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03 dicembre 2018

Pallone d'Oro, la storia e le curiosità sulla cerimonia di premiazione

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L'urlo di Ronaldo dopo la premiazione, Cannavaro e la Bellucci, i pois di Messi e il maglione di Baggio. Anche questo è Pallone d'Oro e contribuisce a rendere la cerimonia ogni anno indimenticabile

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Parigi, 3 dicembre 2018, ore 21. Ecco le coordinate di una delle cerimonie più attese nel mondo del calcio, un rito che si ripete ogni anno al quale è difficile rinunciare, nonostante l’albo d’oro, ultimamente, abbia fatto di tutto per renderlo noioso. “Pericolo” che, con buona pace di Cristiano Ronaldo, non dovremmo correre quest’anno, con un verdetto “a sorpresa” che stando alle indiscrezioni della vigilia, non premierà il portoghese, mettendo fine alla filastrocca Messi-Ronaldo che andava avanti ormai da un decennio.

La storia della premiazione, iniziata grazie all’intuizione della rivista francese France Football nel 1956, è ricca di aneddoti, stravaganze, curiosità. E siamo sicuri che anche quella di quest’anno ce ne riserverà.

Lo strano caso della Francia ideatrice

Tutto ha origine in Francia, dicevamo. Eppure, nella storia del Pallone d’Oro, un solo giocatore “viene” dalla Ligue1. Si tratta di Jean-Pierre Papin, che nell’anno della sua vittoria, il 1991, giocava nell’Olympique Marsiglia. Altri francesi sono stati Palloni d’Oro, da Platini (3 volte) a Kopa (1958), fino a Zidane (1998), ultimo in ordine nell’albo dei vincitori, ma nessuno di loro, al momento di ricevere il trofeo, militava nel campionato transalpino. Il francese del Psg Mbappé potrebbe essere il secondo nella storia.

Compagni di squadra e di podio

Con lui, tra i candidati, anche il croato Modric e il francese Varane, compagni di club nel Real Madrid. E non mancano le occasioni in cui, alla cerimonia, si sono ritrovati vicini sul podio addirittura tre compagni di squadra. Vicini nello spogliatoio al mattino, ci si ritrova accanto anche sulle poltroncine della sala della cerimonia. Nella storia hanno fatto tripletta il Milan per due anni di fila e il Barcellona nel 2010 (Messi-Iniesta-Xavi), con i rossoneri che nel primo caso (1988) piazzarono addirittura tre connazionali, i tulipani del trio olandese Van Basten, Gullit, Rijkaard. L’anno dopo, invece, Baresi “sostituì” Gullit sul secondo gradino del podio.

Sono sempre tre i casi in cui i primi in classifica furono compagni di nazionale: nel 1972 con i tre tedeschi Beckenbauer, Muller e Netzer, nel 1981 ancora Germania con Rummenigge, Breitner e Schuster e nel 1988, come detto, con i milanisti d’Olanda Van Basten, Gullit e Rijkaard. Stando alle indiscrezioni, quest’anno non dovrebbe presentarsi nessuno di questi due casi.

Il capitano e la Bellucci

Si rinnoverà sicuramente (grazie a Modric o Varane, a meno che non ci siano clamorose sorprese), invece, la tradizione che vuole almeno un giocatore di Real Madrid o Barcellona sul podio, fin dal 2004 (quando vinse il milanista Shevchenko, ma dietro di lui c’erano due blaugrana, Deco e Ronaldinho). Ultima tripletta senza blancos o blaugrana quella del 2003, con Nedved vincitore davanti a Henry (Arsenal) e Maldini (Milan). Già, Maldini: l’ultima volta che un italiano ha presenziato alla cerimonia finendo sul podio era il 2006, quando piazzammo Cannavaro al primo posto e Buffon subito dietro, con la nostra Monica Bellucci, amatissima anche in Francia, a premiare il capitano del "muro di Berlino". E anche quest’anno staremo a guardare, dato che non figurano italiani tra i 30 candidati.

L'urlo liberatorio di Cristiano Ronaldo

Ma la cerimonia del Pallone d’Oro è fatta anche per stupire e far parlare di sé. Lo sanno bene Messi o Neymar, che con i loro look hanno segnato diverse edizioni, o Cristiano Ronaldo, con quell’urlo celebrativo nel gennaio 2015 (si premiava il Pallone d’Oro 2014) davanti al microfono, al termine del suo discorso di ringraziamento. "Ringrazio mio figlio, la mia famiglia, la mia compagna, mio padre che non c’è più e tutti quelli che hanno votato per me. E poi il mio allenatore, i miei compagni, il presidente del Real e tutti quelli che lavorano nel club". E ancora: "Sono molto felice e questo premio mi dà grandi motivazioni per continuare a lavorare come ho fatto finora". E poi: "Continuerò a lottare per cercare di essere il migliore". Alcune delle frasi “di circostanza” proferite quella sera, prima di terminare con quel “Sì!” liberatorio e anticonvenzionale che strappò una risata a tutta la platea.

La gara dei look

Dicevamo dei look. Ne è passato di tempo da quando il francese Raymond Kopa, nel 1959, ritirò il premio indossando una semplice polo a maniche lunghe. Nel 1968 tocca allo stiloso George Best, con il suo maglione a collo alto di lana e una giacca di pelle scamosciata con frange indiane, mentre nel 1983 ci si interroga sulla giacca di Platini, che a tutti pare un po’ troppo grande per lui. Cravatta in tono (dorata!) per Van Basten nel 1992, maglione verde su camicia a quadri per Roberto Baggio nel 1993, “camicione” per Weah nel 1995. Erano gli anni in cui il premio si ritirava nella sede di France Football e poi ci si prestava alle foto di rito: tutto è cambiato con il passaggio alla cerimonia in grande, che rende indimenticabile lo smoking a pois, firmato Dolce e Gabbana, esibito dal Messi Pallone d’Oro 2012, il completo rosso, sempre della Pulce, nel 2014, o la giacca nero-oro, intonata ai capelli di Pogba, che non vinse il premio ma riuscì a far parlare di sé nel 2016, oscurato solo da Neymar e dalla sua bombetta. Anche questo, in fondo, fa parte della storia del Pallone d'Oro.

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