Capello compie 80 anni: "Volevo Messi alla Juve. Vi svelo chi è il mio erede". VIDEO
auguri misterLa leggenda del calcio italiana si racconta a Sky Sport in occasione del suo 80esimo compleanno: "Messi mi sfuggì di mano al Trofeo Gamper quando aveva 16 anni. Che soddisfazione il gol vittoria contro l'Inghilterra a Wembley nel 1973 e lo scudetto con la Roma nel 2001: vincere lì sembra quasi impossibile". Guarda il VIDEO con l'intervista completa
80 anni di Fabio Capello: una vita dedicata al calcio, prima come giocatore poi come allenatore. Ne è passato di tempo da quel debutto in Serie A con la Spal nel 1964, a cui è seguita la vittoria della Coppa Italia 1969 con la Roma e i 3 scudetti con la Juventus, prima di lasciare il calcio giocato con un'altra Coppa Italia e lo scudetto della ‘prima stella’ al Milan nel 1979. In mezzo, il gol storico con l’Italia contro l'Inghilterra a Wembley nel 1973, che regala agli Azzurri la prima vittoria in terra inglese: "E' rimasta nel cuore di tutti. Fu una gioia immensa battere gli inglesi a casa loro, soprattutto per quei 20.000 'camerieri' (come la stampa inglese definì gli italiani) che erano allo stadio. Specie per chi vive all'estero, quel gol rappresentò una vera rivincita morale".
"I campioni devono aiutare: ecco perché cacciai Ronaldo"
Dopo anni più che vincenti da giocatore, però, il meglio deve ancora arrivare. Da allenatore, Capello crea il Milan degli 'Invincibili', conquistando 4 Serie A (di cui uno da imbattuti) e la Champions League 1994 travolgendo il Barcellona 4-0 in finale. Poi lo Scudetto capolavoro con la Roma nel 2001 e le due parentesi al Real Madrid: ovviamente, due stagioni e due campionati vinti. "A Roma vincere sembra quasi impossibile, manca l'abitudine a stare in testa. C'è un tifo particolare ed esistono le radio, che influenzano continuamente spettatori e spogliatoio. Se vinci sei un dio, se perdi si demoralizzano tutti: manca l'equilibrio per lavorare con calma. Costruimmo quel titolo in due anni, capendo che per svoltare serviva la potenza e la fisicità dei gol di Batistuta. I grandi campioni vanno fatti sentire importanti e inclusi nel gruppo, non isolati. Devono però avere rispetto per chi lavora e fatica per loro. Al Real Madrid mandai via Ronaldo perché non voleva più correre e aiutare; si sentiva un personaggio talmente importante da influenzare il resto dello spogliatoio in modo negativo".
"Chiesi Messi in prestito al Barça, ma Rijkaard..."
Due sono stati anche i titoli vinti sulla panchina della Juventus, poi revocati a causa di Calciopoli. E proprio agli anni in bianconero risale il più grande rimpianto della carriera di Don Fabio: "Messi mi è sfuggito di mano al Trofeo Gamper. Aveva 16 anni, giocava con una personalità e una facilità pazzesche davanti a 90.000 spettatori contro i miei difensori della Juventus. Dopo venti minuti andai da Rijkaard e gli chiesi di darmelo in prestito per un anno, dato che era il quarto straniero del Barcellona. Mi disse di no perché stavano trovando una strada normativa, infatti poi gli inventarono qualche parente europeo".
"Il mio erede in panchina? De Rossi"
Infine, il ruolo di ct dell’Inghilterra e della Russia, prima di chiudere la carriera allo Jiangsu Suning nel 2018. Qual è stato il segreto del suo successo infinito? "Quando arrivi in un club, devi capire subito le ambizioni della società e valutare il materiale umano. Il segreto è entrare nella testa dei giocatori, rinvigorirli e rimettere nelle giuste posizioni chi aveva perso la voglia di sacrificarsi. Dicono che sono rigido? Lo sono solo sulla serietà del lavoro, ma ho grande sensibilità per chi ha bisogno di confidarsi. La chiave resta la leadership: se quello che dici porta risultati, i giocatori ti seguono. Mio papà, che faceva il maestro di scuola, è stato fondamentale: mi ha insegnato la tecnica ma soprattutto mi ha spronato nelle difficoltà senza sgridarmi. Come allenatore, invece, sono un mix di tre grandi del passato: se dovessi fare delle percentuali direi 60% Helenio Herrera, 30% Edmondo Fabbri e 10% Nils Liedholm". E in chi si rivede, invece, tra i giovani allenatori di oggi? "Seguo con molta attenzione Daniele De Rossi. Gestisce una piazza caldissima con umiltà, attenzione e grande determinazione. Vedere una tale unione tra i calciatori significa che la squadra lo segue. Lo feci esordire io in prima squadra alla Roma, spero di averci azzeccato anche questa volta. Palladino? Inizialmente mi piaceva, ma mi sembra si sia un po' perso".