 80’, doveva ascoltare il suo disco portafortuna prima di ogni partita. Un giorno, prima di una trasferta, percorse 500 km per andare a recuperarlo, salvo scoprire che la squadra era partita senza di lui. Giovanni Trapattoni durante i Mondiali 2002 fu sorpreso a versare in campo dell’acqua santa che custodiva in una boccetta. Poco dopo Del Piero segnò il gol al Messico che portò l’Italia agli ottavi, ma contro la Corea del Sud e l’arbitro Byron Moreno invocare l’aiuto divino fu inutile. Valeriy Lobanovskiy, leggendario tecnico della Dinamo Kiev e della Nazionale ucraina fu un grande innovatore tattico. Ma la sua razionalità faceva a schiaffi con alcune superstizioni: nessuno poteva indossare la maglia numero 13, le donne non potevano salire sul pullman della squadra, da cui lui scendeva sempre per ultimo. E per vincere ci doveva essere almeno un calciatore con i capelli rossi. 

Leoni e coccodrilli
Per Raymond Domenech anche l’astrologia andrebbe considerata nel momento in cui si fa la formazione: “Quando ho un leone in difesa, ho sempre il mio fucile pronto, come se sapessi che da un momento all'altro potrebbe esserci un pericolo", ha detto nel 2008. Nello stesso anno, il Midland Portland Cement, che languiva sul fondo della classifica della seconda divisione dello Zimbabwe, cercò di uscire dalla crisi scacciando gli spiriti maligni. Come? Nuotando nel fiume Zambesi, in cui la balneazione sarebbe vietata per via della forte corrente e della presenza di coccodrilli e ippopotami. Sedici giocatori si tuffarono in acqua, quindici ne riemersero.

Qualsiasi cosa per un gol
Crujiff
, Eusebio, Inzaghi, Lineker. Quattro grandi attaccanti che hanno segnato a ripetizione. Ma anche quattro grandi scaramantici. L’olandese aveva l’abitudine di schiaffeggiare nella pancia il portiere Gert Bals quando era all’Ajax e sputare la gomma da masticare nella metà campo avversaria prima del match. Il portoghese giocava con una monetina fortunata nella scarpa. Superpippo non sarebbe mai sceso in campo senza aver mangiato un pacchetto di biscotti Plasmon, lasciandone sempre due. L’inglese, invece, nel riscaldamento non calciava mai in porta perché "i gol non vanno sprecati". In più, se a fine primo tempo non riusciva a segnare, si cambiava maglietta. Se l'astinenza si prolungava fino al termine della partita, andava a tagliarsi i capelli.

Repetita iuvant?
La ripetizione di rituali sempre uguali è una delle forme di scaramanzia più diffuse. Alcuni però esagerano. John Terry per molto tempo ha ascoltato in macchina sempre lo stesso cd di Usher, ha lasciato l’auto sempre nello stesso posto del parcheggio di Stamford Bridge, ha occupato sempre lo stesso sedile nell’autobus e usato lo stesso paio di parastinchi, fino a quando non li ha persi durante una trasferta a Barcellona. Il suo connazionale David James, ex portiere soprannominato “Calamity James” per via dei suoi errori, ha confessato di avere una routine “così complessa che non entrerebbe in una pagina”: iniziava il giorno prima della partita e continuava fino al fischio finale dell’arbitro. Tra le altre cose, James non parlava con nessuno e rimaneva nel bagno degli spogliatoi fino a quando tutti erano usciti, per poi sputare sul muro. In attesa di conoscere altri dettagli da James, sembra insuperabile l’ex portiere scozzese Alan Rough: "Non mi radevo prima delle partite. E appendevo i miei vestiti sempre al gancio numero 13. Facevo rimbalzare il pallone contro il muro dello spogliatoio un preciso numero di volte, stando attento a non posizionarmi sulla parte sfortunata del pavimento. Indossavo una vecchia maglia fortunata sotto quella di gioco e i miei calzini bianchi, che continuavo a indossare anche quando la federazione impose il rosso per tutta la squadra. Una volta avevo dimenticato di lavarli prima di una partita in Israele. Li ho lavati all’ultimo istante e indossati: dagli scarpini mi uscivano bolle di sapone, ma ho giocato una delle mie migliori partite in nazionale. Avrei dovuto farlo diventare parte della routine”. Una routine che comprendeva anche “un cappello pieno di portafortuna da mettere dietro la rete: c'erano dentro una pallina da tennis, un portachiavi, un paio di biglie, e della bigiotteria. Mi piaceva soffiarmi il naso e chiedere l'ora, e avevo sempre sette chewing-gum con me: tre per ogni tempo e uno per il recupero. Sì, ero piuttosto superstizioso".

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